I gioielli dei Troodos

Nelle montagne dell’isola di Cipro, dieci piccole chiese affrescate testimoniano la fede d’un popolo e la sua vocazione mediterranea.
Affresschi
Moutoullas. È la prima chiesetta “dai tetti di legno” che mi trovo a visitare. O meglio, che cerco di visitare. Perché è chiusa e nessuno nel villaggio sembra aver notizie delle chiavi. La vicina, supposta averle, non spiccica una parola d’inglese. Il pope sembra accusare l’Unesco di aver sequestrato la chiesa alla sua giurisdizione. Debbo rinunciare. È solo l’inizio di un lungo periplo – 258 chilometri di curve e saliscendi – nei Monti Troodos, cuore dell’isola di Cipro, dominato dal Monte Olimpo, che raggiunge i 1600 metri e dalla cui cima si gode uno straordinario paesaggio. Attorno, le chiese e le cappelle sono centinaia, antiche o più recenti, affrescate o candide, in rovina o restaurate. Tra queste l’Unesco ne ha scelte una decina, inserendole nell’elenco dei siti “patrimonio dell’umanità”. Me le sono cercate, ad una ad una.

 

Lampadistis. Restauri in corso, poco si scorge. Il vecchio monastero ha una bella corte: ballatoi, tetti spioventi, fiori rossi rosa viola, la bandiera greca che sventola, un cane addormentato e un monaco sporco intento a riparare la sua auto antidiluviana. I visitatori sono pochi, queste valli sono lontane e solitarie, ma si respira aria di sacralità e arte, nella massima naturalezza e in un comprensorio di per sé trascurato, anche se l’ambiente è incantevole e trova segni di bellezza che parla di Dio e dell’uomo. Le chiamano “chiese dai tetti di legno”. Qui si capisce perché.

 

Pedoulas. Un gioiellino, una bomboniera, un esempio di arte popolare che sa raggiungere le vette della bellezza pura. Arcangelo Michele, si chiama, straordinaria attrazione pur nelle modeste dimensioni. C’è, appunto, un gran San Michele a dimensione umana che attira la mia attenzione, coi suoi capelli biondi e fluenti, la veste rosso scarlatto, lo sguardo mite e forte, le ali brune che paiono voler riposare, pur nella veglia. Gli altri affreschi hanno le dimensioni più varie, secondo una logica che mi sfugge, se non fosse che mi sembra che le diverse mani abbiano agito per semplice occupazione degli spazi liberi. Fino al completo riempimento delle superfici interne. Impossibile lasciar spazio all’incertezza catechetica.

 

Kakopetria. San Nicola del tetto è una vera sorpresa, un gioiello di armonia e, direi, esattezza. Sì, perché ogni dettaglio sembra al suo posto, cioè in giusta relazione con gli altri. Così la facciata esterna è un festival di non-sense, apparentemente, per i suoi portali originali, le finestre irregolari e improvvise, gli archi che spuntano qua e là, frontoni marmi pietre sparsi sulla facciata sud. Più la guardo, più mi convinco che non potrebbe essere altrimenti, che quell’armonia inimitabile è il risultato dell’amore per l’arte di progettisti che si sono rispettati e reciprocamente valorizzati pur a distanza di secoli. Ma non posso trattenermi più di tanto a contemplare gli artifizi della sedimentazione dei secoli, perché una voce dolce mi richiama all’ordine: sono le quattro meno un minuto e l’orario di apertura termina alle quattro in punto! La voce appartiene a una donna ben in carne, sicura di sé stessa, gentile e decisa: come le donne cipriote. Mi concede dieci minuti. Li accetto. Mi immergo nell’aura degli affreschi, nelle holy vibration dei pennelli degli artisti che qui hanno fatto la storia, nelle anime dei santi che hanno ispirato tali bellezze. Un affresco ricorda 40 martiri, forse quelli di Cappadocia. Rimanda alla Cappella Brizzi del duomo d’Orvieto. Più paesana, vera, profonda. Più.

 

Galata. Finalmente lo trovo il guardiano, dopo un lungo girovagare. La chiesetta di Galata ha pochi affreschi, chissà perché i pittori cessarono di dipingerla: forse per mancanza di fondi, forse per una certa crisi dell’ispirazione, oppure un qualche conflitto locale. Fatto sta che le pareti bianche sembrano un’offesa; ma, forse, anche un trucco per mettere in luce la purezza e la bellezza degli affreschi del XIV secolo che qui sono custoditi. Poco distante, tre o quattrocento metri, non posso non visitare una cappella affrescata completamente, dedicata ancora all’Arcangelo Michele. Deliziosa, non raffinata ma nemmeno grossolana. Dieci chiese sono state scelte, ma altre centinaia non sfigurerebbero nella lista dell’Unesco!

 

Pelendri. È con relativa facilità che arrivo a Pelendri, dove si trova la chiesa di Timios Stavros. Questa volta è l’esterno a colpire, perché è originale, con una torre cilindrica civettuola e solida. S’avvicina un uomo serio e allampanato, si chiama Andreas, in mano stringe il mazzo di chiavi. Stavolta nessuna fatica, quasi un miracolo! L’interno dapprima mi lascia interdetto: tutto è in ombra, tetro, sembra che la pittura non sia mai stata restaurata e che la sciagurata tradizione – si fa per dire – di accendere ceri su ceri all’interno delle chiese abbia provocato danni irreparabili agli affreschi. Poi Andreas apre il portone, e così gli affreschi, seppur degradati, si accendono e si animano. Bisogna pazientare nell’abbordare questi luoghi. Basta saperli osservare e amare.

