Il cattolicesimo politico

la politica dei cattolici

Michele Marchi: Nell’avviare questa discussione attorno al concetto di “cattolicesimo politico”, con particolare riferimento al contesto italiano, un primo punto sul quale la invito a riflettere riguarda la periodizzazione.

 

Paolo Pombeni: Il primo punto da chiarire è che quando parliamo di cattolicesimo politico ci riferiamo a un fenomeno che riguarda il periodo che va grosso modo dalla fine della Rivoluzione francese in avanti. Non che naturalmente prima non sia esistito un problema circa la collocazione e l’azione dei cristiani e poi, dopo la spaccatura della Riforma, dei cattolici all’interno della sfera politica.

È risaputo che la questione si è posta nello stesso nuovo testamento, non solo con la nota questione del «date a Cesare quel che è di Cesare» (Mt 22, 21; Mc 12, 17; Lc 20, 25), ma poi nelle lettere di Paolo  (specialmente il capitolo XIII della Lettera ai Romani con l’invito a obbedire all’autorità perché viene da Dio). Il tema è stato ripreso poi con diversi accenti nel cristianesimo primitivo (dove le persecuzioni hanno giocato un ovvio ruolo), nella patristica (anche nella fase in cui si era raggiunta una pacificazione fra l’autorità politica del tardo impero e la religione cristiana) per essere poi continuamente presente, perché la Chiesa di Roma, ma poi anche quella ortodossa e infine, con la Riforma, anche le nuove chiese protestanti si sono dovute porre il problema del rapporto fra chi rappresentava l’autorità religiosa e chi quella politica ai vari livelli.

Ovviamente per queste vicende si possono citare degli eventi emblematici, dalla vicenda medievale del vescovo Thomas Becket (1118-1170) a quella in età moderna di Thomas More (1478-1535), casi che hanno avuto anche echi letterari per mettere in scena il contrasto tra il potere politico e lo spirito cristiano (non a caso papa Giovanni Paolo II ha nominato Tommaso Moro patrono dei politici cattolici). Sono solo due casi in una storia ricchissima di conflitti. Tuttavia non si tratta in nessuno degli esempi citati di cattolicesimo politico cosi come noi lo intendiamo oggi.

Fintanto che il cristianesimo e poi la sua versione nella confessione cattolica sono rimasti una sorta di cultura comune della sfera occidentale (allora incentrata sull’Europa) non si sono poste le questioni che saranno caratteristiche di ciò che viene definito il movimento cattolico. Esso infatti entra in scena nel momento in cui da un lato la sfera politica si laicizza non solo di fatto (quello è un fenomeno piuttosto antico), ma come affermazione programmatica, e dall’altro lato la società viene a strutturarsi non più per corporazioni, ma per appartenenze di carattere diciamo così culturale e si discute se le appartenenze religiose possano essere definite tali ed esservi ricomprese.

Michele Marchi: Per varie ragioni la Rivoluzione del 1789 è considerata il punto più alto del trionfo di una razionalità di matrice illuminista, addirittura il trionfo della “dea ragione” da opporre all’oscurantismo, spesso associato alla religione cattolica, dell’ancien régime, che non a caso ricomparirà, seppur modificato, nella restaurazione degli anni successivi all’avventura napoleonica. Perché proprio la Rivoluzione francese?

Paolo Pombeni: In sostanza con la Rivoluzione francese, simbolicamente, il potere politico si proclama espressione della razionalità e apre la via all’esercizio della critica come diritto fondamentale della società nel rapporto con esso (come vedremo è questo fatto che turba i vertici ecclesiastici). A fronte di tale spaesamento i cattolici, sia in quanto comunità religiose (e dunque con i loro vescovi e sacerdoti), sia in quanto cittadini la cui libertà di appartenenza viene limitata (e disprezzata), reagiscono e lo fanno nei modi che diventano sempre più tipici di questa fase: una organizzazione sociale denominata per l’appartenenza religiosa, che si presenta in quanto tale a reclamare il suo riconoscimento come attore politico legittimato.

È l’età del costituzionalismo con il suo fiorire di partiti e sindacati, di club e di società di pensiero, che determina l’organizzarsi dei cattolici come movimento. Da questo punto di vista è sbagliato considerare il fenomeno del movimento cattolico come un fatto del Novecento: questa è una frattura imposta da una storiografia rozza che non ha il senso dei tempi storici e che insegue le mode dell’attualità. La storia dei movimenti cattolici va compresa nel lungo periodo che parte appunto in maniera embrionale dalla crisi seguita alla Rivoluzione francese e arriva sino quasi alla fine del XX secolo. Dopo, a mio giudizio, la struttura neo-corporata della società attorno a formazioni politiche subculturali e identitarie (quella che lo storico inglese Maitland defini la «body politics») comincia ad andare in crisi e parlare di movimenti cattolici nel senso precedente diventa arduo.

Michele Marchi: Tornando a concentrarci sul caso italiano, è possibile offrire una definizione anche schematica del concetto di cattolicesimo politico? O meglio, si potrebbero indicare gli elementi che non possono essere trascurati quando si affronta questo delicato argomento?

Paolo Pombeni: Definire il cattolicesimo politico è meno semplice di quel che sembra, specialmente se abbiamo in mente il caso italiano. Grosso modo abbiamo a che fare con queste fattispecie: 1) l’intervento dei vertici gerarchici della Chiesa in temporalibus, come si diceva una volta; 2) l’insegnamento della Chiesa in materia di vita civile e politica; 3) il pensiero di studiosi o più in generale di intellettuali cattolici circa questioni che riguardano la vita politica e civile; 4) l’azione sia di singoli cattolici che di movimenti che intendono rappresentare la presenza pubblica dei cattolici svolta nei diversi contesti e nei differenti momenti storici.

Ovviamente non si tratta di quattro fattispecie che vivano separate le une dalle altre, anzi esse sono interconnesse e si condizionano a vicenda, tuttavia non possono essere appiattite le une sulle altre, esistendo non di rado una dialettica, a volte anche aspra, fra di esse.

 

Da Paolo Pombeni in dialogo con Michele Marchi, La politica dei cattolici, dal Risorgimento ad oggi (Città Nuova, 2015)

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