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Firme > Fine vita

Fine vita: una domanda ai lettori

di Ferdinando Garetto

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sugli obblighi del Sistema Sanitario

Un’altra sentenza della Corte Costituzionale… Lo schema sembra sempre lo stesso: una prima parte che ribadisce che l’unico diritto è quello alla vita e che non esiste un diritto a morire. Una seconda parte che allarga i “paletti” interpretativi della sentenza 242/2019, che per la prima volta aprì alla possibilità dell’aiuto al suicidio (o “morte medicalmente assistita”).

Allora “depenalizzandolo” nell’ambito di alcuni circoscritti requisiti, ora “obbligando” il Sistema Sanitario (e quindi le persone che ci lavorano, spesso avendo alla base un giuramento di non uccidere né aiutare a morire) ad assecondare un presunto “diritto”.

Di forzatura in forzatura, per obbligare a una legge un debole Parlamento che sin dal 2018 non ha saputo – o non ha voluto – affermare che in Italia non una ma ben due leggi c’erano già: la 38/2010 e la 219/2017.

In tutto questo, le Cure palliative, con la loro storia mai abbastanza conosciuta e valorizzata, sono tirate per i capelli, dai sostenitori di posizioni opposte. E così, ogni volta, come se fosse la prima volta, arrivano a Città Nuova le richieste di chiarimento, di prendere posizione…

Questa volta mi viene voglia di ribaltare la domanda. I lettori di Città Nuova e il “mondo” che vi si riconosce come riferimento, in questi anni, hanno saputo riflettere e impegnarsi anche solo contribuendo a diffondere “un altro punto di vista”? Oppure anche nella prospettiva di riflessioni che potranno riguardare l’impegno dei prossimi anni si è ritenuto che parlare di “vita” e di “morte” fosse un argomento marginale, riservato a specialisti?

Stiamo facendo i conti con un cambiamento epocale e forse è già tardi. La cultura di morte ha fatto le prove generali sui più fragili e i frutti si vedono ovunque. Ma almeno si può provare a rileggere alcune cose e forse riaprire un confronto e un impegno. Perché non è da ieri che se ne parla…

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