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Il “caso Venezi” continua a occupare le cronache

di Roberto Di Pietro

- Fonte: Città Nuova

Roberto Di Pietro

Prosegue, lungo e tenace, il braccio di ferro tra i musicisti del Gran Teatro La Fenice e la Sovrintendenza del teatro, responsabile della nomina di Beatrice Venezi come prossima direttrice musicale dell’ente lirico.

Un momento dellalmanifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025. ANSA/ANDREA MEROLA

La Venezi è una giovane pianista e direttrice d’orchestra molto intraprendente, che gli orchestrali e le maestranze del teatro, insieme a buona parte del mondo musicale, ritengono inadeguata all’importante ruolo di responsabile della direzione musicale di un Ente lirico tra i più prestigiosi del mondo.

Il lungo braccio di ferro torna d’attualità perché in occasione del concerto di Capodanno, evento cult dell’orchestra veneziana, tutti gli orchestrali e i coristi hanno inscenato una silenziosa protesta indossando una piccola spilla dorata con una chiave di violino ed un cuore, per ricordare al pubblico la dura vertenza in corso. L’avevano annunciato e l’hanno fatto, mentre il concerto era ripreso e diffuso in diretta dalla Rai.

Anche il Maestro Michele Mariotti, che dirigeva l’orchestra nel concerto, indossava il simbolo della protesta insieme a molti spettatori a cui la spilla era stata distribuita all’ingresso del teatro.

Ha acuito la tensione il fatto che il sindaco di Venezia non abbia rivolto quest’anno il tradizionale saluto al coro e all’orchestra prima dell’inizio dello spettacolo. Luigi Brugnaro, in quanto sindaco, è anche presidente della Fondazione Teatro La Fenice e come tale è colui che ha formalmente nominato il sovrintendente Colabianchi del quale gli orchestrali e le maestranze chiedono oggi le dimissioni. Brugnaro si è giustificato dicendo di non aver avuto il tempo, quest’anno, per il tradizionale saluto ai musicisti.

Un po’ di speranza viene dalle parole del sovrintendente Colabianchi, che ha commentato: «Ho visto l’orchestra e il coro durante le prove. Tutte le forme di protesta garbate sono legittime; mi auguro che al più presto si possa arrivare a scelte condivise, a confrontarsi per trovare quell’equilibro che tutti cerchiamo».

La nomina del direttore musicale di un ente lirico è cosa che ha sempre interessato un pubblico di addetti ai lavori: musicisti, giornalisti, critici musicali, esperti di musica e spettatori attenti. Il caso Venezi continua ad occupare le cronache perché appassiona un pubblico assai più ampio di quello dei soli addetti ai lavori.

La maestra Venezi gode di referenze politiche “di peso”, per i suoi palesi legami con il maggior partito di governo e dell’amicizia con i massimi esponenti del partito. Venezi vanta il “Premio Atreju 2021” e da quando il Governo è in carica è consigliera del ministero della Cultura.

Il mondo musicale, quello degli “addetti ai lavori”, di destra o di sinistra, quasi unanime, considera il suo valore artistico e il suo curriculum assai meno “pesanti” delle referenze politiche. Questo è già un fatto quasi inedito, perché il valore artistico del dirigente di un Ente Lirico non è in genere messo in discussione. Il problema, insomma, è che la discussione che dovrebbe essere puramente tecnica è vittima di una “polarizzazione”, come oggi si usa dire, tra chi parteggia per la destra e chi per la sinistra.

Dicemmo già che non è facile valutare un direttore d’orchestra. Eppure oggi tutti ritengono di avere un’autorevole opinione sulle doti artistiche di questa giovane direttrice. «È brava», sentenzia chi ostenta simpatie di destra. «Non è all’altezza», si sbraccia a dire chi è schierato a sinistra. Tutti vantano una sicura opinione e rivendicano legittimità ed autorevolezza dei loro giudizi, anche se non hanno mai ascoltato un concerto in vita loro. Il tifo viscerale soffoca la discussione.

Veniamo al dunque. Quello che duole, quello che genera pesante amarezza e forse rabbia, è che in questa rumorosa ridda di giudizi debbano soccombere le opinioni dei pochi che sanno valutare un direttore dal suo curriculum e da quello che è davvero in grado di trarre da un’orchestra che suona.

Tocca essere d’accordo con Cristiano Chiarot, ex sovrintendente della Fondazione del Teatro della Fenice, che ha definito il caso «una pagina opaca nella storia recente della cultura italiana», e «un esempio didascalico del livello a cui può scendere la lottizzazione – e noi aggiungiamo, la polarizzazione politica – nel nostro Paese».

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