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Ambiente > Ecologia e tecnologia

IA e ambiente, tra sostenibilità e il rischio di una nuova disuguaglianza globale

di Edison Barbieri

- Fonte: Città Nuova

L’intelligenza artificiale offre strumenti sempre più avanzati per proteggere gli ecosistemi e affrontare la crisi climatica. Allo stesso tempo, il suo sviluppo comporta elevati consumi di risorse e rischia di ampliare le disuguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri

Chip AI incandescente su un circuito stampato. Fonte: Immo Wegmann da Unsplash.

L’umanità sta vivendo un momento unico della propria storia. Mentre affronta sfide ambientali senza precedenti, come i cambiamenti climatici, la rapida perdita di biodiversità, l’inquinamento degli oceani e la crescente scarsità di risorse naturali, assiste alla nascita di una delle tecnologie più rivoluzionarie mai sviluppate: l’intelligenza artificiale (IA). Spesso presentata come uno strumento capace di trasformare la società, l’IA sta già influenzando la medicina, l’istruzione, l’economia e la comunicazione. In ambito ambientale, le sue applicazioni sembrano quasi illimitate. Tuttavia, dietro l’entusiasmo tecnologico emerge una domanda fondamentale: l’intelligenza artificiale sarà un’alleata della sostenibilità oppure creerà nuovi problemi ecologici e sociali? La risposta, come accade per molte delle sfide contemporanee, non è semplice. L’intelligenza artificiale rappresenta allo stesso tempo una straordinaria opportunità e un rischio significativo.

L’intelligenza artificiale come alleata della natura

Per decenni, i ricercatori hanno dovuto affrontare enormi difficoltà nel monitoraggio di ecosistemi complessi. Foreste tropicali, oceani, regioni polari e aree remote sono rimasti a lungo poco studiati a causa dei limiti tecnologici e finanziari. Oggi i sistemi di intelligenza artificiale sono in grado di elaborare milioni di dati in pochi minuti. Telecamere automatiche installate nelle foreste identificano specie di mammiferi, uccelli e insetti senza la necessità della presenza costante dei ricercatori. Droni dotati di algoritmi avanzati riescono a rilevare in tempo reale attività di deforestazione illegale. I satelliti monitorano incendi, espansione agricola e cambiamenti climatici con una precisione sempre maggiore. Nella biologia marina, l’IA sta già iniziando a rivoluzionare la ricerca scientifica. Sistemi automatizzati possono identificare specie di pesci, analizzare immagini sottomarine, prevedere gli spostamenti dei banchi ittici e rilevare alterazioni ambientali ancora prima che vengano percepite dagli esseri umani.

Un’altra applicazione promettente riguarda la modellizzazione climatica. I modelli tradizionali richiedono enormi capacità computazionali e spesso presentano limiti nella previsione di eventi estremi. Grazie all’utilizzo di algoritmi avanzati, è possibile integrare in modo più efficiente dati atmosferici, oceanici ed ecologici, migliorando la capacità di prevedere siccità, alluvioni, ondate di calore e tempeste. Anche la gestione delle risorse ittiche può trarre beneficio dall’intelligenza artificiale. Sistemi intelligenti sono in grado di analizzare dati relativi alle catture, allo sforzo di pesca e alle condizioni ambientali, contribuendo a uno sfruttamento più sostenibile delle risorse marine. Da questa prospettiva, l’intelligenza artificiale emerge come uno strumento potente per la conservazione della biodiversità e per affrontare la crisi ambientale globale.

Il lato nascosto della rivoluzione digitale

Esiste però un aspetto dell’intelligenza artificiale di cui si parla ancora troppo poco: il suo costo ambientale. Molte persone immaginano che l’economia digitale sia “pulita” perché non dipende da ciminiere industriali o da grandi complessi produttivi. In realtà, l’infrastruttura che sostiene l’IA richiede enormi quantità di risorse naturali. I cosiddetti data center, responsabili dell’addestramento e del funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale, richiedono quantità sempre maggiori di energia elettrica. Alcuni dei più grandi centri di elaborazione dati del mondo consumano energia equivalente a quella utilizzata da intere città.

