Sono stato invitato come reporter e amico (per 30 anni) di Phra Maha Thongrattana Thavorn (Luce Ardente) a Lamphun, una trentina di km da Chiang Mai, nord della Thailandia, per un interessante incontro sullo stile di vita dei Focolari e del monaco buddhista Luce Ardente, che si è spento il 10 novembre 2025: di lui possiamo dire che ha lasciato dietro di sé “una scia di luce” che chiede di essere imitata. L’incontro interreligioso dal titolo: “Il Dialogo come modo di vivere”, tenuto presso l’Università Buddhista Mahachulalongkornrajavidyalaya, era lo scopo del mio viaggio: sono stati 3 giorni (a fine febbraio 2026) importanti, di bellezza, preparati con mesi di lavoro insieme ai monaci dell’università: fra loro, molti discepoli di Luce Ardente e del gran maestro Ajarn Thong Sirimangalo. L’amicizia tra i Focolari di Chiang Mai con l’Università di Lamphun sta andando avanti da tanti anni ed è stata coltivata con cura e calore, com’è nello stile dei Focolari: un lavoro da artigiani del dialogo, per usare un termine caro a Giovanni Paolo II. Presenti all’incontro 103 persone: soprattutto giovani monaci e studenti dell’università.
Dopo la cerimonia di apertura, l’università aveva preparato un “patto” da sottoscrivere insieme, Movimento dei Focolari in Thailandia e Università statale Mahachulalongkornrajavidyalaya, per portare avanti il dialogo tra le due istituzioni. Patto articolato in 4 punti: “La nostra amicizia basata sulla forza dell’amore; donare noi stessi a servizio dell’umanità; andare insieme verso l’unità; costruire una pace duratura”.

Foto gruppo a Lamphun. Fonte: George Ritinsky.
I monaci buddhisti sono attirati dal fatto che il maestro Ajarn Thong e il suo discepolo Luce Ardente erano parte attiva e convinta del Focolare e ne parlavano con tutti senza paura, ma anche coscienti delle non poche perplessità da parte delle autorità del Sangha Theravada. Qualche monaco tradizionalista aveva chiesto (anche insistentemente) a Luce Ardente: «Perché parli di questo Focolare e di mamma Chiara, e non parli, come tutti noi, del Buddha e del Sangha [comunità dei monaci, ndr]?» E lui rispondeva: «Vi parlo di Chiara, di Gesù, così non vi addormentate: vi parlo dei Focolari perché sono per me come veri fratelli e sorelle». Dopo la morte di Luce Ardente, il direttore dell’università, Phrakhru Sirisutanuyut, cresciuto fin da piccolo tra i discepoli di Luce Ardente e che aveva visitato il focolare a Bangkok e partecipato ad un incontro di dialogo interreligioso a Castel Gandolfo nel 2024, ha confidato ad alcuni presenti: «Ora che non c’è più Luce Ardente, ci siamo sentiti come quando un bambino cade nell’acqua e non sa nuotare: abbiamo dovuto iniziare a battere le mani per stare a galla… ed è per questa ragione che oggi ci troviamo qui con voi, per andare avanti nel dialogo, per continuare l’eredità di Phra Maha Thongrattana (Luce Ardente), del gran maestro e di mamma Chiara Lubich: ora dobbiamo andare avanti noi».
Sottolineo l’atteggiamento che questi monaci e monache buddhisti esprimono nella relazione con i Focolari: si trovano a loro agio, sono compartecipi e non in competizione: e questo mi sorprende, perché come reporter di lotte e sofferenze ne ho viste parecchie in questi anni. Però sono cosciente che l’amore cristiano dei Focolari coincide per molti buddhisti thailandesi con l’amore spiegato come Phromvihan 4 (Metta, Karuna, Mudita e Upekkha): nessuno vuole conquistare l’altro, ognuno vuole donare, amare, far felice l’altro, senza attaccamenti. Ed è questa la novità che si respira in un incontro interreligioso come questo di Lamphun: il “dialogo della vita” annunciato e vissuto da Chiara Lubich, forse l’idea più geniale del suo carisma, è un dialogo che funziona dopo 30 anni dal suo inizio e che fa stare insieme buddhisti e cristiani in modo profondo e continuativo. Forse perchè ancorato all’esperienza concreta della vita, e non è un dialogo di visite o partecipazione a cerimonie. È questo amore che fa condividere con serenità la vita dell’altro, in modo reciproco: da cristiano, io lo definirei un “dialogo della vita nello Spirito”.
Diceva una buddhista che alcuni anni fa ha studiato in Italia all’università Sofia, a Loppiano, e che oggi è mamma di un bel bimbo: «Sento che quelle parole del Vangelo: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, sono io in mezzo a loro, si realizzano qui in mezzo a noi, in questo attimo presente: sento che Lui è qui, con noi». Avverto in queste sue parole una vera profezia, perché pronunciate da una buddhista che ha fatto dell’ideale dell’unità lo scopo della sua esistenza, pur in mezzo alle molte difficoltà della vita di ogni giorno. Un monaco del tempio di Chomthong, il giovane Phramaha Thanawat, che ha partecipato all’incontro interreligioso del 2024, ha detto: «Ho sentito le parole del santo padre al Focolare, di sfrondare i rami dell’albero che sono diventati inutili e magari dannosi, per mantenere l’albero in vita: mi sono chiesto se noi buddhisti facciamo così con i nostri templi, quando si costruiscono troppi edifici e spendiamo soldi in modo inutile. Penso che noi dobbiamo imparare… ed eliminare quello che non serve, e che magari è dannoso alla nostra vita».

Marcia a Lamphun. Fonte: George Ritinsky.
I tre giorni di Lamphun annunciano, insomma, un futuro promettente nel dialogo tra buddhisti e cristiani: un dialogo di fraternità vissuta giorno dopo giorno. Sento risuonare le parole di Giovanni Paolo II in visita al Centro dei Focolari nel 1984, a Rocca di Papa, che in quell’agosto caldissimo, parlò di “radicalismo dell’amore caratteristico dei Focolari”. Ciò che manca nel mondo in guerra è l’amore. Un amore radicale che diventa silenzio, servizio, pace e sorriso che nasce in mezzo alle difficoltà della vita. Abbiamo un grande bisogno di donare a tutti il sorriso!