Oggi è il petrolio venezuelano, domani potrebbero essere gas, oro, uranio o litio africani a diventare pretesto di attacchi. A questo ritmo, la forza rischia di sostituire definitivamente la legge come strumento di trasferimento di ricchezza, o addirittura di trasformarsi in un atto notarile di saccheggio dei paesi più deboli. In realtà, la cattura e il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte di Washington ha creato il panico in Africa. Osservatori e analisti lo vedono come una pericolosa recrudescenza dell’imperialismo che potrebbe colpire qualsiasi paese africano.
Tra una ferma condanna dell’unilateralismo e cauti appelli al dialogo, l’Africa esprime il suo timore per l’emergere di un nuovo ordine mondiale in cui la sovranità degli Stati è appesa a un filo. L’Unione Africana (Ua) non ha condannato direttamente l’azione militare statunitense in Venezuela, ma ha piuttosto espresso un chiaro richiamo ai princìpi. L’organizzazione ha ribadito il suo “incrollabile impegno” nei confronti dei princìpi fondamentali del diritto internazionale, in particolare il rispetto della sovranità degli Stati, della loro integrità territoriale e del diritto dei popoli all’autodeterminazione, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Ua ha sottolineato l’importanza del dialogo, della risoluzione pacifica delle controversie e del rispetto dei quadri costituzionali e istituzionali, in uno spirito di buon vicinato, cooperazione e coesistenza pacifica tra le nazioni. Esprimendo la propria solidarietà al popolo venezuelano, l’Ua ha ribadito il suo impegno a promuovere la pace, la stabilità e il rispetto reciproco tra nazioni e regioni.
Ma ci sono anche paesi come il Ghana e il Sudafrica che non utilizzano mezzi termini. Infatti, il governo ghanese ha annunciato la sua ferma condanna dell’intervento militare “unilaterale e non autorizzato” condotto dagli Stati Uniti in Venezuela. In una dichiarazione, il Ministero degli Affari esteri ghanese ha espresso la sua “profonda preoccupazione“. Accra considera questo intervento una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e della sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica del Venezuela, ribadendo la sua categorica opposizione all’uso della forza. Il governo ghanese dichiara di monitorare attentamente la situazione, avvertendo che qualsiasi tentativo di occupare il territorio di uno Stato o di assumere il controllo esterno delle risorse naturali di un Paese rappresenta un grave rischio per la pace e la stabilità globali.

Proteste contro Donald Trump, presidente degli USA; per l’intervento contro il presidente venezuelano Maduro. Ansa, EPA/JEON HEON-KYUN
Il Sudafrica è stato tra i primi governi a reagire all’annuncio della cattura di Nicolas Maduro, in particolare chiedendo una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza. «La storia ha ripetutamente dimostrato che le invasioni militari contro Stati sovrani producono solo instabilità e aggravano le crisi», secondo Pretoria, che ritiene inoltre che «l’uso illegale e unilaterale della forza […] comprometta la stabilità dell’ordine internazionale». L’operazione militare statunitense è stata descritta dalla stampa sudafricana come un «atto di aggressione imperialista». Ricordiamo che le relazioni tra Washington e Pretoria sono diventate tese dall’insediamento del secondo mandato dell’amministrazione Trump. I disaccordi sui cambiamenti climatici, sull’Organizzazione mondiale del commercio e sulla riforma della governance globale hanno alimentato un clima di sfiducia.
La Namibia ha fatto eco a questo sentimento, esprimendo il suo “profondo shock” per la «violazione della sovranità del Venezuela e del diritto internazionale» e riaffermando la sua «solidarietà» con il Venezuela, basata su «una storia condivisa di lotta anticoloniale per l’autodeterminazione e l’indipendenza». La Namibia ha dichiarato il suo sostegno a tutte le iniziative multilaterali volte a garantire il rispetto del diritto internazionale e della sovranità delle nazioni. Anche il Senegal ha espresso la sua solidarietà al Venezuela. La Somalia, invece, ha espresso un cauto sostegno agli Usa, ritenendo che la cattura del leader venezuelano possa contribuire a un pacifico trasferimento di potere nel Paese. Le reazioni, oltre le parole, riflettono un timore più ampio per la normalizzazione di pratiche unilaterali che potrebbero indebolire l’ordine internazionale basato su queste regole.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha recentemente dichiarato: «Quello che è successo a Maduro potrebbe succedere ad altri». Il segnale inviato è chiaro e disastroso: la sovranità nazionale non è più un principio inviolabile, ma una concessione revocabile, e il diritto internazionale uno strumento a geometria variabile. L’intervento americano in Venezuela segna il ritorno di un potere duro e brutale che preoccupa il continente africano, e in particolare la Repubblica Democratica del Congo (RdC). Il Congo è, infatti, impegnato con la mediazione di Washington in un delicato processo di pace con il Ruanda, sullo sfondo di un accordo economico senza precedenti: la «sicurezza per i minerali». Come il Venezuela con le sue enormi riserve petrolifere, la RdC è ricca di minerali essenziali (cassiterite, tungsteno, coltan) per il settore tecnologico. Queste risorse naturali alimentano le ambizioni di Washington nella sua guerra economica e tecnologica con Pechino.
In quanto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la RdC potrebbe essere chiamata a votare sulla cattura e l’esfiltrazione del presidente venezuelano. Il paese si trova in una posizione delicata, ed è difficile immaginare che Kinshasa condanni la presa di potere degli Stati Uniti, dato che il governo congolese fa molto affidamento su Washington per far rispettare l’accordo di pace con il Ruanda. Vale la pena ricordare che gli Stati Uniti dovrebbero mediare la pace nell’est del paese, nel conflitto tra i ribelli dell’Afc/M23, sostenuti dal Ruanda, e Kinshasa, e per l’accesso preferenziale ai minerali per le aziende americane.
Tuttavia, i capi di stato africani, anche i più autoritari, hanno ancora più motivi per mantenere la calma, poiché l’esperienza dimostra che le grandi potenze non rovesciano i leader a causa della natura autoritaria dei loro regimi, ma solo quando diventano politicamente scomodi, strategicamente importanti e diplomaticamente isolati, come nel caso di Nicolas Maduro.