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Italia > Dibattiti

Il rischio di essere pacifinti. Dialogo con Enzo Sanfilippo

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Perché è ora il tempo di prendere sul serio l’obiezione di coscienza alla guerra che ha perso di efficacia con la sospensione della leva obbligatoria. Le scelte da compiere per non essere dei “pacifinti”. Seconda parte dell’intervista con Enzo Sanfilippo, co- responsabile della Comunità dell’Arca fondata da Lanza Del Vasto, discepolo italiano di Gandhi. Dall’impegno a Palermo per superare le condizioni disumane dei manicomi alla resistenza verso il potere pervasivo delle mafie.

 

Marcia della pace straordinaria che si è conclusa in piazza San Francesco ad Assisi, 10 Dicembre 2023. ANSA/GIANLUIGI BASILIETTI

Qui la prima parte dell’intervista.

Come si può rilanciare la difesa nonviolenta come proposta politica concreta? Abolire gli eserciti non è un messaggio incomprensibile in questo clima di paura e di guerre incombenti?

Il punto non è “abolire gli eserciti domani mattina”, ma costruire un’alternativa credibile.

So che gli amici del Movimento Nonviolento e della Rete Pace e Disarmo riproporranno a breve con un disegno di legge di iniziativa popolare l’istituzione di un Dipartimento per la Difesa Civile, mentre già da un paio d’anni l’Associazione Papa Giovanni XXIII ha lanciato una Campagna per un Ministero della Pace.

La nonviolenza non può limitarsi a quel “no”, pur fondamentale alle armi e alla guerra. Per essere credibile, deve diventare un “sì organizzato”: la costruzione attiva, intelligente e strutturata di alternative concrete. È la stessa logica dell’abolizione dei manicomi: non solo un “no” alla disumanità, ma un “sì” creativo e organizzato alla dignità, capace di sovvertire i simboli e l’indifferenza.

L’idea di una difesa civile nonviolenta può sembrare utopica, ma non più di quanto lo fossero, un tempo, la sanità o la scuola per tutti. Anche quelle sono state conquiste sociali nate da visioni ritenute irrealizzabili, che poi sono state tradotte in sistemi organizzati. Allo stesso modo, una difesa nonviolenta è un orizzonte possibile.

In un mondo che torna a investire in armi, la domanda decisiva rimane una sola: siamo disposti a pagare il prezzo non solo per dire “no” alla guerra, ma per organizzare, finanziare e costruire la pace?

Si tratta di un lungo cammino. Ma tutto ciò non contrasta con l’urgenza dei tempi?

Come ha detto recentemente papa Leone, parlando al corpo diplomatico, l’obiezione di coscienza non è un atto di disobbedienza, ma “un atto di obbedienza a sé stessi, al bene che ciascuno ritrova in sé stessi”.

La sfida odierna consiste nel trasformare questa irrinunciabile obbedienza interiore in responsabilità collettiva. E, se con tutta probabilità il Papa pensava agli obiettori dei paesi in conflitto, a maggior ragione noi che non lo siamo, almeno direttamente, siamo chiamati a costruire sin d’ora la Difesa non armata per trovarci preparati ad ogni eventualità. Si tratta di un esercizio non solo di etica, ma di immaginazione politica: il difficile ma necessario lavoro di costruire alternative istituzionali, credibili e finanziate, per difendere la comunità umana con pari dignità, ma senza armi.

L’obiezione dei giovani ad essere automaticamente potenziali arruolati dovrebbe essere accompagnata da altri gesti che tutti possiamo compiere: l’obiezione fiscale alle sperse militari, quella alle banche armate o alla produzione e al commercio di armi.

Secondo Daniele Menozzi, uno dei massimi storici dei rapporti su cristianesimo e guerra, la recente nota della Cei sull’educazione alla nonviolenza segna un passo importante per la Chiesa ma fino a quando non sarà diffusa la prassi nonviolenta nella società, non resta altra strada che l’uso delle armi per difendersi da un’aggressione. Una prospettiva di lunghissimo tempo. Ma realisticamente saremo mai pronti ad una difesa nonviolenta?

