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Italia > Società

Il pacchetto sicurezza del governo Meloni, cosa cambia in concreto?

di Orazio Moscatello

- Fonte: Città Nuova

I punti principali delle nuove misure governative  che hanno  introdotto 14 nuovi reati e 9 circostanze aggravanti. Le critiche di esperti e giuristi sulla violazione dei principi costituzionali

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con i presidenti di Camera e Senato. alla cerimonia della Polizia di Stato. ANSA/ETTORE FERRARI

Dopo gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, il governo Meloni ha varato il nuovo pacchetto sicurezza, una serie di misure che introducono nuove multe e norme sulle manifestazioni di piazza e per il contrasto alla delinquenza giovanile. Vediamo che cosa cambia davvero con la stretta pensata dal centrodestra e firmata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Fermo preventivo e divieti nelle manifestazioni pubbliche

Il decreto sicurezza, approvato in Consiglio dei ministri giovedì 5 febbraio, introduce il fermo di prevenzione di 12 ore – circoscritto e condizionato alle comunicazioni immediate al pubblico ministero – nei confronti delle persone ritenute pericolose ai cortei. L’obiettivo della misura è quello di prevenire gli scontri alle manifestazioni. Gli agenti di polizia possono quindi accompagnare le persone sospettate nei propri uffici e trattenerle per accertamenti se c’è un “fondato motivo”. Il fermo di prevenzione deve essere giustificato sulla base di circostanze concrete – “tempo” e “luogo” – ed elementi come il possesso di armi, l’utilizzo di petardi o caschi o precedenti penali per reati con violenza commessi durante altre manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni.

Il provvedimento prevede che nel caso di alcuni reati gravi un giudice possa disporre il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti in luogo pubblico. La misura si applica a chi ha una condanna di primo grado per reati di terrorismo, danneggiamento, devastazione e saccheggio, lesioni, attentato alla sicurezza dei trasporti, violenza o minaccia a pubblico ufficiale o a corpo politico, strage, incendio doloso, omicidi.

Registro degli indagati e cause di giustificazione (norma sul cosiddetto “scudo penale”)

Il decreto introduce quello che è stato definito nei giorni scorsi uno “scudo penale”, una norma che era stata pensata per le forze dell’ordine ma che sarà valida per chiunque agisca per una “causa di giustificazione”. La misura impedisce l’iscrizione automatica nel registro degli indagati da parte del pubblico ministero. In particolare nei casi di “legittima difesa”, “adempimento di un dovere” e “stato di necessità” il pm “non iscrive il soggetto nel registro delle notizie di reato, ma effettua un’annotazione preliminare in un modello separato”, spiega il comunicato di Palazzo Chigi diffuso al termine del Consiglio dei ministri in cui è stato approvato il provvedimento. Il soggetto gode comunque delle garanzie e dei diritti dell’indagato. Il P.M. ha 120 giorni per svolgere gli accertamenti necessari (più 30 per la richiesta di archiviazione) e l’iscrizione nel registro degli indagati scatta solo se è necessario svolgere un atto di indagine con le garanzie dell’incidente probatorio). Inoltre è garantita la tutela legale per il personale delle Forze di Polizia, delle Forze Armate e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

Stretta su armi e coltelli

Il provvedimento del governo Meloni introduce una serie di stop che riguardano l’utilizzo dei coltelli.  Il decreto, nel suo art. 1, modifica in modo significativo la  legge 110/1975: portare fuori casa lame affilate o appuntite superiori a 8 cm diventa reato punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni; la stessa pena si applica alle lame “tipizzate”, come coltelli pieghevoli ≥5 cm con meccanismi di blocco, coltelli a farfalla o lame camuffate. Sono inoltre previste sanzioni amministrative accessorie, fino alla sospensione di patente e porto d’armi, applicabili dal prefetto. Una particolare attenzione è riservata ai minori: se un under 18 commette uno dei reati legati al porto di armi bianche, il genitore può essere sanzionato da 200 a 1.000 euro. Il decreto vieta inoltre la vendita ai minori di strumenti da punta o taglio, imponendo l’obbligo di verificare la maggiore età, anche sull’e commerce, con possibili blocchi dei siti inadempienti da parte di Agcom.

 Misure contro la violenza giovanile

Il provvedimento amplia i casi in cui può essere disposto l’ammonimento del questore, includendo reati come lesioni, rissa, minaccia e violenza privata quando commessi con armi o strumenti atti a offendere. In caso di reiterazione dopo l’ammonimento, scattano sanzioni ai genitori analoghe a quelle previste per l’uso dei coltelli.

Il provvedimento consente ai prefetti di determinare le cosiddette “zone rosse”, cioè “specifiche zone a vigilanza rafforzata” caratterizzate da ripetuti episodi di illegalità. Le zone possono essere individuate per un periodo massimo di 6 mesi, rinnovabili anche più volte ma fino al limite di 18 mesi. In queste aree è disposto l’allontanamento – il daspo urbano – di persone denunciate negli ultimi cinque anni per specifici delitti e con condotte che minacciano la sicurezza o la fruizione degli spazi pubblici. Il daspo urbano è esteso pure alle aree interne e pertinenze di stazioni ferroviarie, aeroporti, porti e mezzi di trasporto pubblico locale per chi assume comportamenti violenti, minacciosi o molesti. Il divieto di accesso alle “zone rosse” si applica anche ai minori di 14 anni, denunciati e condannati negli ultimi cinque anni sia per reati commessi durante le manifestazioni che per quelli relativi all’ordine pubblico e alle armi.

Le critiche al pacchetto sicurezza varato dal governo

Secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, lo sprint del governo sul pacchetto sicurezza è stato determinato anche dagli scontri di Torino. «Quello che abbiamo visto l’altro giorno probabilmente ha accelerato, o forse anche determinato, una serie di norme che forse non sarebbero state fatte e che comunque saranno soggette al vaglio del Parlamento», ha spiegato il guardasigilli.

Ma il decreto che di fatto ha introdotto 14 nuovi reati e 9 circostanze aggravanti, tra cui l’occupazione abusiva di immobili e il blocco stradale, con pene severe per chi commette reati vicino a stazioni o metropolitane,  si è attirato non poche critiche soprattutto perché attraverso le nuove misure si cerca di trovare soluzioni in materia di pubblica sicurezza percorrendo esclusivamente la strada dell’inasprimento delle sanzioni.

Le critiche, pienamente condivisibili, che provengono da più parti, si concentrano su diversi aspetti: Prima di tutto sul piano della violazione dei diritti civili.

Molti esperti e giuristi hanno denunciato che le nuove norme sono eccessivamente repressive e violano principi costituzionali come la proporzionalità e la presunzione di innocenza. Le pene per reati minori sono considerate sproporzionate e punitive.

In secondo luogo sul piano del metodo legislativo che ha portato all’approvazione delle norme in materia di pubblica sicurezza.   L’approvazione del decreto tramite un processo di decretazione d’urgenza è stata vista come un “bypass” del dibattito parlamentare, minando l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Questo metodo ha sollevato preoccupazioni sulla trasparenza e sull’adeguatezza del processo legislativo.

Infine non sono mancate le critiche da associazione e magistrati. L’Associazione nazionale magistrati ha espresso preoccupazione riguardo all’incostituzionalità di alcune disposizione e ha chiesto correttivi per evitare un uso simbolico del diritto penale. Le nuove norme sono state criticate, a ragion veduta, per non affrontare adeguatamente le problematiche sociali sottostanti, come la marginalità e la povertà.

 

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