Gibuti, il passaggio

Reportage dalla ex colonia francese, oggi sede di numerose basi militari straniere. Qui passa gran parte del flusso dei migranti da Somalia ed Eritrea

Lasciamo Gibuti City per la frontiera col Somaliland. Una dozzina di chilometri appena una volta superata la lunga serie di basi militari costruite attorno all’aeroporto internazionale. Italiani (carabinieri soprattutto), giapponesi (venuti qui in occasione della crisi somala degli anni ’90), francesi (arrabbiatissimi perché l’attuale governo privilegia Washington rispetto a Parigi), statunitensi appunto (detengono il record della base più ampia, 10 mila ettari di superficie affittata). Sembra non manchi proprio nessuno all’appello. Colui che mi accompagna, un sessantenne rotto a ogni tipo di sorprese, se la prende però solo coi cinesi, a suo dire colpevoli di aver acquistato la terra gibutiana e le sue risorse, come il lago Assal, la più grande riserva di sale marino al mondo e considerato luogo sacro dalle religioni tradizionali locali. Gli altri militari portano soldi, ma fanno sì che il costo della vita qui sia superiore a quello di Roma o Parigi. Iniziano i posti di blocco dei soldati gibutiani, che detestano in sommo grado di venire fotografati. La terra appare povera, qualche insediamento di baracche, uno zoo-safari. Ma più temuti e feroci sono i qaedisti, il vero spauracchio della popolazione gibutiana, che li teme in sommo grado, li vede dietro ogni cespuglio, qui appena cala la sera non si passa più, troppo pericoloso. Ecco le grandi antenne di telecomunicazioni, alla frontiera. Qualche catapecchia, escono brutti ceffi dediti al contrabbando di sigarette. La frontiera è una semplice rete metallica, rotta in più punti, vedo un paio di somali che fuggono verso Gibuti City, ce l’hanno fatta. Sembra che qui si dia la stura ai peggiori sentimenti della gente che viene dalla Somalia, superato il “cuscinetto” non riconosciuto del Somaliland, «gente senza educazione, senza più nulla, con un patrimonio infinito di lotte, guerre, terrorismo e miserie», come dice una guardia di frontiera che vuol venderci un barracuda. I profughi somali li ritrovo a Gibuti City, dinanzi al ministero degli Esteri. Fanno la coda dinanzi a tre o quattro scrivani che redigono le domande di asilo, che permetteranno loro di prendere la via dell’Etiopia. Ahmed è un somalo che si è inventato scrivano per i suoi connazionali, sa un po’ di francese, quel che basta per scrivere le domande con una vecchia Olivetti Lettera 22. Ma qui arrivano anche gli uomini e le donne che fuggono dall’Eritrea bucando la frontiera meridionale del Paese che ospita una delle più spietate dittature al mondo, quella di Isaias Afewerki, al potere dal 1993. Il “corridoio della speranza” per questi rifugiati somali ed eritrei passa per l’Etiopia, arriva in Sudan e Sud Sudan, prima di prendere la via del Ciad e della Libia, e poi delle barchette per Lampedusa e Pozzallo. Usciamo verso il lago Assal, prendiamo la vecchia strada nazionale che da Doralé parte verso l’Etiopia (tre giorni di viaggio) e che sopporta il traffico anche per il Somaliland e la Somalia. La strada è talmente intasata da migliaia di Tir da diventare, come mi dice un poliziotto, «la più pericolosa al mondo». E in effetti ai lati della carreggiata, su cui si avanza a velocità ridottissima, i camion ribaltati coi loro container sono numerosissimi e inquietanti. Transitano anche innumerevoli autobotti, che portano il petrolio necessario alla vita di Gibuti, e se qualcuna esplode ogni tanto, ci sta pure. La strada sale e s’attorciglia, creando un immenso ingorgo che si concentra attorno alla cittadina di Weah, ex-postazione della Legione straniera francese, un vero cimitero di camion. Passano capre e cammelli, e umani, che si mescolano ai camion. Finalmente il mare, nell’incantevole baia di Goubbet Kharib, dove purtroppo si può far della vela ma non del nuoto, perché è infestata da squali e barracuda. In un villaggio turistico abbandonato, col cemento quasi scarnificato dalla salsedine, scorgo un paio di eritrei dinoccolati che trasportano zaini logori. Sono scalzi, ci vedono e si nascondono. Lubinath viene da Asmara, s’è già fatto 600 km a piedi, conta di arrivare in Italia tra un paio d’anni. Ha già appuntamento con i passeur ad Addis Abeba. Ha fiducia nel futuro, «a casa c’era solo da morire, mio padre è stato ammazzato, mio zio è in prigione, mio cugino è in Germania, io non resisto più senza potermi sposare né lavorare né coltivare un qualsiasi sogno». Lo rivedrò a Roma, lo spero.

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