Il teatro Sannazaro, che ha segnato la vita culturale di Napoli da quasi due secoli, da quando fu inaugurato nel 1874, lì dove c’era il chiostro di un grande convento di frati spagnoli, ora non c’è più e il fuoco che lo ha distrutto è diventato improvvisamente emblema di una cifra caratteristica della città: una costante provvisorietà mai sconfitta del tutto.
Quel teatro che ha accompagnato fino a ieri i drammi, i sospiri, le gioie spensierate dei cittadini, che ha sollecitato domande, ma anche risposte su un vivere segnato sovente da malessere e inquietudine, nascosti spesso sotto i fumi di una euforia spasmodica e teatrale, oggi nel suo annientamento parla al cuore della città per affermare che “nulla è per sempre”.
Ecco allora alzarsi nel fumo delle ceneri ancora calde l’ossessiva richiesta di una rinascita, di una ricostruzione di quel “tempio” che il fuoco ha distrutto: voci politiche, culturali, popolari a gran voce ne auspicano il ritorno. È l’umana certezza che alla sventura non resta che porre riparo con la forza indomita dell’uomo.

Fermoimmagine di un video che mostra fiamme e fumo salire dall’incendio che ha avvolto il teatro Sannazaro di via Chiaia a Napoli, 17 febbraio 2026. ANSA
Come e quando non è dato saperlo, ma oggi è l’anelito comune, perché Napoli si è svegliata all’alba del fatidico 18 febbraio 2026 afflitta e spaventata, ma nello stesso tempo ancora piena di coraggio, pronta ad affrontare con nuovo ardimento il domani.
Il Sannazaro, teatro culla di sogni e rocamboleschi destini, sede di sapienza antica e arguzia, di incontri ravvicinati tra melodie e drammi, di voci autorevoli destinate a segnare i destini delle “umani genti”, potrà risorgere dalla cenere per riapparire in una veste nuova come segno di una vita che non si arrende a quel fuoco che, mentre brucia, sembra quasi voler purificare un destino accidentato e tumultuoso fatto di luci e di ombre, oggi ancora più di ieri.
Un’eco di voci, dicevano, di sguardi, di cuori affranti che richiamano in vita chi ha “gridato” su quel palcoscenico la “festa” della rigenerazione della città, mai compiuta. Sono volti noti e amati: Viviani, Scarpetta, De Filippo, Eleonora Duse, Sarah Bernhard, Ruggero Ruggeri, Emma Grammatica, Luisa Conte, Nino Taranto e tanti, tanti altri, che in quel luogo magico hanno donato a piene mani la loro anima, evocati nella tragedia per ricordarci che l’arte feconda il vivere e trascende la caducità dell’essere, per proiettarlo lì dove alberga il senso più vero della vita umana.
Forte è la sensazione che proprio nel giorno della sua distruzione il Sannazaro sia già rinato nel cuore ferito di questa città che, nonostante i mali che l’affliggono, resiste ancora ai stravolgimenti della storia, alla criminalità organizzata che ha posto nei suoi anfratti postazioni di illegalità violenta, capace di ritrovare sempre nell’humus più profondo dell’animo umano quel briciolo di verità che le ha permesso di non soccombere.
Risuona ancora la speranza e il monito che Eduardo De Filippo lanciava sul palcoscenico del Sannazaro all’indomani della Grande guerra: «Adda passà ‘a nuttata». E quella voce, quelle parole sono stampate a fuoco nel cuore del popolo napoletano, che nonostante tutto non si arrende al malcostume.
Se «la cultura è vita», come scriveva Mario Pomilio, scrittore abbruzzese, ma divenuto profondamente napoletano, essa resta allora come unica speranza nello smarrimento e nell’apparente disfatta, nella certezza che sarà “la cultura” del popolo napoletano a far rinascere il nuovo Sannazaro.
