23 anni, alto, chioma folta, il violoncello serrato in mano come un suo braccio allungato, Ettore Pagano, romano, pluridiplomato esordisce nel Concerto per violoncello e orchestra di Edwar Edgar, anno 1919. Musica soft come l’esecuzione della partitura del maestro inglese.
Pagano ha un timbro caldo, sciolto, la ”cavata” energica e il virtuosismo fluente, mai impacciato, non esibizionista, fremente al punto giusto. Il tessuto orchestrale è trepidante, paesaggistico come in un acquerello inglese e l’orchestra è capace di ”star dietro” al solista, lasciarlo cantare, mentre Viotti dirige accompagnando con calma e rispetto, anzi con una dolcezza del gesto, senza ”coprire” mai lo strumento. Tratteggia senza bacchetta il discorso musicale, non si impone.

Ettore Pagano. Fonte: Santa Cecilia Press Office.
E così la musica di Elgar, meravigliosa nel terzo tempo, è una sorta di contemplazione, tra emozioni fuggenti, mai troppo espressive, accennate più che espresse, di una gradevolezza che fa bene. Pagano non si ferma, estrae il suono senza violenza, lo arriccia in virtuosismi senza stancare, anzi trasmettendo una raffinata pace in sintonia con Viotti. Successo autentico.
Nella Quinta Sinfonia di Ciaikovski, la penultima, diretta da lui stesso a San Pietroburgo nel 1888 con successo di pubblico ma non di critica (come Brahms), Viotti accende fin quasi all’esasperazione i colori del tessuto orchestrale splendente, tendendo allo spettacolare che piace al pubblico desideroso di ”vedere” il dinamismo del direttore sul podio, forse più che ascoltare la musica. Bellissima la musica in lotta contro il fato o la provvidenza a cui sottomettersi.
Musica come si diceva sontuosa che il direttore esalta nei due clarinetti iniziali con il loro tema serpentinato che ritornerà in ogni altro movimento della lunga sinfonia (50 minuti) con accentuazioni diverse, mentre la sfuggente nuvolosa leggerezza del valse centrale segna un momento di evasione dal tono molto “francese”. Nessun patetismo autobiografico come succederà nella Sesta Sinfonia, ma un affresco tumultuosamente sincero di una vita in tormento e ricerca.

Lorenzo Viotti. Fonte: Santa Cecilia Press Office.
Lorenzo Viotti sa quel che vuole, l’orchestra gli risponde con uno zelo che sa di passione e accanimento sonoro, mirando appunto all’effetto esplosivo della partitura tanto emotiva. Certo, con il tempo Viotti, direttore capace e preparato, forse distribuirà più sobriamente le proprie energie, ”scavando” oltre i colori e il desiderio del pubblico. Grande successo.