Fra Angelico, la via della luce

A Roma la più grande mostra sul pittore dal 1955. La scoperta di un'arte mite e forte. All'alba del Rinascimento.
Beato Angelico

 Bisogna andare cauti con Guido di Pietro, cioè fra’ Giovanni da Fiesole. I volti incantati, i colori trapassati dal lume, gli ori, le figure ora sciolte nelle narrazioni vivaci delle predelle nelle tavole, ora composte nei polittici, possono dare un’immagine imperfetta – se non sviante – di lui. Anche perché secoli di imitatori dell’“arte sacra del Beato Angelico” o di oppositori veri o presunti, rendono difficile entrare nel suo mondo.

La sua infatti è, per così dire, una “via degli angeli”, cioè di esseri di pura luce, di “intelletti pieni d’amore”, per dirla con Dante. Niente tuttavia di mellifluo nella pittura di frate Giovanni, nulla di sdolcinato. Osservando infatti le sue opere, si resta sorpresi da una qualità di stile e da una pregnanza poetica che forse non ci si aspetterebbe. Soprattutto, ci meraviglia la sua forza. Dolce e ferma come di chi ha raggiunto – con quanto sforzo solo lui lo sa – la calma spirituale.

 

L’Annunciazione di san Giovanni Valdarno (sul 1430-40) – vista anni fa ancora oscurata dal tempo e dall’incuria – oggi risplende di quel colore puro, tipico di Giovanni, che s’impone, delicatamente, nel suo valore “sinfonico”: ogni tinta dialoga con le altre senza soffocarle, ma accompagnandole, così da far sì che le figure emergano nella loro forza spirituale. Quante Annunciazioni ha dipinto il frate, dalle primitive, quasi miniaturistiche, al vertice di finezza nel suo convento fiorentino di san Marco. Qui poggia l’attenzione al volto di Maria, che si sporge in avanti, sorpresa e titubante verso l’angelo, ma alla fine decisa. Quegli occhi, che guardano sempre diritti, dipinti a sottilissime pennellate, e che non si abbassano se non per propria volontà, sono lo sguardo di chi è interiormente libero.

 

Guardano sempre in questo modo i personaggi di Giovanni, siano santi o angeli: fermi e miti. Conosce bene le leggi della prospettiva, il nostro frate: egli ama un mondo composto in armonia. La loggia sotto cui pone la scena è un’architettura classicheggiante ordinata e fa intravedere da subito il giardino in alto su cui si svolge, con contenuta drammaticità, la cacciata dei progenitori. Ma la sua attenzione si concentra sulla Vergine e sull’angelo. La loro non è una bellezza solo idealizzata o simbolica come nei contemporanei Masolino o Pisanello; non è nemmeno realistica e grave come in Andrea del Castagno o Paolo Uccello. Angelico inventa un’idea di bellezza che nasce dalla luce e alla luce ritorna, rimanendo sempre identica a sé stessa. La si direbbe perciò mentale o spirituale: vicina e lontana al tempo stesso, affascinante perché chi l’osserva la sente piena di verità. Come hanno avvertito, seguendo Giovanni, Piero e Perugino, e molti sino a Raffaello o a Guido Reni.

 

Ci soffermiamo di fronte al Trittico di Cortona (ca. 1440, Museo Diocesano). In esso,  Giovanni si apre a una libertà più grande, offrendo una impaginazione ariosa del polittico. Lo spazio si dilata in una ampiezza rinascimentale, che non è una conquista del frate “miniatore tardogotico”, ma una naturale evoluzione di un’arte che tende all’universalità già dalle prime opere. È una dilatazione dello spirito. I corpi di Giovanni perciò non sono di una robustezza schiacciante, come in Masaccio, ma possiedono una monumentalità senza peso: sono una “presenza”, individuata ciascuna in un ritratto fisico e interiore ben definito – si vedano i volti dei santi – con colori luminescenti che sono parole di queste anime.

È la pittura sinfonica di Giovanni che trova il suo fulcro negli angeli accanto al trono della Vergine, dall’innocenza ancora non turbata della prima adolescenza. Li avvolge un fondo di tappezzeria dorata che ne riverbera atteggiamenti e pensieri. Quest’oro per Giovanni è la porta del cielo, la lingua di quella dimensione. Logico allora che nel Paradiso (1431-35, Firenze, Uffizi) esso diventi il protagonista assoluto da cui si diparte la schiera di un mondo incontaminato dove i personaggi vibrano di una gioia particolare. Lo si ritroverà in seguito, quest’oro, trasformato nel blu dei cieli di Michelangelo o nel celeste delle volte barocche, a dare figura ad un Dio grandioso, certo con diversa sensibilità.

 

Potrebbe tuttavia sembrare che Giovanni abbia dimenticato la terra o l’abbia troppo trascesa. Che non si ricordi più della sofferenza. Ma nelle Deposizioni e Crocifissioni – piccole e grandi – egli eleva il suo lamento, la desolazione del cuore di fronte alla perdita di ciò che è caro. C’è, nella mostra, un suo disegno di una Crocifissione. Meravigliosa è la bellezza del segno, chiaro, preciso, con cui costruisce il corpo del Cristo. Esso diventa sottile come una foglia, eppure robusto: è un vero corpo che sa il dolore. Come in un frammentario Giovanni Battista (Lipsia, Museum der Bildenden Kunste), nonostante le minuscole dimensioni, il pittore parla di crudeltà, di fatica. Solo che egli la racconta osservandola dal punto d’arrivo o, se si vuole, anche di partenza: che è luminoso: il dolore cioè per lui non è mai cieco.

Di qui la compostezza del grido – si intuisce, ma non si sente –, la costante luminosità degli incarnati e dei tessuti, la nobiltà dei corpi. Per questo le sue composizioni non hanno nulla di pietistico o di consolatorio. Angelico mantiene lo sguardo sereno, come si osserva nella sua lastra tombale nella romana chiesa della Minerva, dove, gracile corpo, riposa dal 1455.

Si è consumato – l’avranno capito gli ammiratori della sua opera? – nella fatica del dire, senza far nulla pesare, che in fondo la vita umana è un percorso di luce. Egli scompare dietro ad essa, per riapparire nei volti della sua umanità “rinnovata”.

 

Beato Angelico. L’alba del Rinascimento. Roma, Musei Capitolini, fino al 5/7 (catalogo Skira).

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