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In profondità > Il Dio di Chiara Lubich - 4

Il tuo sposo sarà il tuo creatore

di Florence Gillet

Chiara non chiede a Dio nulla per sé, chiede solo l’Amore, solo di amarlo. Da Città Nuova n. 2/2026

Palmira Frizzera e Chiara Lubich

Tutta la vita di Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, si è giocata su un registro sponsale. Il giorno della sua consacrazione, il 7 dicembre 1943, è il giorno del suo sposalizio con Dio. Chiara ribadirà spesso la straordinaria avventura di aver «sposato il più bello dei figli degli uomini». «Io ho sposato Dio e quindi il mio regno è quello di Dio perché la sposa condivide tutto con lo sposo».

E a quelli che seguono la sua strada e pronunciano i voti, promette: «Voi avete sposato Dio e quindi aspettatevi tutto!».
Ancora più convincenti delle narrazioni successive, i documenti dei primi tempi testimoniano con sovrabbondanza che Dio si è rivelato a lei come “sposo”, Amore che chiama amore, che chiama reciprocità.

Non vi è traccia d’interesse per la ricompensa, la vita eterna, né traccia d’impegno o di sforzo per adempiere un “dovere”, ma solo la brama di “poter” amare. Chiara non vuole chiedere a Dio la minima cosa per sé, ma vuol chiedere solo l’Amore, solo di amarlo. Perché? Perché ha una tale coscienza, datale dallo Spirito, dell’amore di Dio che l’unica sua ambizione è di mettersi per quanto possibile sullo stesso piano di Lui, di vivere l’alleanza: «Non desidero nulla se non amare sempre più il mio Gesù», scrive alla madre, supplicandola di non chiedere nient’altro per la figlia se non di amarlo.

In una lettera ad un’amica, Anna Melchiori, narra cosa ha scatenato in lei la visita ad una persona appena deceduta! Non la paura della morte, ma di vedersi lei stessa morta e quindi impossibilitata ad amare Dio! E una preghiera ardente è scaturita nel suo animo: «Dio mio, non aver più un grado di calore di vita da darti, non aver più un grammo di forza da consumare per te, aver cieca la mente e non poterti liberamente cercare dovunque per consegnarTi il cuore… Dio mio, Dio mio!».

Un altro aspetto dell’amore sponsale è la conoscenza dei “gusti dell’Amato”. «L’anima che ama conosce i gusti dell’Amato e sa che Gesù se è venuto sulla terra, se s’è fatto uomo, se qualcosa brama nel profondo del Suo Cuore Umano Divino è soltanto: far da Salvatore. Far da Medico! Null’altro desidera».

Non vi è dubbio che Chiara sia entrata in un tipo di relazione con Dio in cui sente la responsabilità di amarlo, di consolarlo, di aiutarlo. Di farlo amare da più persone possibile, come se cogliesse l’esistenza, in Dio, di una sorta di attesa di essere amato dalle sue creature. Le espressioni delle lettere sono inequivocabili: «Aiutami tu a consolarlo» (1945). «Dal tuo cuore – si rivolge a Gesù in mezzo con una lettera ad un’amica – è uscita una Voce che mi ha colpito il cuore: “Amami! Amami, Chiara, amami!”» (1946), tutte testimonianze del ruolo attivo, creativo, dinamico che lei sente nei confronti di Dio.

La dinamica dell’amore sponsale è un continuo ricevere e dare, riceversi e darsi, “lasciarsi amare” e “amare”. Le parole di Chiara rivelano la coscienza di un paradosso: l’Infinito, l’Eterno, l’Onnipotente, Colui di fronte al quale ci si butta bocconi a terra e ci si vela il volto, è anche Colui che desidera, che chiede, che cerca, che è “solo”, che ha bisogno di essere amato.

L’“urgenza” di Chiara di farlo amare dal più grande numero possibile di persone, lascia supporre che percepisce – si potrebbe dire – quasi un vuoto in Dio o, più esattamente, uno svuotarsi per amore, una kenosi, in attesa di essere colmata. Possiamo noi colmare i suoi desideri: «È tanto facile accontentare Dio», scrive ancora in quegli anni.

«Chi manderò, chi parlerà per noi?», aveva domandato il Signore ad Isaia (Is 6,8). Non è solo per la nostra felicità che Egli aspetta di essere riconosciuto e amato, ma anche perché si è fatto piccolo. È Colui che chiede reciprocità, perché l’amore si fa “piccolo”, umile, per l’essere amato, si dimentica di sé: «Un Dio che, per amore, si dimentica d’esser Dio». Ecco il Dio che Chiara conosce. Abbiamo con Lui una parentela: «Non ci sentiamo né soli né poveri sulla terra perché abbiamo scoperto la parentela che abbiamo con Dio!».

Chiara percepisce che in Dio c’è, in qualche modo, un’attesa di essere amato. Dio non è solo colui che ama, ma è anche Colui che aspetta amore. Possiamo leggervi in filigrana l’esistenza in Dio di una ricettività, e che “il lasciarsi amare è divino”: «Anche il ricevere è divino e il lasciarsi amare non meno divino che l’amare» (Bruno Forte).

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