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Cultura > Esercizi di squilibrio

Esercizi di stupore (e sovversione)

di Stefano Redaelli

- Fonte: Città Nuova

Uno dei nuovi esercizi della nuova edizione di “Esercizi di squilibrio”: a partire dai versi di Wisława Szymborska, una riflessione sullo stupore come gesto sovversivo — indignazione davanti alle ingiustizie (dalle proteste contro l’ICE a Minneapolis al gelo di Varsavia) e meraviglia per il bene nascosto che ancora resiste

Protesta per gli abusi dell’ICE a Minneapolis: veglia a New York. Credit: ANSA/EPA/OLGA FEDOROVA.

C’è una poesia meravigliosa del premio Nobel Wisława Szymborska, intitolata Disattenzione, che inizia così:

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.

Ho passato tutto il giorno senza fare domande,

senza stupirmi di niente.

Bisognerebbe adottare questi versi come esame di coscienza laico e chiedersi quante volte pecchiamo di omissione di stupore. Farlo tutte le mattine. Ci sono due tipi di stupore. Quello che muta in indignazione, di fronte a quanto accade nel mondo, per esempio: al trionfo delle autarchie, alla violazione dei diritti umani e del diritto internazionale − Ucraina, Gaza, Stati Uniti (Minneapolis), Venezuela, Groenlandia. «Non mi stupirei se a questo punto la Cina occupasse Taiwan», sentiamo dire. Invece deve stupirci. E indignarci.

Occorre farsi domande, come spiega poeticamente la Szymborska:

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,

e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché,

e da dove è saltato fuori uno così.

Perché questo secolo sembra più buio del precedente? Da dove sgorga questa prepotenza, rabbia, violenza? Perché abbiamo sempre più paura e sempre meno speranza? Ci sta bene questo regresso? Non ne siamo forse complici con il nostro tacito assenso? E c’è uno stupore che muta in meraviglia, di fronte al bene nelle sue più nascoste manifestazioni, a quel bios buono che tiene in vita l’uomo e il mondo, misteriosamente. Ciò che inferno non è (lo chiamava Calvino), a cui occorre dare spazio e durata.

Per l’autore delle Città invisibili, riconoscerlo è uno dei due modi per non soffrire “dell’inferno dei viventi”; l’altro è diventarne parte, “non vederlo più”. Sono così attuali le parole di questi scrittori, da dare l’ennesima prova – semmai ce ne fosse bisogno − dell’assoluta necessità di letteratura per stare al mondo. Per resistere (obbiettivo minimo): soffrire meno. Ma non solo per questo. Lo stupore può andare oltre la resistenza, può cambiare qualcosa dentro e intorno a noi. Perché lo stupore è generativo:

È dallo stupore

che sorge il bisogno di parole

e perciò ogni poesia

si chiama Stupore.

Ancora la Szymborska. Lo stupore genera parole, domande, riflessioni: è l’anima della filosofia e dell’arte. Induce alla meditazione e all’azione. Alla meditazione: La vita è forse un’onda di stupore, un’onda più alta della morte?, scriveva Karol Wojtyła nel poema Canto del Dio nascosto. Sono del 1944 questi versi. C’era la guerra, allora. Come oggi, solo che oggi è una “guerra mondiale a pezzi” (per usare le parole di un altro papa). Stupore è anche il titolo di un suo poema, che apre il Trittico romano, in cui l’uomo (il primo uomo) è rappresentato ontologicamente come il solo essere (solo) capace di stupirsi e cavalcare l’onda:

Ed era solo, col suo stupore,

tra le creature senza meraviglia,

per le quali esistere e trascorrere era sufficiente.

L’uomo, con loro, scorreva

sull’onda dello stupore!

Nei versi di Wojtyła poesia, filosofia e teologia s’intrecciano, facendo risuonare un semplice e radicale monito: se perdiamo lo stupore, perdiamo la nostra umanità. Siamo ancora creature, esseri, sì, ma non più umani. Le cose, brutte e belle, ci attraversano, scorrono attraverso di noi – Il varco che un mondo trapassa attraverso l’uomo/ è dello stupore la soglia/ −, ci travolgono, non riusciamo a fermarle: fermati, questo trapasso ha un senso,/ ha un senso… ha un senso… ha un senso!

