Una donna si avvicina al pozzo, lontano dai mormorii del borgo. Con sorpresa − e forse dispiacere − vi scopre un uomo, solo, che le chiede un po’ d’acqua. Lo straniero la guarda, le parla come se la conoscesse da sempre, la interroga, scruta il suo cuore. Di solito gli uomini le si erano rivolti mossi dal desiderio. Questo è diverso. Tocca il profondo del cuore. Quando le chiede di chiamare suo marito, la sete di verità si riversa in lei come un fiume impetuoso; la gioia di poter pronunciare una parola vera la sconvolge − una parola accolta, rispettata. «Non ho marito, ne ho avuti diversi».
Quello sguardo d’amore, quelle parole che vanno all’essenziale, la guariscono da un passato torbido. «Hai detto la verità». La tristezza di una vita insoddisfacente viene spazzata via da quella presenza che le conferma che è giusto collocarsi nella verità, nella dignità dell’oggi della sua esistenza.
Quando un cuore è toccato, sconvolto, nasce la fiducia e un desiderio profondo di verità. È forse l’esperienza che abbiamo fatto anche noi, un giorno, incontrando una persona davanti alla quale sembrava che tutto potesse essere detto, senza paura né vergogna, perché lo sguardo d’amore era più grande del giudizio che noi stessi facevamo pesare su di noi.
Dalla qualità di quegli sguardi, alcune vite sono cambiate per sempre… e continuano a cambiare. Piccole e grandi conversioni incrociano ogni giorno il nostro cammino. Ma è difficile farne tesoro. La storia luminosa dei primi tempi del Movimento dei Focolari è nota, rivela la forza travolgente della tempesta d’amore che si è diffusa nella Chiesa e nel mondo. Fino al 2004, quando arriva una brusca frenata − ma tutti pensano che sarà provvisoria. Una storia così non può fermarsi: è troppo bella, forte, ricca di successi. Eppure, Chiara ammalata nel 2008 ci lascia. Sgomento.
E mentre procediamo a tentoni, nel 2015 si abbatte il capitolo degli “abusi”. Dieci anni dopo, fatichiamo a individuare eventi positivi nel nostro recente passato. La macchina sembra non potersi rimettere in moto, sospesa tra la necessità di riforme dolorose e il desiderio di tornare “alle origini”, ai tempi in cui tutto pareva avere una risposta.
Siamo fieri del nostro passato, ma meno del nostro presente, che pare non avere nome, né storia, restare ai margini della Grande Storia. Guardandoci allo specchio, ci scopriamo piccoli, fragili, poco capaci di vivere la Parola con l’intensità dei “primi tempi”, di raccontare le nostre esperienze, di essere fedeli alle nostre pratiche religiose… Il passato è troppo meraviglioso, la sua narrazione potente; il confronto non regge: quel passato ci affascina e ci schiaccia. Chi siamo noi, oggi?
Eppure quanta esperienza abbiamo accumulato, quanti progetti realizzati, persone conquistate, quante vite donate ancora oggi! Abbiamo imparato ad amare per primi − una vera bomba relazionale! −, a «mettere Gesù in mezzo a noi» (Mt 18.20), che ci dona una luce che la pedagogia della sinodalità potrebbe solo invidiarci. Abbiamo incontrato il volto di Gesù abbandonato, che ci dà la forza di andare oltre contrarietà, offese, fallimenti, tradimenti, perdite di senso.
Abbiamo generato comunità attorno a noi, insieme. E poi… abbiamo trovato un accesso diretto a Dio. Il nostro patrimonio è immenso, pur con gli errori, perché in ogni campo il buon grano cresce insieme alla zizzania. Non siamo perfetti e non lo siamo stati: abbiamo ferito persone lungo il cammino, ci siamo feriti reciprocamente, alcuni hanno sofferto molto. Eravamo sordi e ciechi, troppo proiettati verso la costruzione di un mondo unito che sembrava a portata di mano. L’attenzione è diventata tensione. Gli abusi ci hanno insegnato che il Movimento, la sua struttura, Chiara stessa e tanti altri non erano così perfetti come pensavamo.
È stato necessario rallentare, guardarci, scoprire che siamo fragili. Però qualche volta ci siamo spinti troppo lontano: siamo diventati, ai nostri occhi, dei carnefici, mentre in realtà eravamo solo umani, esseri limitati e mortali, caduti da un cielo che ci aveva abbagliati e inebriati.
Oggi è tempo di uscire dalla fascinazione − dei fatti e delle persone −, togliere ciò che nella nostra memoria è eccessivo per ritrovare un rapporto più sereno col passato, con la nostra storia comune, e accogliere il presente come il dono che è. E poi tornare a sognare il futuro, insieme.