Lettore vorace già verso i 10 anni, durante una vacanza avevo trovato nella soffitta della casa dove ero ospitato una valigia zeppa di romanzi gialli e di fantascienza: la scoperta di due nuovi generi letterari di cui approfittai largamente. Qualche estate fa, invece, sempre a caccia di libri, ho scoperto nella biblioteca di mia zia la serie (incompleta) di Fantômas, l’inafferrabile ladro e omicida protagonista anche di numerosi film e serie televisive. Autori di questo fortunato ciclo Pierre Souvestre e Marcel Allain, il cui metodo di lavoro – si alternavano nello scrivere i capitoli, amalgamati in una revisione successiva – permise loro di produrre nell’arco di un biennio, per l’editore Fayard, ben 32 romanzi, l’ultimo dei quali, La fine di Fantômas, segnò anche la fine della collaborazione tra i due, causa la morte di Souvestre il 25 febbraio 1914.

Locandina del film Fantômas del 1913, prima trasposizione cinematografica dei romanzi di Allain e Souvestre. (ph Wikipedia)
Il lettore è preso in una girandola di incredibili avventure in cui l’ispettore della Pubblica Sicurezza Juve, spalleggiato dal giovane giornalista Jerôme Fandor, le tenta tutte per assicurare alla giustizia Fantômas, la cui specialità sono i travestimenti e gli assassinii progettati di solito in maniera fantasiosa. Le cose si complicano ulteriormente quando Fandor s’innamora della figlia di Fantômas, Hélène.
Insomma, è messa in campo l’eterna lotta tra bene e male. Con un incalzare di intrighi, trovate e soprese che, devo ammetterlo, non concede un attimo di respiro e riesce a mantenere sempre desta l’attenzione. Mi soffermo sull’ultimo titolo del 1913, che si conclude con la tragica fine di Juve e Fantômas. I due irriducibili antagonisti si ritrovano, senza saperlo, sullo stesso transatlantico Gigantic nella sua crociera inaugurale. Per spogliare i ricchi passeggeri dei loro averi, Fantômas s’impossessa del piroscafo, coadiuvato della sua banda di apaches (i malavitosi Belle Époque) che si sono sostituiti a parte del personale di bordo ed hanno eliminato i macchinisti. Da notare che il Gigantic è realmente esistito: gemello dei celebri Titanic e Olympic della compagnia armatrice White Star, e ancora in fase di completamento nei cantieri di Belfast all’epoca del romanzo, dopo la tragedia del primo, affondato nell’aprile 1912, ebbe il nome cambiato in Britannic per poi venire, all’inizio della Prima guerra mondiale, trasformato in nave ospedale. Come il Titanic, anch’esso non ebbe fortuna ed ora giace negli abissi del Mar Egeo.
Nel romanzo però il colossale transatlantico si chiama ancora Gigantic e i due scrittori francesi, memori di quanto capitato al Titanic, lo fanno affondare allo stesso modo, in seguito all’impatto con un iceberg. Una vera profezia, rimasta senza effetto. E pensare che i costruttori, dopo l’esperienza col gemello, avevano apportato al piroscafo modifiche tali da renderlo “inaffondabile”: magica parola che ancora una volta si sarebbe rivelata illusoria.
E i due mortali nemici creati dalla coppia Souvestre-Allain? Mentre il Gigantic imbarca acqua e scivola rapidamente verso la sua tomba liquida, eccoli confrontarsi in un ultimo drammatico colloquio nel quale – colpo di scena! – Fantômas rivela a Juve che sono entrambi nati dalla stessa madre, uno avviato sulla via della giustizia, l’altro su quella del crimine. «Perdono, fratello» è l’ultima frase pronunciata dal genio del male, cui era sconosciuta la pietà: questo, il sorprendente sigillo di una serie di pura evasione, che ha il buon gusto di non insistere sulle atrocità e sull’horror come invece certa produzione attuale. Motivi editoriali ed economici vollero in seguito Fantômas “resuscitato” da Allain, dopo la morte del collega, per altri 11 volumi.
Ma torniamo al Gigantic, poi Britannic. Con una lunghezza di 269 metri, una larghezza di 29 e una stazza di oltre 48 tonnellate, superava le due sorelle in termini di dimensioni. Velocità massima: 23 nodi. 55 le lance di salvataggio in grado di trasportare 3600 persone.

La nave ospedale Britannic durante la Prima guerra mondiale (ph Wikipedia)
Dopo essere stato requisito come nave ospedale dall’Ammiragliato, fu ridipinto in bianco con grandi croci rosse e una striscia verde orizzontale, mentre all’interno vennero installati 3.309 posti letto e diverse sale operatorie. Impiegato nel Mediterraneo orientale per riportare nel Regno Unito i soldati feriti durante la campagna di Gallipoli, il Britannic riuscì a portare a termine con successo 5 missioni. Purtroppo la sesta e ultima doveva riuscirgli fatale, essendo stavolta il nemico non un Fantômas interno, ma esterno (si ipotizzò l’urto con una mina).
Quel 12 novembre 1916, partito da Southampton e diretto a Lemno, aveva a bordo 1066 persone: 673 membri dell’equipaggio, 315 appartenenti al corpo medico, 77 infermiere e il capitano Bartlett. Alle 8.12 del 21 novembre stava percorrendo il canale tra capo Sunio e l’isola di Kea quando una forte esplosione, avvenuta sul lato di dritta tra le caldaie 2 e 3, scosse lo scafo. Con più di 6 scomparti a tenuta stagna danneggiati, il piroscafo non poteva galleggiare. Quindici minuti dopo, già gli oblò aperti sul ponte E imbarcavano acqua. Vani gli sforzi del capitano per dirigere la nave verso terra dove farla arenare. Due lance di salvataggio calate in acqua senza autorizzazione mentre ancora girava un’elica parzialmente affiorata vennero attratte dal risucchio e triturate insieme ai loro passeggeri. Finalmente le eliche furono fermate, permettendo agli altri di abbandonare la nave.
L’ex infermiera Violet Jessop, già sopravvissuta all’affondamento del Titanic e alla collisione dell’Olympic con l’incrociatore Hawke nel 1911 (lei sì “inaffondabile”!) così descrisse gli ultimi istanti del Britannic: «Abbassò sempre più la prua. Tutti i macchinari del ponte caddero in acqua come i giocattoli di un bambino. Poi fece un tuffo spaventoso, la sua poppa si sollevò di centinaia di piedi in aria fino a quando, con un ruggito finale, scomparve nelle profondità». Erano passati appena 55 minuti dall’esplosione. Spariva così la nave più grande affondata nel Primo conflitto mondiale.
In totale, i sopravvissuti furono 1035 e 30 le vittime. Il relitto, adagiato a circa 120 metri di profondità, fu scoperto nel dicembre 1975 dal celebre oceanografo e documentarista francese Jacques Cousteau che lo esplorò con un’équipe di sommozzatori. Sua è l’altra ipotesi di siluramento da parte di un sommergibile tedesco.
Coricato su un fianco, quasi integro tranne uno squarcio a prua, completamente ricoperto di vegetazioni e incrostazioni marine, il Britannic assomiglia ad una imponente scogliera che interrompe la monotonia dei fondali. Definito per stato di conservazione, grandezza e importanza storica la “regina dei relitti”, almeno di quelli giacenti nel Mediterraneo, ci ricorda che non esiste nulla di “inaffondabile” di quanto galleggia sui mari.
