Sfoglia la rivista
1 9 5 6 A N N I 2 0 2 6

Storie > Testimonianza

Il non vedente che sapeva “guardare” nei cuori

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Ricordando don Raffaele Alterio, una vita trascorsa “al buio” eppure piena di luce

Don Raffaele Alterio. Fonte: Oreste Paliotti.

Agli inizi degli anni ’70 i miei studi ginnasiali e liceali a Napoli non erano stati dei più felici. In parte ciò dipendeva dall’essere io eccessivamente timido e carente in alcune materie, ma anche da professori spesso incapaci di farsi amare dagli alunni, alcuni dei quali interessati più a opprimere i tranquilli che ad apprendere (oggi rientrerebbero nella categoria dei “bulli”). Dio, però, nel purgatorio che era diventata per me la IIIB, aveva inviato degli “angeli custodi”: due-tre compagni impegnati nell’Azione cattolica, che io frequentavo anche fuori dall’ambito scolastico: per me un punto di riferimento importante, dei modelli da seguire. Da loro ricevetti la spinta a leggere i Vangeli, imparai un altro stile di vita.

Uno di loro, Gianni, della parrocchia di Sant’Alfonso de’ Liguori (nelle vicinanze di piazza Carlo III), era amico del nuovo viceparroco: un giovane prete che il 16 luglio 1960, nel celebrare la sua prima messa, aveva costatato l’aggravarsi dei suoi disturbi alla vista ed ora era completamente cieco. Per muoversi fuori della chiesa, don Raffaele Alterio – per tutti don Raf – doveva sempre fare affidamento a qualcuno. Fu così che in un indefinito giorno del 1965 si fece accompagnare proprio da Gianni in piazza Muzii, sul Vomero, dove abitavano i focolarini: da tempo desiderava conoscerli.

Sia per il giovane prete che il per mio amico quell’incontro con dei laici “uniti nel nome di Gesù” secondo la spiritualità focolarina, segnò un nuovo inizio nell’itinerario verso Dio. Gianni coinvolse poi i suoi due fratelli, la sorella e gli stessi genitori, come pure me e i compagni di classe di più stretta amicizia. In seguito don Raf invitò due focolarini, Salvatore e Turi, a esporre la nuova spiritualità alla sua comunità parrocchiale. Ci si aspettava da quei laici un discorso e invece ciò che si ascoltò era vita, era Vangelo vissuto. I semi gettati quella volta trovarono diversi terreni atti a fruttificare.

Poiché celebrare la messa richiedeva nel suo caso la costante presenza di un assistente, il meglio delle sue energie veniva speso nell’amministrare il sacramento della riconciliazione. Debitore anch’io a don Raf in quanto primo anello del mio nuovo percorso di vita, di solito andavo a confessarmi da lui. Quelle volte, non solo dovevo vincere la mia solita timidezza. ma anche l’imbarazzo di aprirmi ad un sacerdote non vedente, che tuttavia sembrava scrutarmi da dietro gli occhiali scuri. Ricordo la sua partecipazione attenta alle mie esitazioni nel dire, ai miei silenzi. Quando poi toccava a lui parlare con voce calda e profonda, di solito accompagnava i suoi consigli “confessandosi” a sua volta col racconto delle proprie disavventure dovute alla cecità: erano episodi divertenti che lui definiva gaffes, quasi un invito a non farsi bloccare dai limiti umani. E questo con tutti: immedesimato con chi penava a causa di miserie e fragilità, con un sorriso che assicurava la misericordia del Padre restituiva pace e forza per ricominciare nella gioia un cammino diverso. Non tralasciava neppure di far visita nelle loro case a infermi o a chi sapeva nel crogiuolo di una crisi (in quegli anni di contestazione anche nella Chiesa, non pochi dei “rianimati” in quegli incontri fraterni erano sacerdoti come lui).

Don Raffaele Alterio. Fonte: Oreste Paliotti.

Non era stato sempre così. Il buio perenne in cui ormai trascorreva l’esistenza, benché addolcita dall’assistenza amorevole della madre, aveva rappresentato inizialmente una vera tragedia per quel giovane prete desideroso di spendersi per Dio e per le “anime”, e che mai aveva dubitato della strada intrapresa. Costatata l’inutilità di ogni cura e costretto a rinunciare agli studi di pedagogia e psicologia ai quali teneva tanto, quasi per compensare la sua menomazione si era lanciato in un attivismo esasperato: catechesi, visite alle famiglie, assistenza ai poveri, campeggi e feste per i giovani…Per non essere di peso agli altri, si era sforzato di rendere di più di ciò che poteva, non senza danno per la salute e con nell’anima un più profondo senso di vuoto e di fallimento. Solo l’incontro col carisma dell’unità gli aveva fornito “occhi nuovi”, rivelandogli nell’abbandono di Cristo, sintesi di ogni dolore, l’abisso di un amore capace di trasformare ogni negativo in luce. Letta in quella prospettiva, la sua stessa cecità da limite si rivelava un’opportunità. Così don Raf aveva trovato una libertà che desiderava condividere con chiunque, non soltanto con i suoi penitenti.

