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Israele: governo contro Corte Suprema, si ricomincia

di Bruno Cantamessa

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Con la tregua a Gaza che fa finta di essere la pace che non è, e in vista delle elezioni previste per ottobre 2026, il progetto del governo israeliano di riformare la giustizia limitando il potere della magistratura ha ripreso vigore. La Corte Suprema, sostenuta da cittadini e opposizione, continua per ora a resistere.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu in un’audizione parlamentare sul tema degli eventi del 7 ottobre. EPA/ABIR SULTAN

Il ministro della Giustizia israeliano, l’avvocato Yariv Levin, ci sta provando dal 2005, quando non era neppure deputato: un progetto per riformare il sistema giudiziario, compresa la Corte Suprema, il vertice della magistratura. Eletto alla Knesset nelle fila del partito di Netanyahu, il Likud, così si esprimeva Levin fin dal suo primo discorso parlamentare (9 marzo 2009): «Occorre fare una vera rivoluzione nel sistema giudiziario! Non tutto è giustificato e i giudici che occupano posizioni estreme che contraddicono i valori fondamentali condivisi dalla maggioranza delle persone non sono qualificati per decidere su questioni di valore, che sono una questione di politica e visione del mondo».

In questo pronunciamento di Levin non è difficile cogliere obiettivi condivisi da vari governi del mondo occidentale, che interpretano il loro potere come espressione di maggioranza, e pertanto superiore sia a quello legislativo del Parlamento che soprattutto a quello della Magistratura. Con buona pace del vecchio Montesquieu (Lo Spirito delle Leggi, 1748) e del pericolo di trasformare la democrazia in una sorta di democratura, dove le garanzie costituzionali vengono reinterpretate per limitarle.

In Israele, i piani di riforma per vincolare la Corte Suprema (e la magistratura) al controllo governativo sono stati introdotti il 4 gennaio 2023, sei giorni dopo l’insediamento del governo Netanyahu VI, l’attuale. Ma tra gennaio e ottobre 2023 migliaia e talora decine di migliaia di israeliani sono scesi in strada ogni sabato per manifestare contro la riforma prospettata da Levin e sostenuta dal governo Netanyahu. Le proteste non hanno minimamente intaccato le intenzioni governative, pur frenandone i tempi di attuazione. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023 con le stragi di Hamas, e la “riforma” è stata di fatto sospesa.

Dopo 2 anni di guerra, con la tregua imposta da Trump che nasconde la pace che non c’è, e in un clima di elezioni politiche previste per ottobre 2026, il progetto globale di riforma della giustizia è tornato di estrema attualità per il governo israeliano. Perché intorno a questo tema si gioca il futuro dell’attuale maggioranza.

Ad ottobre scorso la Knesset (120 membri) ha approvato un disegno di legge (passato con 67 voti a favore e 1 contrario, ma con il boicottaggio compatto dell’opposizione), che ha modificato la futura composizione del Comitato per le nomine dei giudici, introducendovi membri del governo accanto a magistrati e legislatori. Il Comitato così modificato entrerà in vigore con la nuova legislatura o comunque entro il 2026.

Intanto, il 4 agosto 2025, il governo aveva “licenziato” la procuratrice generale dello Stato, Gali Baharav-Miara: una provocazione, perché il governo non può rimuovere la titolare di una delle più alte cariche di garanzia dello Stato, incaricata di vigilare sull’integrità legale del governo. Lo stesso giorno la Corte Suprema, in quanto Alta Corte di Giustizia, aveva congelato il licenziamento della Procuratrice e il 14 dicembre scorso lo ha annullato all’unanimità, affermando che il governo non aveva una giustificazione legale per quel licenziamento. Va detto che la procuratrice Baharav-Miara è anche il magistrato che supervisiona i processi per corruzione ai quali è sottoposto Netanyahu.

Contro la riforma della giustizia prospettata dal governo sono stati presentati ricorsi da parte dell’opposizione e i suoi principali leader si sono impegnati ad abrogarla immediatamente, appena vinceranno le prossime elezioni.

Alcuni esempi dei disegni di legge presentati dal governo: rendere il Procuratore generale di nomina politica e privarlo dell’autorità di interpretare le leggi varate dal governo; ci sono poi un disegno di legge per il controllo politico dei consulenti legali ministeriali, uno per il controllo del ministro Guardasigilli sui funzionari di polizia, e un altro per sottomettere il massimo avvocato dell’esercito al Capo di Stato Maggiore, ecc.

Nel contenzioso fra Corte Suprema ed esecutivo (che spesso condisce il tutto con dileggi, ingiurie e minacce), vanno segnalati almeno due recenti provvedimenti governativi bloccati dalla Corte Suprema. Il primo è relativo alla decisione di chiudere la radio dell’esercito Galei Zahal (Glz), che è apprezzata da molti ascoltatori soprattutto perché aperta al dibattito tra opinioni differenti. Secondo il ministro della Difesa, Israel Katz, che ne pretendeva la chiusura, la radio trasmette invece contenuti «politici e divisivi non allineati con i valori dell’esercito».

L’altra iniziativa governativa bloccata dalla Corte Suprema è l’inchiesta sulle responsabilità israeliane nella mancata prevenzione e reazione rapida alla strage del 7 ottobre. La contestazione è nata dalla decisione di Netanyahu di avviare l’indagine attraverso una commissione da lui istituita e controllata, escludendo così la convocazione di una commissione statale autonoma. Decisione che ha comprensibilmente suscitato accese critiche da parte di giuristi, opposizioni parlamentari e familiari delle vittime, trattandosi delle responsabilità israeliane nella più grave falla di sicurezza della storia di Israele.

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