Le nuove repressioni delle manifestazioni studentesche, dopo quelle del 2008 e del 2022, testimoniano il profondo malessere di una società come quella iraniana che dall’ascesa al potere degli ayatollah, nel febbraio del 1979, è stata demonizzata dall’Occidente, con grandi errori di prospettiva, impedendo così un suo armonico sviluppo e un suo inserimento compiuto nella comunità internazionale.
Gli Stati Uniti, infatti, avevano difeso a spada tratta uno scià che, nei suoi palazzi dorati, aveva perso l’appoggio della massima parte dei suoi concittadini: si calcolava all’epoca che solo il 2% degli iraniani fosse rimasto dalla parte di un regime peraltro altamente corrotto e lontano anni luce dalla sensibilità religiosa della gente persiana, in stragrande maggioranza sciita. Gli ayatollah, guidati da Khomeini, che aveva a lungo vissuto in esilio a Parigi, erano stati visti dalle masse di poveri iraniani come i liberatori.

Un autobus bruciato a Teheran, Iran, 15 gennaio 2026. Il Paese è sottoposto a un blackout quasi totale di internet a livello nazionale, iniziato l’8 gennaio, nel mezzo di un’intensificarsi dell’ondata di proteste antigovernative. Ansa, EPA/ABEDIN TAHERKENAREHEPA/ABEDIN TAHERKENAREHEPA/ABEDIN TAHERKENAREH
L’insensibilità delle varie presidenze Usa – si ricorda la dottrina degli “Stati canaglia” dell’American Enterprise Institute – e la scarsa lucidità di tanta politica estera occidentale, alleata degli Stati Uniti, ha spinto poco alla volta il regime iraniano verso posizioni sempre più intransigenti e talvolta addirittura intollerabili, in particolare sulla questione israeliana e su quella del rispetto dei diritti umani. Nemmeno la presidenza di un riformatore come Khatami, che tante speranze aveva acceso, ha fatto modificare l’atteggiamento statunitense ed occidentale, spingendo il regime iraniano in un angolo, spostandolo su posizioni sempre più intransigenti, anche nell’ambito nucleare.
Sia beninteso, ciò non giustifica in nessun modo la carneficina di questi giorni, le migliaia di morti nelle strade delle città iraniane, la repressione con la violenza delle spinte riformatrici della gioventù cittadina – il regime si basa tutt’oggi sull’assai elevato consenso popolare di cui gode nelle zone rurali, circa il 60% della popolazione complessiva –, ma aiuta a capire il perché si sia giunti all’attuale situazione.

Una foto del Leader iraniano Ali Khamenei viene bruciata da membri della comunità iraniana in Israele durante una manifestazione a sostegno del popolo iraniano a Holon, il 14 gennaio 2026. Credit: EPA / ABIR SULTAN.
Cosa succederà nei prossimi giorni? Gli Stati Uniti, elettisi di nuovo gendarmi del mondo, nell’imprevedibile stile trumpiano, attaccheranno di nuovo i regimi degli ayatollah? La volatilità delle decisioni di Donald Trump impedisce di sposare opinioni categoriche. Certo è che il presidente Usa sta aprendo un fronte dietro l’altro, portando gli osservatori più attenti ad esprimere qualche perplessità sulle capacità degli apparati militari e amministrativi Usa di giocare su tanti fronti diversi, non sono regionali, come Venezuela e Groenlandia, ma anche lontano dai patri confini.
Anche se si arrivasse alla spallata attesa da tanti contro gli ayatollah e la loro dittatura, se anche fossero cacciati dai palazzi governativi di Teheran, quale classe dirigente potrebbe prendere il posto dell’attuale? I riformatori sono ridotti al lumicino, il figlio dello scià, Ciro Pahlavi, non gode di alcuna base popolare, i giovani contestatori non hanno una seria organizzazione alle spalle. Ripetere gli errori commessi in Iraq in Libia e in Siria – quando il dittatore di turno fu eliminato, ma senza che gli fosse un’alternativa credibile al suo regime, inaugurando lunghissime stagioni di instabilità –, sarebbe un gravissimo errore che lascerebbe spazio ad avventure imprevedibili.
Insomma cacciare il dittatore non basta, senza un’alternativa plausibile. È su questo che la comunità internazionale dovrebbe lavorare.