Con l’attacco israelo-americano contro l’Iran stiamo assistendo, ancora una volta, ad una guerra voluta, non a una guerra necessaria (o, come dicono plasticamente proprio gli americani, a war of choice, not a war of necessity). È la conclusione cui si giunge analizzando attentamente le giustificazioni addotte da Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti hanno invocato il concetto di una minaccia esistenziale, ma è davvero difficile credere − stando non alla retorica degli Ayatollah, ma al computo delle forze − che l’Iran potesse davvero sfidarli militarmente con qualche plausibilità, mettendo a repentaglio la loro sicurezza nazionale.
Inoltre, tale minaccia sarebbe stata, seguendo l’argomentazione di Trump, imminente e diretta da parte dell’Iran verso di loro, invocando quindi l’esigenza di un’azione “anticipatrice” (in inglese, si parla di preemption). Parzialmente diversa la motivazione israeliana, che invece si riferisce in modo più netto alla guerra preventiva, e quindi non connessa ad una minaccia incombente. D’altra parte, Israele considera da decenni l’Iran una potenza strutturalmente ostile.
Se poi guardiamo al contesto nel quale è maturato questo nuovo conflitto, il meno che si possa dire è che c’è stata assai poca chiarezza sul negoziato. Ad esempio, quanto al nucleare, fu proprio Trump a rottamare, nel 2018, l’Accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano, dopo un negoziato durato ben 10 anni, e che conteneva clausole tecniche molto stringenti per garantirne il carattere esclusivamente civile (come il limite massimo di arricchimento dell’uranio al 3,67%; senza accordo, l’Iran aveva superato il 60%). D’altra parte, l’Iran fa parte del Trattato di Non-proliferazione Nucleare, mentre Israele ha armi atomiche non dichiarate e non partecipa al Trattato. C’erano in corso negoziati a Ginevra con la mediazione dell’Oman. Anche precedentemente, nel giugno del 2025, prima della “guerra dei 12 giorni”, erano state intavolate trattative, ospitate anche a Roma. Per ben due volte, dunque, l’Iran viene attaccato mentre si svolgono negoziati. Viene il dubbio che la via diplomatica in quanto tale fosse una messa in scena, e che l’opzione militare fosse già pianificata da tempo. In quel caso, il presidente che mette fine a tutte le guerre con altre guerre sarebbe da Oscar, più che da Premio Nobel.
La seconda motivazione addotta, oltra al programma nucleare, è il possesso di missili da parte di Teheran, che sarebbero in grado di colpire obiettivi ben oltre il Medio Oriente. Ora, non c’è un Trattato internazionale che vieti il possesso di missili, ce li hanno quasi tutti gli Stati, a media e lunga gittata.
Per essere credibili, gli Stati Uniti, se volessero adottare una posizione costruttiva e internazionalmente sensata, dovrebbero proporre da una parte, una zona libera dalle armi nucleari in tutto il Medio Oriente, senza eccezioni, Israele incluso (che le armi nucleari le possiede davvero, a differenza dell’Iran), dall’altra parte, un trattato regionale per la limitazione dei missili balistici, che impegni tutti gli stati della regione allo stesso modo.
L’altro pretesto addotto per questa guerra arbitraria riguarda le azioni destabilizzanti dell’Iran attraverso Hamas, Hezbollah e Houthi. Ora, tali referenti dell’Iran, che pure perseguono loro obiettivi autonomi, sono stati molto ridimensionati e le loro operazioni sono assai poco incisive.
Ultimo punto riguarda l’argomento secondo il quale l’intervento militare potrebbe propiziare un cambio di regime in Iran. Ora, è paradossale che il presidente che doveva occuparsi dell’America First adotti l’agenda dei cosiddetti guerrieri democratici, coloro che volevano esportare la democrazia a suon di bombe, tanto vituperati da Trump e dai suoi consiglieri. L’idea di venire in soccorso del popolo iraniano, di favorirne la liberazione, detta da chi occupa da più di 60 anni il territorio palestinese, opprime il popolo palestinese al quale nega ogni diritto, da chi è responsabile del genocidio di 70 mila palestinesi a Gaza, è francamente irricevibile. Qualcuno sostiene che esiste, a livello internazionale, una “responsabilità di proteggere” per deporre e sostituire governanti che opprimano il loro stesso popolo. Questa concezione, ispirata dalle migliori intenzioni, è naufragata nel 2011, con la strumentale interpretazione che si è data di questo principio, quando la risoluzione n.1973 del Consiglio di Sicurezza fu utilizzata come la luce verde per il cambio di regime in Libia, certo non con esiti di democrazia e liberazione, come constatiamo ancora oggi.
