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Farmaci nei fiumi: l’inquinamento invisibile, minaccia alla salute

di Edison Barbieri

- Fonte: Città Nuova

Antibiotici, ormoni e farmaci contaminano silenziosamente fiumi e laghi in tutto il mondo. Anche a basse dosi, alterano il comportamento e la riproduzione degli organismi acquatici, favoriscono la resistenza antimicrobica e minacciano la salute umana, evidenziando l’urgenza di depuratori più efficaci e corretto smaltimento dei medicinali

Pillole e medicinali. Immagine proveniente da Freepik.

Quando pensiamo all’inquinamento dei fiumi, ci vengono subito in mente immagini di scarichi fognari, rifiuti plastici e residui industriali. Esiste però una forma di contaminazione silenziosa, invisibile a occhio nudo e sempre più preoccupante per la comunità scientifica: l’inquinamento farmaceutico. Antibiotici, ormoni e farmaci psichiatrici vengono rilevati con crescente frequenza nei fiumi e nei laghi di tutto il mondo, compresa l’Europa, e i loro effetti vanno ben oltre quanto inizialmente immaginato.

Questi composti, noti come principi attivi farmaceutici, raggiungono gli ambienti acquatici principalmente attraverso l’escrezione umana e animale, lo smaltimento improprio dei medicinali e l’incapacità degli impianti di trattamento delle acque reflue di rimuoverli completamente. Anche quando sono presenti in quantità infinitesimali, dell’ordine dei miliardesimi di grammo, tali sostanze mantengono la loro attività biologica e sono in grado di provocare profonde interferenze sugli organismi e sui processi ecologici degli ecosistemi acquatici.

Dalla casa al fiume

Gran parte dei farmaci assunti quotidianamente non viene completamente metabolizzata dall’organismo. I residui finiscono nelle reti fognarie domestiche e raggiungono gli impianti di depurazione, che nella maggior parte dei casi sono stati progettati per rimuovere materia organica e microrganismi, non molecole farmaceutiche complesse. Il risultato è prevedibile: una quota significativa di questi composti attraversa intatta i sistemi di trattamento e viene rilasciata nei fiumi.

A questo flusso si aggiungono gli scarichi industriali del settore farmaceutico e l’uso intensivo di antibiotici e ormoni negli allevamenti animali. Il problema non riguarda solo le quantità, ma anche la persistenza. Molti di questi composti resistono alla degradazione chimica e biologica, rimanendo nell’ambiente per lunghi periodi ed esponendo continuamente pesci, invertebrati e microrganismi.

Antibiotici: quando il fiume diventa un laboratorio evolutivo

Tra i contaminanti che destano maggiore preoccupazione vi sono gli antibiotici. Stime globali indicano che circa 8.500 tonnellate di farmaci per uso umano raggiungono ogni anno fiumi e corsi d’acqua, l’equivalente di quasi un terzo di tutto ciò che viene consumato a livello mondiale. Questi dati provengono da uno studio guidato dalla scienziata brasiliana Heloisa Ehalt Macedo, dell’Università McGill, in Canada, che ha analizzato i modelli globali di consumo di farmaci e ha validato le proiezioni mediante campioni di acque reflue raccolti in 877 località in tutto il mondo.

I risultati delineano uno scenario allarmante, direttamente associato all’avanzamento della resistenza antimicrobica. «La presenza di antibiotici nelle acque superficiali rappresenta un rischio per gli ecosistemi acquatici e per la salute umana, a causa della loro tossicità e della stimolazione dell’emergere di batteri resistenti», affermano gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista PNAS Nexus dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti.

Anche a basse dosi, questi farmaci esercitano una forte pressione selettiva sulle comunità batteriche ambientali. L’effetto è simile a quanto avviene negli ospedali, ma su scala ecologica: sopravvivono i batteri che possiedono geni di resistenza antimicrobica, in grado di neutralizzare l’azione degli antibiotici. Tali geni possono essere trasferiti tra microrganismi, trasformando i fiumi urbani in veri e propri serbatoi ambientali di resistenza.

Le conseguenze vanno oltre l’ambito ambientale. La resistenza antimicrobica è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una delle maggiori minacce alla salute globale di questo secolo, e gli ambienti acquatici svolgono un ruolo molto più attivo in questo processo di quanto si ritenesse fino a poco tempo fa.

Ormoni che cambiano il sesso dei pesci

Un altro gruppo di composti dagli effetti particolarmente allarmanti è rappresentato dagli ormoni sintetici, soprattutto quelli utilizzati nei contraccettivi. Sostanze come il 17α-etinilestradiolo, anche a concentrazioni estremamente basse, agiscono come interferenti endocrini.

Numerosi studi hanno documentato la femminilizzazione dei pesci maschi esposti a questi ormoni: produzione di proteine tipiche delle femmine, alterazioni del rapporto tra maschi e femmine e riduzione della fertilità. In alcuni casi, intere popolazioni mostrano difficoltà riproduttive, con il rischio di declini demografici silenziosi e difficilmente reversibili.

