Da mesi la tensione ai confini fra Pakistan e Afghanistan è entrata in una escalation preoccupante. Islamabad accusava la leadership del gruppo militante Ttp (i talebani pakistani) di usare l’Afghanistan come rifugio sicuro. Kabul negava e contro-accusava il Pakistan di ospitare combattenti dello Stato Islamico. Il Ttp, un insieme di gruppi militanti attivi formatosi nel 2007, aveva combattuto a fianco dei talebani afghani contro le forze guidate dagli Stati Uniti. Negli anni ha attaccato mercati, moschee, aeroporti ed è stato l’artefice dell’attacco all’allora studentessa Malala Yusaafzai, Premio Nobel per la pace. Diverse operazioni militari avevano parzialmente ridotto gli attacchi fino a pochi anni fa. Poi le rappresaglie sul confine segnato dal Khyber Pass sono riprese riaccendendo l’ostilità fra i due Paesi.
Ora «la pazienza ha raggiunto il limite», afferma il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, e «con l’Afghanistan è guerra aperta». Le forze armate pakistane hanno lanciato l’operazione Ghazab lil-Haq, definita dal ministro federale dell’Informazione Attaullah Tarar la «risposta agli attacchi afghani non provocati del regime talebano lungo il confine, che hanno provocato l’uccisione di 133 talebani e il ferimento di oltre 200». Fonti della sicurezza hanno affermato che le forze armate pakistane hanno distrutto diverse postazioni chiave dei talebani afghani. L’aeronautica militare pakistana ha condotto attacchi anche a Kandahar, Kabul e Paktia e ha distrutto installazioni militari del regime talebano. Pare che 27 postazioni afghane siano state distrutte e 9 catturate. Dopo l’azione decisiva del Pakistan, i talebani afghani avrebbero issato bandiere bianche in più posizioni.
Preoccupante la ferma presa di posizione del governo pakistano. Il presidente Asif Ali Zardari ha avvertito che chiunque scambi la ricerca della pace da parte del Pakistan per debolezza dovrà affrontare una risposta forte, globale e decisiva, sottolineando che nessuno sarà al di fuori della portata delle forze armate del Paese. E il primo ministro Shehbaz Sharif rincara: «In questo caso non ci sarebbe alcun compromesso sulla difesa del Paese e ogni atto di aggressione incontrerebbe una risposta ferma e adeguata. Le nostre truppe hanno tutte le capacità necessarie per schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva».
Mentre i quotidiani pakistani danno ampio spazio alla notizia, su quelli afghani vi è riservato uno spazio esiguo. Il portavoce dell’Emirato islamico Zabihullah Mujahid ha condannato i recenti attacchi aerei del regime militare pakistano e ha affermato che la protezione del popolo afghano resta la massima priorità del governo, sottolineando che «la vendetta per tale crimine è inevitabile». Ha inoltre nuovamente respinto le affermazioni del Pakistan sulla presenza di miliziani del Ttp all’interno dell’Afghanistan, affermando che il gruppo non ha centri organizzati nel Paese. Secondo Mujahid, alcuni ambienti militari in Pakistan usano tali accuse come pretesto per prendere di mira i civili afghani e perseguire «una nuova strategia militare volta a destabilizzare la regione e creare tensione tra i due Paesi agli occhi delle potenze straniere» e «nascondere così i propri fallimenti».
L’analisi sulle complicate ragioni storiche, economiche, sociali sulle quali si fondano le ostilità, lascia spazio ad una concreta e allarmante preoccupazione per la crisi umanitaria già in atto. Impossibile immaginare le conseguenze devastanti di un conflitto del genere sulla popolazione dei due Paesi, già duramente provati da insicurezza, povertà e immani problemi economici. E si pensa soprattutto all’Afghanistan la cui popolazione, ormai da anni è privata dei diritti fondamentali e vive sotto la soglia di povertà. L’Iran si è offerto di mediare. La speranza è che si attivi la comunità internazionale per evitare un’ennesima catastrofe umanitaria.
