Il governo italiano ha annunciato con un comunicato stampa datato 11 febbraio 2026 la proposta di un disegno di legge che sarà discusso con urgenza in Parlamento con cui si introducono «disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024». «Il provvedimento – recita il comunicato dell’esecutivo Meloni – introduce una riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori».
Il ddl introduce novità importanti in tema di diritti umani come ad esempio una stretta ulteriore alle operazioni di soccorso in mare da parte delle organizzazioni umanitarie.
Se la frastagliata opposizione parlamentare manifesta difficoltà ad esprimere il proprio dissenso verso un provvedimento che appare rispondere all’allarme reiterato nei principali media sul pericolo dei flussi migratori in Italia ed Europa, la Fondazione Migrantes della Cei non ha perso tempo nel denunciare, tramite il suo presidente Giancarlo Perego, vescovo di Ferrara e Comacchio, una valutazione molto negativa del provvedimento governativo perché considerato in contrasto «con l’articolo 10 della Costituzione in base al quale lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica».
Perego segnala, tra l’altro, l’introduzione di una grave limitazione costituita dal fatto che non sarà più possibile «entrare nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) come religiosi, come volontari, per capire se vengono tutelati alcuni diritti fondamentali».
Abbiamo quindi raccolto un primo parere in merito alla questione a Maurizio Ambrosini, professore ordinario di sociologia delle migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano ed editorialista di Avvenire.
Lei ha definito il provvedimento del governo Meloni segnato da una prospettiva distorta della realtà. Perché?
Le recenti proposte normative non rispondono a una logica di incremento della sicurezza pubblica, ma agiscono come strumenti di controllo simbolico e coercitivo. Concentrare il dibattito pubblico e l’indirizzo normativo esclusivamente sugli sbarchi significa focalizzarsi su appena il 10% del fenomeno complessivo dell’immigrazione. Questa iper-semplificazione distorce la percezione della sicurezza, alimentando ansie ingiustificate verso la totalità della popolazione straniera. In termini sociologici, l’immigrato viene investito della funzione di capro espiatorio, su cui vengono proiettate le inquietudini e le incertezze dei tempi attuali, offrendo all’elettorato una soluzione facile a problemi complessi
E invece da dove si dovrebbe partire, a suo parere, per conoscere la realtà della situazione attuale?
Credo che sia metodologicamente imperativo distinguere tra l’immigrazione percepita — un costrutto mediatico e politico focalizzato sulla gestione emergenziale degli sbarchi — e l’immigrazione reale, strutturata su una popolazione residente, lavorativa e scolarizzata. L’analisi dei dati quantitativi forniti dall’evidenza statistica delinea un quadro strutturale profondo. Gli immigrati regolari residenti sono 5,4 milioni. I richiedenti asilo e rifugiati si aggirano invece intorno alle 500 mila unità, inclusi i 150 mila profughi ucraini accolti nel 2022. Ci sono poi 930 mila alunni con cittadinanza non italiana inseriti nel sistema formativo e 670 mila lavoratori autonomi che operano stabilmente nel tessuto economico nazionale.
Resta il fatto che nell’immaginario collettivo quando si parla di immigrati scatta l’immagine prevalente del giovane maschio africano o mediorientale di appartenenza islamica. Non è così?
I dati demografici scompongono pezzo per pezzo questo pregiudizio. La realtà migratoria italiana ci dice che l’immigrato “tipo” è per quasi la metà europeo, per metà di sesso femminile, e appartenente prevalentemente a una tradizione culturale cristiana. Questa verità risulta “sorprendente” solo perché collide frontalmente con la retorica della minaccia esterna. La maggior parte degli immigrati è composta da persone che ci somigliano, che curano i nostri anziani o che lavorano nelle nostre filiere (2,5 milioni di occupati regolari), eppure restano invisibili finché non diventano funzionali a una narrazione di scontro.
Non può negare tuttavia che si avverte una sensazione diffusa di insicurezza a cui vanno incontro i provvedimenti governativi…
A mio parere tali provvedimenti produrranno in realtà l’effetto opposto, erodendo i diritti umani e creando nuove zone d’ombra. Limitare le ong non ferma le partenze, ma moltiplica le bare nel Mediterraneo. Altrettanto inquietanti sono le restrizioni nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR): persone che non hanno commesso reati, ma sono in detenzione amministrativa, subiscono limitazioni nell’uso del telefono e ostacoli alle ispezioni delle associazioni per i diritti umani. Se non c’è nulla da nascondere, perché impedire la trasparenza? Abbiamo poi delle norme del tutto irrazionali.
Ad esempio?
Ad esempio abbassare, come proposto, il limite del “prosieguo amministrativo” (cioè il supporto dei servizi sociali ai minori stranieri non accompagnati, ndr) dai 21 ai 19 anni significa gettare in strada ragazzi non ancora formati, che rischiano di essere reclutati dai circuiti illegali. Allo stesso modo, rendere più difficili i ricongiungimenti familiari, per esempio per i lavoratori autonomi, è un autogol sociale. Vivere in famiglia è un fattore che previene la devianza e una serie di comportamenti antisociali come il consumo di alcol, le risse o lo spaccio. Se limitiamo i ricongiungimenti, avremo più persone infelici e sbandate.