 

Palaichori. Tra Palendri e Palaichori ci sono circa 25 chilometri, che su queste strade tortuose non sono pochi. Finalmente i tetti del borgo appaiono dietro una curva a gomito. Tiro un sospiro di sollievo, ma non so che m’aspetta un labirinto di stradine inestricabili. Nessuno sa dove si trovi la Metamorphosis tou Sotiriou, la chiesa ricercata. Mi indirizzano a quella che poi si rivela dedicata a San Giorgio, chiusa con un enorme lucchetto. Dopo altri due tentativi, per esclusione direi, arrivo a destinazione. Tutto chiuso. Busso alla porta della casa attigua, mi apre un’anziana signora che mi grida addosso che il prete è andato via e che lei le chiavi non le ha. Torno sui miei passi, scatto qualche foto, una Punto parcheggia. Sia come sia, mi ritrovo a sorbire un caffé delizioso sulla terrazza coperta da una rigogliosa vigna, con una famiglia originale: lui è cipriota, la moglie viene dalla Bielorussia, mentre suo padre, vittima di un ictus, si trascina aiutato da una badante tamil. Mi mostrano le foto di famiglia, il nonno morto di tumore dopo aver lavorato trent’anni in una miniera di amianto. E in cantina scopro tini di pietra, forme lignee per pane, setacci per grano. Affreschi di vita cipriota.

 

Platanistasi. Mi va male anche alla tappa successiva, che trovo senza problemi, ma dopo essermi scordato di fermarmi al bar del paese, dove le chiavi sono custodite. Quando me ne ricordo, sono già inoltrato nelle montagne e non me la sento di far marcia indietro. Tutto chiuso, e al telefono nessuno risponde. Attraverso delle grate scorgo qualche scorcio di affresco. Sulla cartina noto un tracciato che dovrebbe permettermi di risparmiare una ventina di chilometri di curve verso la tappa successiva. Non c’è anima viva. La via è praticabile, ma mi imbatto in tre o quattro incroci senza alcuna indicazione… Dopo una decina di chilometri, decido di far marcia indietro. Senza più l’attenzione all’itinerario, m’accorgo della natura che mi circonda, selvaggia quanto basta, rigogliosa pure nell’aridità dei declivi. Mi fermo, osservo la bellezza solitaria del luogo, ascolto i suoni del vento sul fogliame e capisco come i pittori del XIV e XV secolo avessero assorbito colori e sapori e odori del luogo, condensandoli nei loro affreschi. Un cinghiale seguito da una fila di piccoli attraversa la strada.

 

Lagoudera. Torno indietro, mi sorbisco un’altra ventina di chilometri di curve, mi aspettano le ultime due chiese dai tetti di legno, che dicono essere tra le più affascinanti. L’impatto è dei migliori: anche dall’esterno la chiesa Panaghia tou Araka, fornita di un delizioso campaniletto, gode pure della protezione di un piccolo monastero. La porta è aperta. Passata la galleria di aerazione, un secondo portone ligneo, ben più solido, introduce nello scrigno. Non so che altro termine usare per definire la ventata di arte, tradizione e bellezza che m’investe. L’illuminazione come sempre è precaria; ma il limite si trasforma in esplosione del mistero. Non posso non seguire, quadro dopo quadro, tutti gli affreschi della basilica (sì, proprio così, una basilica!), senza trascurare le pitture murali più nell’ombra, quasi irriconoscibili eppure sempre pregnanti. L’Italia è ben presente in alcuni di questi affreschi.

 

Asinou. Arriva il termine del giro, piccolo tour de force, gradevolissimo. Tutto ha un senso, anche un giro per le montagne cipriote del Troodos, ricoperte da una fitta vegetazione ad Ovest, molto più rada ad Est. Comunque incantevoli. Nostra Signora dei pascoli, la Panaghia Forviotissa, è degna conclusione. Una cappelletta leggera, come sospesa e sorpresa in una radura del bosco, un gioiello silvano come testimonia l’albero eletto campanile. L’esterno è modesto, pietra antica, una timida abside, aperture non sempre convenzionali, mattoni cotti frammisti a pietre chiare o scure. Varcarne la soglia è ormai esercizio che so essere di alta emozione. E questa volta l’impatto prende finalmente i colori solari dell’arcobaleno. Il piccolo nartece della Forviotissa esplode della sua tavolozza di pigmenti e santi, di profeti e brillantezze. Non posso esimermi dall’essere didascalico, come un’amante. Il luogo santo mi fa sobbalzare di rossi e blu, di gialli: la perfezione della combinazione dei colori, seppur secoli prima del Pantone, la convenzione tipografica. La navata è una catechesi silvana e cittadina, i novissimi e la protologia in perfetto equilibrio nella logica senza logica dei teologi-pittori dell’epoca, preoccupati solo di esprimere l’indicibile. Annego, ma la vita cresce in me.

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