Tra i sommi poeti del Novecento, Rainer Maria Rilke – di cui ricorrono i 150 anni dalla nascita – non soltanto ha celebrato Orfeo, il mitico tracio inventore della poesia, che con il suo canto unificante sapeva commuovere, oltre agli umani, anche gli animali, le piante e perfino le pietre. Cercatore del sacro e del mistero, Rilke non poteva non celebrare anche la Vergine di Nazareth, interpretando visioni e parole dell’angelo annunciatore:
Tu non sei più vicina a Dio/di noi; siamo lontani/tutti. Ma tu hai stupende/benedette le mani./Nascono chiare a te dal manto,/luminoso contorno:/io sono la rugiada, il giorno,/ma tu, tu sei la pianta./Sono stanco ora, la strada è lunga/,perdonami, ho scordato/quello che il Grande alto sul sole/e sul trono gemmato,/
manda a te, meditante/(mi ha vinto la vertigine)./Vedi: io sono l’origine,/ma tu, tu sei la pianta.[…]
Il Rilke che vagabondò per mezza Europa si è fatto voce anche dei Magi, i saggi zoroastrani da lui considerati altrettanti tramiti tra il mondo astrale e la nascita del Bambino. Li immagina re che, partiti da Paesi lontani con ricchi doni, durante il lungo viaggio verso Betlemme si sono spogliati della loro regalità e, diventati poveri come i pastori, ora sono pronti a rendere omaggio al vero re:
Un giorno, quando al limitare del deserto/si dischiuse la mano del Signore,/come un frutto aperto al tempo estivo/annuncia il nocciolo che ha dentro,/accadde un prodigio: da lontano/s’incontrarono e si scambiarono saluti/tre re e una stella.
Tre re di lunga strada/e la stella che ovunque sovrastava/si mossero concordi (pensa!):/un re alla destra e uno alla sinistra,/alla volta di uno stabbio silenzioso. […]
Rise, allora, la stella sopra loro,/e corse avanti e si fermò alla stalla/e disse a Maria: Un pellegrinaggio io ti sto portando/da grandi lontananze a questo luogo.
Tre re molto potenti,/pesanti d’oro e di topazi –/e scuri, torbidi nel loro paganesimo:/ma non ti spaventare più del giusto. […]
Pensa, il cammino è vasto,/Vagano da tanto, come pastori,/e nel frattempo il loro regno/come un frutto maturo cade/a Dio sa chi nel grembo.
E mentre qui, come vento caldo d’occidente,/alita il bue nel loro orecchio/, già tutti forse son poveri,/oppure come senza testa.
Fa’ luce tu col tuo sorriso/per questo sul confuso/mondo ch’essi sono, offri tu/il tuo viso verso oriente, e il tuo bambino […]
Per l’inquieto poeta austriaco di origine boema, infatti, ogni viaggio è simbolo di una ricerca spirituale, intrapresa per superare i limiti umani e trovare il senso del proprio esistere; ricerca durante la quale, perdendosi, ci si ritrova a poco a poco trasformati. È stato questo il tema centrale della sua vita errabonda e della sua poetica, ora riproposto in Luce sull’invisibile di Marilena Garis, la più recente biografia di Rainer Maria Rilke, edita da Ares: un testo scritto con vera passione per l’autore di cui tratta.

Il castello di Duino (ph Daniel Molina García, Wikipedia)
Tra i vari luoghi, il castello di Duino affacciato sul Mare Adriatico, dove egli soggiornò nell’inverno del 1912, ospite della principessa Marie von Thurn und Taxis, alla quale fu legato da amicizia e reciproca stima. Ispirato dalla particolare atmosfera del luogo, durante una passeggiata su un sentiero lungo la scogliera, mentre imperversava la bora, Rilke scrisse le prime due Elegie duinesi, completate solo dieci anni dopo in un altro castello, quello di Muzot in Svizzera, l’ultimo suo approdo prima di soccombere alla malattia mortale. Come i Magi giunti alleggeriti di ori e topazi davanti a Maria e al Bambino, s’era svuotato anche lui in quell’estremo capolavoro dedicato ad un’altra Marie, la castellana e amica di Duino.