Per ora, in Iran, prima di arrivare ad una vera prospettiva democratica autonoma e non calata dall’estero (quando si smetterà di credere che la democrazia sia una merce da esportare?), si rischia o la sostituzione del regime teocratico degli Ayatollah con uno di tipo militare (un adattamento del “modello venezuelano” dopo Maduro), in mano agli apparati dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), oppure il collasso del regime, con conseguenze serissime per tutti i Paesi limitrofi. E riusciranno Trump e Netanyahu ad avere dalla loro parte hearts and minds [cuori e menti] degli iraniani? Mi sembra molto arduo crederlo.
La realtà è che Trump ha eseguito l’agenda Netanyahu, il nucleare non c’entra nulla, i missili non c’entrano, non c’entra la destabilizzazione del Medio Oriente, e la liberazione del popolo iraniano è utilizzata solo in maniera strumentale e cinica. Trump intende eliminare per conto di Tel Aviv (è una guerra per procura) l’unica potenza regionale che possa insidiare Israele, perché quest’ultimo divenga la potenza egemone. Un’operazione neoimperialista. Veramente incredibile che da parte europea, Italia compresa, ora si condannino – con ragione – come ingiustificati e contrari al diritto internazionale gli attacchi dell’Iran agli altri Paesi del Golfo, ma che al contempo non si dica una sola parola sulla flagrante violazione da parte di Stati Uniti ed Israele della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza per risolvere contese internazionali e preserva l’indipendenza e la sovranità nazionale di tutti gli Stati membri. L’articolo 11 della Costituzione, dalle nostre parti, imporrebbe una condanna a tutto tondo di tutte le operazioni militari, senza distinzione, al di fuori della legalità internazionale.
Questo conflitto si inserisce in un’area del mondo – il Golfo – che sta conoscendo profonde trasformazioni. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, di cui l’Iran non fa parte, ha sperimentato profonde divisioni. In passato, tutti contro il Qatar, accusato di fomentare le rivolte dei Fratelli Musulmani durante la primavera araba.
Oggi, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita vivono una crescente competizione strategica, e competono per la leadership economica del Golfo, soprattutto tra Dubai e Riyadh, oltre alle tensioni sulle quote petrolifere in ambito OPEC+ e alle divergenze sul conflitto in Yemen. Arabia Saudita e Iran, da parte loro, avevano iniziato un percorso complicato dal 2023, propiziato dalla Cina. Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno normalizzato le relazioni con Israele (i famosi Accordi di Abramo, impropriamente definiti tali). La retorica religiosa è utilizzata anche da Reza Pahlavi, che si è auto-candidato alla successione di potere in Iran, parlando di improbabili “Accordi di Ciro”, cioè di un’ipotetica normalizzazione dei rapporti tra Iran e Israele (qui si scomoda Ciro il Grande, antico re persiano che nella tradizione ebraica è ricordato per aver permesso agli ebrei di tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio dopo l’esilio babilonese)
Cosa si rischia ora? Sicuramente, una guerra regionale, come si vede dal coinvolgimento dei paesi limitrofi, e dello stesso Libano, che potrebbe estendersi ben oltre il Medio Oriente. In questo momento c’è anche un’altra guerra ai confini orientali iraniani, quella tra Afghanistan e Pakistan. Si rischia, poi, un’ondata di terrorismo transnazionale.
Su tutto, si staglia un drammatica certezza. È relativamente facile iniziare una guerra, molto più difficile capire come terminarla. Ce lo dimostra l’Ucraina, ce lo insegna la storia. La guerra è uno strano animale feroce che, una volta scatenato, diventa incontrollabile, e tende a divorare i suoi guardiani.