Per anni quel pretino che nel confessionale sembrava ancora più piccolo (non penso superasse un metro e sessanta di altezza) avrebbe dedicato a questo servizio tante ore al giorno, quasi emulo del santo Curato d’Ars o del venerabile don Placido Baccher nella Napoli dell’800. La mattina e la sera il suo posto era là, mentre spesso chi a lui ricorreva doveva fare pazientemente la fila per potersi confessare.

Nel 1973 le circostanze permisero a don Raf di realizzare presso la parrocchia di San Gennaro al Vomero un suo grande sogno: andare vivere con altri preti in un focolare sacerdotale, rendendo possibile col vicendevole amore ciò che aveva sperimentato tanti anni prima dai focolarini di piazza Muzii: la mistica presenza di Gesù fra i suoi. Più tardi trasferito a Casavatore, nell’hinterland napoletano, nel focolare sacerdotale presso la parrocchia di Gesù Cristo Lavoratore continuò ad essere costruttore con gli altri dello stesso spirito di famiglia. Vi ritrovò con grande gioia Lucio Lemmo, conosciuto anni prima da seminarista ed ora vescovo ausiliare di Napoli.

Don Raffaele Alterio. Fonte: Oreste Paliotti.

Ormai di esperienze, scritti e anche poesie (che poi erano altrettante esperienze) ne aveva accumulati in numero sufficiente a scrivere più di un libro, sì da condividere con una cerchia anche più ampia il proprio percorso spirituale. Prima di concludere la sua intensa giornata terrena nel 2021 a 87 anni, 61 dei quali dedicati alla missione di pastore, don Raf arrivò a pubblicarne tre, tutti editi da Città Nuova: Cinquant’anni di luce (2010); La pienezza della gioia. Un prete non vedente si racconta (2013); Ogni giorno il mio sì…ed è tutto più bello e sempre più nuovo (2016).

Il primo testo, una raccolta poetica in versi sciolti, vuol essere l’itinerario confidenziale e fraterno della sua vocazione svoltasi tra la nebbia incombente sulle sue pupille e la crescita interiore di una luce superiore, che sostituendo quella degli occhi, finì per arricchirlo di un tesoro di insospettata preziosità. Eccone un assaggio: […] Son cadute ormai le scaglie, ecco allor che io “ci vedo”./Fulge in me radioso il sole,/è passata la mia notte. […] Tutto parla e dice: Amore./Se sto in casa oppure in chiesa/o per strada o in altro ambiente,/più non faccio differenza./È la luce dentro me/che mi ha dato occhi “nuovi”.

Nel secondo testo, raggiunto ormai il cinquantesimo anno di vita sacerdotale, don Raf ripercorre la sua storia: «una vita felice, gioiosa, pienamente realizzata nonostante la sua forte disabilità e spiritualmente feconda, che acquista nuovo slancio vitale con la conoscenza e l’adesione alla spiritualità del Movimento dei focolari. È la testimonianza di una evangelizzazione, frutto prima di tutto dell’essere più del fare» (dalla prefaz. del card. Crescenzio Sepe).

Nei due precedenti come nel terzo, basato sull’evento evangelico dell’Annunciazione a Maria – la “tutta bella”, che col suo “fiat” incondizionato ha fatto sì che il Cielo potesse fecondare la terra e inondarla di bellezza –, don Raf accompagna il lettore alla visione della Luce vera in ogni momento dell’esistenza, tra le difficoltà del quotidiano. Da vero “bambino evangelico”, la sua preferenza va ai più piccoli che amano i giochi e sanno comprendere più degli adulti, a differenza di un’umanità dagli “occhi spenti”, persa in una ricerca di senso non orientata alla gioia di Gesù.

Concludo questi ricordi con le sue ultime parole, raccolte poco prima di morire da don Peppino Gambardella del focolare sacerdotale di Pomigliano d’Arco: «Di’…che essere famiglia è l’unica cosa che resta».

Riproduzione riservata ©

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile e
i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni:
rete@cittanuova.it

Esplora di più su queste parole chiave
Condividi

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876