Inoltre, questi sistemi necessitano di enormi volumi d’acqua per il raffreddamento delle apparecchiature. Nelle regioni già colpite dalla scarsità idrica, questa domanda potrebbe aumentare i conflitti per l’uso dell’acqua tra popolazioni locali, agricoltura e industria. Un altro aspetto spesso trascurato riguarda l’attività mineraria necessaria per produrre computer, server, microchip e batterie. Minerali strategici come litio, cobalto, nichel e terre rare sono diventati fondamentali per l’economia digitale. L’estrazione di queste risorse provoca frequentemente deforestazione, contaminazione ambientale e conflitti sociali, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Così, una tecnologia nata per contribuire alla soluzione dei problemi ambientali potrebbe, paradossalmente, contribuire ad aggravarli se il suo sviluppo avvenisse senza una pianificazione responsabile.

Una nuova forma di disuguaglianza globale

Oltre agli impatti ecologici, l’espansione dell’intelligenza artificiale mette in evidenza una profonda disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Attualmente, lo sviluppo dei sistemi di IA più avanzati è concentrato in un ristretto gruppo di nazioni economicamente sviluppate, principalmente gli Stati Uniti, la Cina e alcuni Paesi europei. Queste nazioni dispongono di infrastrutture tecnologiche avanzate, risorse finanziarie, università di eccellenza e imprese capaci di investire miliardi di dollari nella ricerca e nell’innovazione. Nel frattempo, gran parte dell’Africa, dell’America Latina e di numerose regioni dell’Asia rimane in una posizione periferica in questo processo. Questa disuguaglianza genera un paradosso preoccupante. Molti dei Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità e al degrado ambientale sono proprio quelli che dispongono di un accesso più limitato alle tecnologie di intelligenza artificiale che potrebbero aiutarli ad adattarsi e a mitigare tali problemi.

Il Brasile rappresenta un esempio emblematico. Pur possedendo una delle maggiori biodiversità del pianeta, vaste aree costiere e la più grande foresta tropicale del mondo, incontra ancora difficoltà nel competere ad armi pari con le grandi potenze tecnologiche. La dipendenza da piattaforme straniere crea una situazione simile a quella osservata nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche, nelle quali i Paesi in via di sviluppo esportavano materie prime e importavano prodotti ad alto valore aggiunto. Esiste quindi il rischio che l’intelligenza artificiale riproduca questa logica storica. I Paesi ricchi controllerebbero algoritmi, infrastrutture computazionali e conoscenza tecnologica, mentre i Paesi poveri continuerebbero a svolgere il ruolo di fornitori di risorse naturali e consumatori di tecnologie sviluppate altrove.

La necessità di un’intelligenza artificiale etica e inclusiva

Di fronte a questo scenario, diventa fondamentale discutere non soltanto del progresso tecnologico, ma anche delle sue implicazioni etiche, sociali e ambientali. Un’intelligenza artificiale realmente sostenibile dovrebbe considerare la riduzione dei consumi energetici, l’utilizzo di fonti rinnovabili, il risparmio idrico e la diminuzione degli impatti derivanti dall’attività estrattiva. Allo stesso modo, è necessario democratizzare l’accesso alla conoscenza e alle infrastrutture tecnologiche. Università, centri di ricerca e governi dei Paesi in via di sviluppo devono ricevere investimenti che consentano loro di partecipare attivamente alla costruzione di questa nuova era digitale. Anche la cooperazione internazionale sarà essenziale. La crisi climatica, la perdita di biodiversità e il degrado ambientale sono problemi globali che non conoscono confini. Per questo motivo, le soluzioni tecnologiche non possono rimanere concentrate in poche regioni del pianeta.

Il futuro che stiamo costruendo

L’intelligenza artificiale sarà probabilmente una delle tecnologie più influenti del XXI secolo. Il suo potenziale contributo alla conservazione ambientale è innegabile. Tuttavia, il suo sviluppo solleva anche interrogativi importanti riguardo al consumo di risorse naturali, alla giustizia sociale e alla distribuzione globale della conoscenza. La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale trasformerà il mondo. Lo sta già facendo. La questione centrale consiste nel decidere quale tipo di trasformazione vogliamo promuovere. Se utilizzata in modo responsabile, potrà contribuire a proteggere foreste, oceani e specie minacciate, ampliando la nostra capacità di comprendere e preservare la vita sul pianeta. Se invece sarà guidata esclusivamente da interessi economici e geopolitici, potrebbe approfondire disuguaglianze storiche e generare nuove pressioni sulle risorse naturali. La sfida del futuro sarà costruire un’intelligenza artificiale che non sia soltanto intelligente, ma anche etica, sostenibile e accessibile a tutti i popoli. In fondo, la tecnologia compirà pienamente la sua missione soltanto quando sarà al servizio non solo dell’innovazione, ma anche della giustizia ambientale e della dignità umana.

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