Ma come rispondere al disagio sociale espresso dalle cosiddette maranze (bande giovanili di provenienza straniera)?
Il disagio giovanile nelle periferie non è un dato etnico, ma il risultato di povertà educativa e marginalità abitativa estrema. Le tensioni nelle periferie e intorno alle stazioni, spesso etichettate, non riguardano chi sbarca oggi, ma il disagio delle seconde generazioni. Qui assistiamo a una “sostituzione di bersaglio”: il governo adotta il pugno di ferro contro i migranti in mare perché è incapace di gestire fenomeni di giovani già presenti sul territorio. I dati, però, offrono uno spiraglio: due terzi degli studenti non italiani sono nati qui, e le ragazze straniere mostrano performance scolastiche mediamente migliori dei coetanei maschi, e sempre più prossime a quelle dei coetanei italiani per discendenza. Il problema è, come detto, strutturale e abitativo. Il recente caso del giovane omicida di La Spezia, che viveva con la famiglia in cinque persone in un seminterrato di 35 metri quadrati, non giustifica il crimine, ma spiega l’innesco psicologico: vivere in simili condizioni distrugge l’equilibrio mentale di chiunque. Occorre investire in edilizia sociale e percorsi formativi per sottrarre i giovani alle aggregazioni tossiche. Viviamo un pericolosa deriva securitaria che non produce giustizia ma il suo contrario, come dimostra il caso di Nizza Monferrato, dove una cinquantina di “giustizieri” ha tentato il linciaggio di un uomo di origine africana con problemi psichici solo perché additato come colpevole. Quando la politica soffia sul fuoco della paura, si risvegliano istinti da Sud degli Stati Uniti del secolo scorso.
Il provvedimento del governo italiano si pone in linea con il Patto europeo sull’Asilo. Vuol dire che esiste una linea politica prevalente condizionata dalle tesi dell’estrema destra in crescita nel Vecchio Continente?
È così. Ma l’attuale spostamento dell’equilibrio europeo verso posizioni restrittive evidenzia una contraddizione macroscopica. L’Italia e l’Europa vivono uno sdoppiamento della personalità. Mentre si alzano muri ideologici contro i richiedenti asilo, l’economia reclama disperatamente manodopera. Il governo ha programmato l’ingresso di circa 500 mila persone per lavoro nel triennio 2026-2028. Perché questo cambio di rotta? Semplicemente perché il bacino dei lavoratori dell’Est europeo, che per anni ha sostenuto la nostra produzione, si è ormai esaurito. Siamo costretti a cercare braccia fuori dai confini comunitari, dimostrando che la retorica dei “porti chiusi” è contraddittoria.
Secondo mons. Perego manca da parte del governo una qualunque proposta in ordine «a corridoi umanitari rafforzati, a canali legali di ingresso, a tutela dei minori, dei più fragili»; inoltre non vi è alcun riferimento al «rafforzamento dell’accoglienza, alla tutela di chi è nei Cas, alla possibilità di lavoro per queste persone»…
Sono osservazioni puntuali da cui poter partire per una seria discussione pubblica dentro e fuori le mura del Parlamento. Oltre la retorica esiste un’Italia che opera concretamente nelle pieghe di una società distratta. Penso ad esempio alla rete delle Scuole senza permesso, luoghi dove la lingua diventa il primo strumento di cittadinanza e dignità. Così come la presenza di vari ambulatori per irregolari, in realtà come il San Fedele a Milano, dove centinaia di medici volontari offrono cure a chi non ha documenti. Questi servizi non sono solo gesti di carità, ma un presidio di salute pubblica per tutti. Curare un irregolare oggi significa evitare emergenze sanitarie che domani peserebbero sui nostri ospedali e pronto soccorso. È una forma di resistenza civile che collabora per rendere la nostra società più coesa e più giusta.
Teniamo presente che il provvedimento governativo è già stato corretto dal presidente della Repubblica Mattarella. Si avranno miglioramenti dal dibattito parlamentare?
Non credo. Prevedo dei peggioramenti perché esiste una competizione all’interno della maggioranza di governo, dove attori come la Lega, Fratelli d’Italia e figure come il generale Vannacci si sfidano nel mostrare il volto più duro contro l’immigrazione. Mattarella ha fatto quanto poteva secondo i limiti della funzione del presidente della Repubblica. Eventuali correzioni potranno arrivare dalla Corte Costituzionale. La magistratura rappresenta l’ultima risorsa per la tutela dei diritti fondamentali contro le violazioni più clamorose. La sfida del futuro non è fermare l’inevitabile, ma smettere di guardare alla migrazione come a una minaccia per la sicurezza e iniziare a gestirla come la componente vitale e strutturale che già è. Solo abbandonando la propaganda potremo finalmente occuparci della realtà.
