Il Paese che non c’è

La sottile striscia di terra tra Moldova e Ucraina è riconosciuta solo da Mosca. Il vetero-sovietismo e la necessità di ritrovare i legami con la madre patria.
Transnistria
Viaggio verso la Transnistria con Galina, assistente sociale, e Irina, che invece lavora alla Caritas. La campagna appare trascurata, i villaggi in decadenza, spesso abbandonati dagli abitanti emigrati altrove. Le due donne mi decantano il passato della regione, la Bessarabia visitata persino da Ovidio. Ma ammettono che Roma qui relegava gli sbandati.

Alla frontiera i controlli sono ferrei, ma il visto non viene apposto sul passaporto, altrimenti non sarebbe più valido in Moldova. Le insegne falce e martello campeggiano ovunque, i contadini spingono carretti carichi di uva e le auto difettano. Tutto pare tornato indietro, all’epoca sovietica. Cambia anche la pubblicità, qui molto più retrò e morigerata. Pare d’essere caduti in un film d’antan. Ed ecco il grande stadio di Tiraspol, la cui squadra di calcio è campione… di Moldova! L’ennesima contraddizione. Davanti al Parlamento svetta un Lenin di marmo rosso.

 

Gli ex-sovietici

 

Da quando ne avevo sentito parlare, cioè circa sei anni fa, nel mio deposito mentale mi ero riproposto di visitare la Transnistria. Così oggi mi trovo sulla strada per Tiraspol, la capitale dello “Stato” della Transnistria, sottilissima striscia di terra di circa tremila chilometri quadrati e 400 mila abitanti (quasi la metà all’estero) che separa la Moldova dall’Ucraina, a 76 chilometri da Chişinau e a 102 da Odessa. Un’entità unica nel panorama geopolitico europeo, ma assai vicino agli staterelli, tutti caucasici, che l’hanno riconosciuta: Abcasia, Ossezia meridionale e Nagorno-Karabakh. Bozzoli di entità statali che approvano altri bozzoli, quasi per reciproco conforto. Unica eccezione, la Russia.

Cos’ha d’interessante la Transnistria? È un Paese povero, afflitto da cronica scarsezza d’elettricità, con un’agricoltura rudimentale, tante fabbriche ormai chiuse, come quelle che scorgo nel centro della capitale. La popolazione giovane è alla sola ricerca di espatrio, e l’economia si regge sulle rimesse degli emigrati.

La Transnistria è un’entità nata in seguito alla guerra che fece alcune centinaia di morti nel 1991. Una regione che ha fatto della fedeltà al comunismo e alla Russia il proprio dover essere. Non a caso nella via principale di Tiraspol, di fronte al monumento che ricorda la vittoria sui moldavi – un carro armato, manco a dirlo –, si ammira una gigantografia dell’ultimo incontro tra il presidente russo Medvedev e quello locale, Smirnoff. Tutto è come ai tempi del comunismo: architettura e monumenti, retorica delle foto e la povertà poco dignitosa delle periferie.

Una pubblicistica assai sviluppata in Occidente vuole che la Transnistria sia il concentrato di tutte le perversioni del continente. Così sarebbe l’alloggio privilegiato delle cosche mafiose russe; uno snodo del traffico di armi e di segreti militari frutto del disfacimento dell’impero sovietico; persino il centro di smistamento della prostituzione esteuropea. Mi attendevo quindi di trovare poco meno che uno Stato anarchico, in preda alle peggiori delinquenze e depravazioni. E invece no.

 

Nostalgia e serietà

 

È vero, lo “Stato” della Transnistria è marchiato da un chiaro trasporto nostalgico e la miseria c’è, oltre i paraventi del centro della città. Ma è anche vero che tutte queste colpe sembrano eccessive: la gente è accogliente e aperta allo straniero, povera ma degna. E le auto non sono tutte rubate, e l’estetica del mobilio urbano non è poi così desueta e le mafie, se pur esistono, non hanno visibilità e onnipotenza.

Insomma, la Transnistria pare coagulare interessi convergenti negativi (no alla Moldova, no alla Romania e no all’Ucraina) più che positivi (sì alla continuazione della sovieticità, sì allo sviluppo della malavita). Nei fatti, opera come uno Stato, coi suoi ministeri e le sue amministrazioni, ma patisce l’isolamento: il treno Chişinau-Kiev non funziona più; le strade sono malmesse, il commercio è diminuito, i telefoni analogici per lungo tempo sono stati interrotti e quelli cellulari funzionano grazie alle compagnie estere, l’edilizia s’è quasi fermata… Ma la gente sorride, riesce ancora a farlo.