E neppure esse riescono a fermare noi, costringendoci a riflettere, a creare: parole, pensieri. Lo stupore induce all’azione. Giorni fa, Bruce Springsteen è rimasto così “stupitoindignato” da alzare la sua mitica voce, arrabbiata e dolente, contro gli abusi di potere e le vittime dell’ICE a Minneapolis. In pochi giorni ha raggiunto, dal vivo e in rete, decine di milioni di persone. Così ha cantato il Boss:

Minneapolis nostra, sento la tua voce

cantare attraverso la foschia insanguinata

Resisteremo per questo paese. E per lo straniero in mezzo a noi.

Qui a casa nostra sono andati in giro ad ammazzare.

Nell’inverno del ‘26 ricorderemo i nomi di chi è morto per le strade di Minneapolis.

A Minneapolis, a New York, a Los Angeles, a San Francisco, sono scesi in strada in migliaia, in segno di solidarietà e protesta, per chiedere giustizia. Hanno fermato il Paese: niente lavoro, scuole e negozi chiusi per dire basta ai violenti raid contro i migranti. Penso ai cittadini di Minneapolis e New York che hanno sfidato il gelo di fine gennaio, con temperatura ben sotto lo zero. Come a Varsavia, del resto.

Questa mattina ho guardato fuori dalla finestra, il termometro segnava -21° (percepita: -27o°); forse non faceva così freddo dal 1997. Erano le 7:30. In fondo al cortile della scuola ho visto un uomo che spalava la neve. Apriva, con la pala, un sentiero per i ragazzi. Per un attimo ho pensato a Varlam Šalamov, che durante l’esilio siberiano a Kolyma ha scritto un racconto intitolato Nella neve. Inizia così: Come viene aperta una strada nella neve vergine? Un uomo avanza per primo, sudando e imprecando, muove con difficoltà una gamba poi l’altra, e sprofonda ad ogni passo nello spesso manto cedevole. Il racconto è una descrizione degli anni della deportazione, ma anche una metafora di cosa vuol dire scrivere. Senza aver mai alluso al secondo significato, Šalamov chiude con due frasi lapidarie: Ognuno di quelli che seguono la traccia, anche il più piccolo, il più debole, deve posare il piede su di un lembo di neve vergine e non nella traccia di un altro. Quanto ai trattori e ai cavalli, non sono per gli scrittori, ma per i lettori.

Per uno scrittore non c’è cosa brutta o bella, faticosa o lieve, che non desti stupore. Non c’è gelo né neve che lo possa arrestare. Con le sue parole apre strade nella neve vergine. Poi sono tornato con la mente e lo sguardo a Varsavia, all’uomo che spalava. Prima un colpo netto dall’alto verso il basso, perpendicolare al suolo, per scalfire la coltre di ghiaccio. Poi un altro colpo per romperla, seguito da un movimento orizzontale della pala, per raccogliere e gettare il ghiaccio infranto, misto a neve, ai lati del sentiero. Un lavoro faticoso, altro che metafore; fortunato io, che tra poco mi metto a scrivere in una casa calda, ho pensato. E ho acceso il computer. Nella pausa caffè ho lanciato ancora un’occhiata fuori dalla finestra, erano le 11:30, l’uomo stava ancora spalando. Ho provato stupore, misto ad ammirazione.

I ragazzi che hanno attraversato quel tratto di cortile pulito non avranno pensato neppure per un attimo all’uomo che ha lavorato per loro tutta la mattina, sfidando il gelo − il muco che gli si congelava nel naso, l’aria che entrava come una lama nei polmoni. Se avranno provato stupore − finanche gioia − sarà stato per la neve, che non finiva di cadere e imbiancare il cortile della loro scuola. Lo “stuporeindignazione”, lo “stuporemeraviglia”. Ora che ci penso, entrambi gli stupori sono una forma di sovversione: delle dinamiche di sopraffazione, di strapotere, dell’indifferenza e della cecità verso una corrente carsica di umanità che, nonostante tutto, ci tiene ancora in vita, soffia ossigeno nei polmoni del mondo, apre silenziosamente strade. Lo stupore capovolge il mondo.

La parola “sovvertire” ha la stessa etimologia di “vertigine”, deriva del verbo “vertĕre”: “volgere”, “girare”, a cui si aggiunge il prefisso “sub”: sotto. Portare sopra quello che era sotto. Grazie allo stupore, il bene sommerso – Ciò che inferno non è − emerge. Lo stupore capovolge lo sguardo, lo focalizza su ciò che era sullo sfondo: lo mette in luce. Lo stupore: pensavo fosse un’attitudine meditativa, di filosofi e poeti, un’emozione per puri, ingenui. Invece è un gesto sovversivo.

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