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Persona e famiglia > Educazione

Insegnanti d’inglese. Specialisti o specializzati?

di Luca Gentile

- Fonte: Città Nuova

Il ministro Gelmini affida al maestro unico anche l’insegnamento della seconda lingua. Un corso di 200 ore dovrebbe renderlo esperto e capace. La legge suscita perplessità.

Scuola inglese

La storia parte da lontano. Nel 1990 una riforma di legge ha introdotto l’insegnamento della lingua straniera nella scuola elementare. All’epoca era intenzione del legislatore affidare la materia a uno dei tre docenti che gestivano il modulo: non si era, infatti, ancora ritornati al maestro unico. Questo insegnante, quindi, avrebbe dovuto possedere competenze specifiche del campo.

 

Nella fase di transizione e in attesa di acquisire queste specificità, l’insegnamento era stato affidato a uno specialista, un insegnante cioè il cui intervento si limitava all’educazione linguistica dei piccoli discenti. I piatti della bilancia pendevano a tutto vantaggio di un insegnante che non solo della lingua conosceva approfonditamente regole e usi, ma che sapeva parlarla con una corretta pronuncia (maturata, magari, dopo anni di studi all’estero) e che possedeva metodologie e strategie didattiche per insegnarla.

 

Ora la nuova riforma introdotta dal ministro Gelmini prevede che l’insegnamento della lingua inglese torni a essere affidato all’insegnante unico, opportunamente specializzato. Si precisa nella legge del 2008: «Si dovrà prevedere pertanto ad un piano di formazione linguistica obbligatoria della durata di 150-200 ore attraverso l’utilizzo, come formatori, di docenti specializzati e di docenti di lingua della scuola secondaria di I grado».

 

La modalità dell’intervento è certamente discutibile e di segno contrario a quanto avviene negli altri gradi del percorso formativo dello studente. Nella scuola secondaria per esempio, si è avanzata la necessità di un rafforzamento delle competenze linguistiche, essenziale per una presenza più competitiva dei giovani italiani all’interno del mercato europeo. Se questa è l’intenzione, l’insegnamento della lingua straniera per alunni così piccoli e dunque con maggiori capacità di apprendimento, dovrebbe meritare una cura straordinaria. Come affidarlo allora a insegnanti che, nel giro di così poco tempo e in modo così approssimativo, acquisiranno assai difficilmente le competenze necessarie per svolgere il compito loro assegnato? A maggior ragione se, diversamente da quanto avviene, bisognerebbe avviare i giovani allo studio di più lingue straniere e non del solo inglese, come invece è la prassi.

 

Vengono in evidenza i limiti di un intervento nato dall’esigenza di porre riparo a una difficile situazione economica, come quella evidenziata nella finanziaria, intervento che ha poco a che fare con le reali esigenze della scuola. Se “chi bene inizia, è a metà dell’opera”, per i piccoli discenti delle elementari il traguardo sembra destinato a spostarsi di molto.

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