Questi impatti non si limitano ai pesci. Anche anfibi e altri organismi acquatici subiscono alterazioni nello sviluppo e nella riproduzione, compromettendo l’equilibrio ecologico di fiumi e laghi.

Ansiolitici e antidepressivi nell’acqua

Farmaci psichiatrici, come antidepressivi e anticonvulsivanti, sono sempre più frequentemente rilevati negli ambienti acquatici. Sostanze come la fluoxetina e la carbamazepina sono state identificate in fiumi di diversi continenti.

Sebbene siano stati sviluppati per agire sul sistema nervoso umano, questi composti influenzano anche il comportamento di pesci e invertebrati. Gli animali esposti possono nuotare meno, reagire in modo inadeguato alla presenza di predatori e manifestare cambiamenti nel comportamento riproduttivo. Nel lungo periodo, tali effetti sottili riducono la sopravvivenza individuale e la vitalità delle popolazioni.

Il microbioma sotto minaccia

L’inquinamento farmaceutico produce effetti che vanno oltre gli organismi acquatici macroscopici, colpendo in modo profondo il microbioma acquatico, l’insieme altamente diversificato di microrganismi associati alla colonna d’acqua, ai sedimenti e ai tessuti degli stessi organismi. L’esposizione cronica ai farmaci, in particolare agli antibiotici, induce squilibri nella struttura e nella funzionalità di queste comunità microbiche, riducendo o eliminando popolazioni batteriche benefiche, essenziali per processi ecosistemici e fisiologici critici, quali la digestione, la regolazione della risposta immunitaria e i cicli biogeochimici dei nutrienti. Questi cambiamenti possono rendere gli organismi acquatici più suscettibili alle malattie e alterare cicli biogeochimici fondamentali, con effetti a cascata sull’intero ecosistema.

Cosa mostrano i dati

Studi condotti in tutto il mondo hanno già identificato concentrazioni preoccupanti di farmaci in fiumi e laghi. Antibiotici come la ciprofloxacina e il sulfametossazolo, ormoni contraccettivi e psicofarmaci come la fluoxetina compaiono regolarmente nelle analisi ambientali. In molti casi, i livelli rilevati sono sufficienti a provocare effetti comportamentali, riproduttivi e microbiologici.

Il problema è che tali effetti raramente vengono considerati nelle normative ambientali. Per molti di questi composti, infatti, non esistono limiti regolatori, nonostante l’ampia evidenza scientifica disponibile.

Una minaccia che ritorna dal rubinetto

La presenza continua di residui farmaceutici nell’acqua non è solo una questione ambientale. Rappresenta un rischio diretto per la salute umana, sia attraverso l’esposizione indiretta mediante l’acqua potabile, sia tramite l’accelerazione della resistenza antimicrobica. Si tratta di un problema tipicamente del XXI secolo: diffuso, globale e profondamente legato ai nostri modelli di consumo.

Oltre gli ospedali

L’idea che la resistenza antimicrobica abbia origine esclusivamente in ambienti ospedalieri non è più sostenibile. I fiumi urbani funzionano come grandi reattori evolutivi, nei quali i batteri sono continuamente esposti a basse dosi di antibiotici, favorendo la selezione delle forme più resistenti. Ignorare questo processo rappresenta un grave errore strategico nelle politiche pubbliche di salute e di tutela ambientale.

Cosa è necessario fare

Affrontare l’inquinamento farmaceutico richiede una risposta integrata e urgente, che vada ben oltre il dibattito tecnico confinato ai laboratori. È fondamentale investire nella modernizzazione degli impianti di trattamento delle acque reflue, integrando tecnologie in grado di rimuovere i residui farmaceutici, nonché adottare politiche pubbliche efficaci per lo smaltimento corretto dei medicinali, oggi ancora ampiamente trascurato. Il rafforzamento del monitoraggio ambientale continuo e il dialogo tra ambiti tradizionalmente separati  (come ecotossicologia, microbiologia ambientale e sanità pubblica), sono passi essenziali per comprendere e mitigare il problema nella sua piena complessità.

Ma la soluzione non dipende solo da governi e istituzioni. Ognuno di noi ha un ruolo diretto in questo processo: evitare di gettare i medicinali nel WC o nei rifiuti indifferenziati, utilizzare i punti di raccolta appropriati, non assumere antibiotici senza prescrizione medica e sostenere iniziative che promuovano l’educazione ambientale e sanitaria. Piccole decisioni quotidiane, sommate, possono ridurre in modo significativo il carico di farmaci che raggiunge i fiumi.

I dati scientifici sono chiari: anche in quantità minime, i medicinali alterano la vita acquatica, compromettono intere catene ecologiche e alimentano una crisi globale di resistenza antimicrobica. Considerare questi impatti come “ecologicamente irrilevanti” significa ignorare uno dei segnali più evidenti che il rapporto tra società, tecnologia e natura deve essere urgentemente ripensato, pena il rischio di compromettere sia la salute degli ecosistemi sia la nostra stessa salute.

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