L’identità della Transnistria? «Avere due passaporti – risponde un uomo d’affari –, ed essere pratici e rapidi: se non si arriva al proprio scopo in un modo, ce ne sarà un altro». E un pope ortodosso, Vladimir, mi conferma che «la gente vuole vivere, ma la politica glielo impedisce. Allora bisogna cercare di vivere senza la politica».

 

Padre Piotr

 

È un religioso dehoniano polacco, padre Piotr Kuszman, da sette anni a Tiraspol, dopo otto trascorsi nel Nord della Transnistria. Mi mostra la parrocchia in costruzione: la chiesa vera e propria, il presbiterio, la casa parrocchiale e il centro sociale, il tutto finanziato da alcune organizzazioni caritative tedesche. «Sono arrivato nel paesello di Raskov nel 1994 – attacca padre Piotr –, trovando una situazione difficilissima. La gente era quasi alla miseria, l’elettricità mancava quasi sempre. Vidi una lunga fila di persone in attesa del pane. Vedendomi, si indispettirono, perché per loro ero solo un’ulteriore bocca da sfamare. Meno male che le patate non mancavano».

La prova maggiore venne però all’inverno successivo, per il freddo pungente: non c’era legna ed elettricità, i sanitari erano stati divelti, l’acqua gelava dentro casa e le pareti erano fatte così male che non proteggevano dalle temperature polari. Per giunta la chiesa era distrutta…

«La situazione sociale in Transnistria non è facile – continua –: le infrastrutture sono precarie, le merci subiscono un dazio del 100 per cento e c’è non poca burocrazia. Con la Caritas, ad esempio, stiamo portando avanti il progetto di un centro per bambini sfavoriti, la Casa Petruska, ma ogni giorno si presenta un problema nuovo. Come quando bloccarono il centro perché, secondo la legge, servivano otto persone per lavare i piatti!».

Mafie? Padre Piotr d’improvviso cambia tono e stigmatizza la categoria dei giornalisti. Poi si scusa: «La situazione della nostra regione viene descritta dai cronisti di tutto il mondo a tinte fosche, in modo assolutamente non obiettivo. Secondo tanti di loro questo Paese sarebbe un concentrato di delinquenti e mafiosi. Non è vero. Come in Italia, dove i giornalisti dipingono tutti i rumeni come stupratori, o in Austria dove la stessa sorte è riservata ai moldavi! Qui c’è gente più buona e accogliente che in Polonia».

E allora, parliamo delle qualità della gente di Transnistria: «Sono spontanei, aperti, accoglienti. Mi hanno sempre aiutato quando ero nel bisogno. Anche qui, però, arriva il processo di europeizzazione meno positivo, quello del consumismo, del materialismo e del relativismo, che porta ad attaccarsi alle cose: la cultura del consumo ha un fascino indubbio, soprattutto sui giovani».

Parliamo della Chiesa cattolica. «Un piccolo gregge, ovviamente, con cinque parrocchie e due comunità senza prete, meno del due per cento della popolazione. Le relazioni tra cattolici e ortodossi sono positive, nonostante qualche problema, grazie soprattutto agli ottimi rapporti tra il vescovo di Chişinau, mons. Coşa, e il metropolita Justinian».

Futuro? «Non c’è una tradizione cattolica radicata nella popolazione, e anche quella ortodossa è stata colpita duramente dal comunismo. È quindi una lotta continua. Come trasmettere i valori cristiani alla gente? Bisogna voler bene alle persone, ad una ad una. Ma viene poi la gioia di vedere la comunità crescere. In qualche modo sto rivivendo le esperienze dei primi cristiani. Inviterei veramente i cattolici occidentali che non sanno più cosa sia una vera comunità cristiana a venire qui da noi, dove la solidarietà non è un optional, dove ci si conosce, ci si aiuta, ci si ama reciprocamente».

 

Transnistria in cifre

 

Indipendenza 2 settembre 1990

Capoluogo Tiraspol, 159.163 ab.

Superficie 3.567 km²

Abitanti 555.500 (2004)

Pil 420 milioni Usd

Pil procapite 662 Usd

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