 Di certo occorre recuperare il tempo prezioso che abbiamo perso in questi anni nella mancata formazione alla cultura di pace di tanti giovani impegnati nel servizio civile. Per fortuna esistono in Italia esperienze che già sperimentano la presenza nonviolenta e non armata in zone di conflitto come Operazione Colomba che opera in Palestina, Colombia, Libano… Se poi nel 2012 il Comitato per lo studio della difesa nonviolenta non fosse stato chiuso, in nome del taglio dei costi, dal governo di Mario Monti, non saremmo certamente a questo punto. Abbiamo rinunciato a studiare e sperimentare forme di resistenza nonviolenta non solo dalle aggressioni esterne ma anche da quelle interne della criminalità organizzata e delle mafie.

 Ma è possibile proporre la resistenza nonviolenta davanti a questi poteri pervasivi che proprio in Sicilia hanno mostrato la forza militare fino all’uso sistematico del tritolo?

Innanzitutto, come suggerisce Johan Galtung, fondatore del Peace Research Institute di Oslo, la violenza non va analizzata solo nella sua parte visibile, che è solo la punta di un iceberg. Quando Falcone diceva che “la mafia non è un cancro”, intendeva dire che non è qualcosa di circoscrivibile, estirpabile dal corpo sano. La mafia è qualcosa che si diffonde, che permea nella sua cultura gli ambiti dell’economia, della politica, le culture familiari. Occorre perciò studiare il conflitto nella sua dimensione complessiva per capire poi dove mettere in crisi il sistema violento. Ma, individuato questo punto, dobbiamo ritornare alla coscienza. Lanza del Vasto diceva: «chi è il non violento? Quello che sta sempre zitto, quello che si astiene? No, Il non violento è colui che mira alla coscienza dell’avversario». Sembrerà strano, ma esistono dei casi in cui, anche in situazioni di grande sofferenza, è stato possibile toccare la coscienza di alcuni mafiosi. Ho lavorato in passato su questo tema e ho raccolto alcune testimonianze in questa direzione dove la pastorale della Chiesa può fare molto. Tra tante storie mi ha colpito quella della vedova di una guardia giurata che, vincendo le riserve, ha incontrato il killer del marito, un ragazzo che in tal modo ha avuto modo di esprimere il suo pentimento trovando poi la forza di collaborare ed essere inserito in un programma di recupero che gli sarebbe stato precluso da adulto. Ci sono alcuni casi, anche nelle storie di mafia, che possono innescare processi certamente graduali di cambiamento. La non violenza è una scelta interiore e non può ridursi a tattica. Se restiamo al livello strategico ci appare immediatamente più efficace la tattica militare.

Come puoi immaginare, non sembra proprio che verrà accolta la proposta che avete avanzato a fine 2025 a Catania di invitare tutte le associazioni promotrici della marcia della pace ad agire collettivamente invitando i giovani che compiono 17 a chiedere ai loro sindaci di essere annotati già da ora come obiettori di coscienza nelle liste di leva, dichiarando la propria disponibilità a formarsi ai metodi nonviolenti. Cosa vi spinge a insistere? 

A dire il vero abbiamo avuto riscontri incoraggianti dalle varie realtà presenti a Catania.  Sono una persona che, nonostante tutto, crede che sia possibile vedere, anche se graduali, dei cambiamenti possibile nella storia. Ma consentimi una domanda: Non è che i nostri movimenti abbiano perso il contatto proprio con quella generazione? Se questi giovani fossero stanchi di vuoi proclami pacifisti e non aspettassero altro che proposte concrete per dare voce al desiderio di pace che hanno dentro? Se non ripartiamo da questo movimento etico intergenerazionale di opposizione alla guerra, non vedo altra alternativa che il disastro e la catastrofe. Se non si è capaci di sostenere e proporre la resistenza nonviolenta, allora hanno ragione coloro che ci definiscono “pacifinti”. Se non riusciamo a dare corpo alle nostre idee l’accusa di buonismo è del tutto legittima

 

 

 

 

 

 

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