Disarmanti sono i sorrisi di complicità di cardinale Pierbattista Pizzaballa e padre Gabriel Romanelli collegati dalla Terra Santa al teatro Traetta di Bitonto in provincia di Bari per l’evento artistico Insieme per Gaza, organizzato dall’associazione Focus Focolari insieme a Fidapa, Home of Art e Associazione Igino Giordani e il patrocinio del Comune di Bitonto per una serata in musica e danza con l’obiettivo di raccogliere fondi a sostegno della parrocchia Sacra Famiglia, unica chiesa cattolica a Gaza.
Prima delle diverse esibizioni, in un teatro pieno in ogni posto, i contributi del patriarca di Gerusalemme dei Latini e del parroco di Gaza si sono rivelati vere proprie testimonianze di vita. Il presidente di Focus Focolari Stefano Colucci ha introdotto la serata. L’evento benefico è nato a seguito della sensibilità emersa dagli eventi di piazza nei mesi precedenti, sollecitato dalla forte testimonianza di padre Romanelli e cardinal Pizzaballa rappresenta un piccolo tentativo di poter mostrare empatia e vicinanza, oltrepassando il rumore delle bombe con un aiuto concreto.
Nel pieno della distruzione della guerra, Pizzaballa e Romanelli riescono a mantenere una postura e un umore da veri uomini di fede. Atteggiamenti disarmanti proprio come deve essere l’impegno per la pace «che è conseguenza della giustizia», come ha ricordato padre Gabriel.
La stima e il supporto reciproco tra patriarca e parroco che con coraggio sono rimasti al fianco della popolazione sulla Striscia, durante i bombardamenti, simboleggiano una forma di speranza e di resistenza che il cardinale tramuta con la seguente immagine: «Come Chiesa in modo testardo siamo qui come martello pneumatico. Non si conoscono i processi per la ricostruzione, non è possibile far pervenire neanche i mattoni per costruire scuole, i tempi per la ricostruzione, perciò, si prevedono molto lunghi; stiamo provando ad attivare la scuola con tende e alloggio di fortuna».
Il cardinal Pizzaballa, patriarca dal 2020, ricorda che per il terzo anno consecutivo migliaia di bambini vivono per strada e senza la possibilità di frequentare la scuola rischiano davvero di entrare nei giri del mercato nero, della criminalità e del terrorismo, in uno scenario futuro pericoloso. Suore e sacerdoti provano a lavorare soprattutto per limitare la spirale di odio che certamente la guerra ha reso più fitta.
«Rispetto a luglio, in cui la guerra viveva le fasi più acute c’è più possibilità di movimento per la fine dei bombardamenti, ma preoccupano la situazione di stallo e la prospettiva. La ricostruzione non è neanche pensata e nemmeno la pulizia dalle rovine». Il patriarca descrive lo scenario di estremo degrado: «A Gaza gli odori sono forti e sgradevoli a causa della rottura dell’impianto fognario e per la distruzione di tutto. È un odore di morte. C’è solo un po’ più di cibo nei mercati ma chi non ha soldi, ossia la stragrande maggioranza della popolazione, non se lo può permettere. Intanto i centri di distribuzione sono affollatissimi. Il rischio di infezioni è alto, mancano medicinali di base oltre a quelli per cure più specifiche; manca soprattutto assistenza medica».
Tra i 56 cristiani morti, 23 si registrano proprio per il mancato sostegno medico. Gli anziani e i bambini sono soli e per questi ultimi mancano beni essenziali per la prima infanzia soprattutto pannolini. Eppure la gente, soprattutto i più piccoli rappresentano una spinta a sperare: «Uomini e donne non hanno più niente, sono circondati dal nulla, ma non hanno perso la dignità. La popolazione di Gaza testimonia di credere alla speranza, anzi sono pieni di questo desiderio di speranza».
Per Pizzaballa proprio i bambini di Gaza hanno salvato gli adulti: «La loro innocenza ha dato forza agli adulti per riscoprire energie e a non perdere la speranza. Proprio quando uno non ha niente ritrova la speranza e i bambini sono il seme di questa speranza».
Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa Sacra Famiglia a Gaza dal 2019, ormai cerca di aiutare 5.000 persone, non solo le 2.500 da cui è composto il quartiere della parrocchia. La presenza cristiana nella striscia è del 6%. «La forza della Chiesa, anche con poco più di mille presenze, insieme alla maggioranza ortodossa, è ammirevole. Con tre scuole della casa di Sant’Antonio cerchiamo di aiutare decine di migliaia di persone».
Certamente quest’ultima guerra ha creato conseguenze drammatiche rispetto agli atti di violenza del passato. «Questa guerra ha distrutto tutto – afferma padre Gabriel –, adesso il ruolo della parrocchia è diverso. Dobbiamo fare del nostro meglio per tenere salda la vita spirituale. La gente in fondo aspetta un segno definitivo che la guerra sia finita e vive con un senso di paura perché percepisce che nessuno annuncia la parola fine. Questo tempo di sospensione e stallo in qualche modo fa proseguire il clima di guerra».
Ogni tentativo di aiuto, ammette il sacerdote, è un segno di speranza da qualunque parte arrivi: «L’aiuto materiale è più che mai necessario. Nonostante la difficoltà di fare arrivare beni di prima necessità, la vicinanza del patriarca si è rivelata molto efficace. Oltre a questo aspetto però, costante deve essere il lavoro per la pace e la giustizia in ogni ambito, impegnarsi per la riparazione con tutti i mezzi etici a disposizione, e allo stesso livello l’aspetto spirituale e la preghiera reciproca, da ogni parte del mondo, sono vitali».
Per Gaza tutto è utile ormai e la speranza passa per le direttrici della preghiera e dalle mani che lavorano per la pace. A tal proposito padre Romanelli ricorda con fermezza: «La pace è quella di Gesù. Lui l’ha data e può uscire solo dal cuore riconciliato». Dalla pace interiore quella esteriore a volte si manifesta, altre no. «Il popolo desidera la pace, ma bisogna essere realisti, le ferite sono tante. In questo contesto la pace è conseguenza della giustizia e, come diceva Giovanni Paolo II, “non c’è giustizia senza perdono”, confermando così le enormi ferite che questo conflitto ha aperto tragicamente».
Ovunque si può fare del bene. Il suono del pianoforte suonato da Mariangela Sorrenti e da Mario Margiotta, dalla melodia del flauto di Elena Sedini, dalle coinvolgenti voci del coro Rise up Gospel Soul’s Choir e dalla danza popolare dell’associazione L’arte di Tersicore, sono entrati in dialogo, ognuno con il proprio talento su quel palco di Bitonto, ricordando che la pace è possibile solo insieme. Insieme al di là di ogni differenza e limite geografico. Insieme vicini e lontani. Insieme per Gaza.