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Cultura > Dibattiti

Élite e potere, il caso concreto del Sulcis Iglesiente

di Maria Lucia Piga

- Fonte: Città Nuova

Partire da un singolo territorio per dire “no” alla guerra, è possibile? Più domande che risposte. La questione del Sulcis Iglesiente in Sardegna

Comitato riconversione Rwm. Marcia intorno alle mura antiche della città di Iglesias Foto Iriad

Difficile sintetizzare il senso tragico del tempo di guerra che un po’ in tutto il mondo le persone stanno vivendo: il respiro di solidarietà con le vittime innocenti dei vari conflitti armati (dilaganti lungo l’asse tanto ovest-est quanto nord-sud) si confonde spesso con un insidioso militarismo perfino interiorizzato, con la rassegnazione impalpabile e, nei fatti, con un senso di grande impotenza a costruire ponti e vie per la pace.

È facile restare dominati dalla paura. Infatti l’eclissi del diritto internazionale, le guerre in corso e quelle all’orizzonte – considerate le aspirazioni al  dominio violento, tipico di chi vorrebbe comandare più che governare – condizionano la nostra vita quotidiana, danno corpo alle ombre di una catastrofe che può arrivare nei nostri territori e distruggerne la vita. È su questa paura che vengono presentate in termini di “necessità della difesa” le ragioni che stanno dietro la corsa al riarmo. Si pensi alla recente scelta dell’UE di rispondere a minacce esterne con il finanziamento di iniziative di sicurezza che, propagandate come necessarie azioni di difesa, in realtà rientrano in pieno nell’economia bellica e nella sua logica del profitto.

Come scriveva il sociologo Charles Wright Mills nel 1956 in La élite del potere (trad. it. Feltrinelli, 1970) con riferimento agli Stati Uniti: «Dietro l’aumento del bilancio militare si trova l’evoluzione del capitalismo moderno americano verso un’economia di guerra permanente (…). La credenza in una permanente minaccia di guerra conferisce ai militari una posizione di privilegio e giustifica il controllo da essi esercitato su uomini, materie prime, denaro e potere; si può dire che tutte le azioni politiche ed economiche siano ora giudicate sulla base di una concezione militare della realtà».

Ma, allora, che fine ha fatto la capacità europea di trattativa politica nei conflitti? La maggiore importanza del potere militare indubbiamente deriva dall’eclissi della diplomazia e da una carenza del settore civile e politico. La rinuncia all’azione politica e alle responsabilità civili di chi ci governa comporta però un rischio: consegnare alle élite militari le più importanti decisioni – e non solo di difesa – che riguardano perfino i territori più piccoli e apparentemente distanti dalla guerra.

È questa la situazione che si è venuta a creare in Sardegna intorno alla RWM del gruppo tedesco Rheinmetall, fabbrica di bombe e droni da combattimento, che opera a Domusnovas, nel Sulcis Iglesiente (sud ovest Sardegna), dopo aver acquisito nel 2010 la proprietà dalla società SEI che produceva esplosivi per miniera.

La situazione è diventata critica man mano che la popolazione esprimeva crescente consapevolezza e indignazione, dopo aver realizzato che cadono sulla testa di vittime innocenti le micidiali “munizioni circuitanti” costruite in questo territorio (circa 80 mq.) sottratto alla sua pacifica vocazione produttiva e alle attività tradizionali (allevamento, agricoltura, artigianato). Una consapevolezza che ha coinvolto le forze vive del territorio, tuttora impegnate, con grande mobilitazione civica, in iniziative di informazione, studio, pace, solidarietà, attivismo non violento e produzioni alternative (del tipo warfree), fino alle proposte di riconversione produttiva per la stessa azienda.

Questa accorata consapevolezza ha smosso le istituzioni e i vertici della politica regionale? La presidente della Regione Autonoma Sardegna, Alessandra Todde (M5S, espressione di un campo largo di centro sinistra) si è trovata davanti al dilemma se formalizzare o meno l’autorizzazione per l’ampliamento dell’azienda RWM, fino al raddoppio della sua superficie. Si tratta di un’autorizzazione ex post, perché in realtà l’ampliamento è già avvenuto. Al momento la decisione è sospesa, o meglio: la presidente ha rinunciato a decidere, lasciando decorrere i tempi per la nomina del funzionario ministeriale. Ora si aspetta la decisione del ministero dell’Ambiente.

Può una Regione che detiene il primato di servitù militari a livello nazionale concedere una VIA positiva ad una fabbrica di morte che produce armi da esportare in tutti i teatri di guerra? È una questione indecisa che però, sul crinale dell’incertezza, apre alle molteplici opportunità di azione da parte della società civile.

Non possiamo qui affrontare la disamina relativa a quali e quante siano le transazioni attraverso le quali gli ordigni di morte generano non solo distruzione, ma anche margini di profitto, convenienze e interessi. Certo è che il nostro piccolo territorio esprime un crescente dissenso nei confronti delle finalità belliche di questa produzione, riuscendo a coinvolgere anche i sindacati sulla necessità di riflettere criticamente e agire nel contrasto ai “lavori indecenti”, opponendosi all’uso bellico dell’ambiente e della società locale. Cosa succederebbe se il torrente sulle cui rive si affaccia lo stabilimento RWM esondasse ed uscisse dagli argini? Oppure se un incendio divampasse durante la lavorazione del materiale esplosivo?

Il dissenso è culminato in varie proteste messe in campo dalle associazioni antimilitariste, non violente e pacifiste, oltre che in una lettera aperta alla presidente Todde, affinché riveda le sue decisioni, anche alla luce di opposizioni e dissensi nella sua stessa maggioranza.

La mobilitazione dal basso dovrebbe spingere non solo la Regione ma anche le amministrazioni locali a riconoscere l’alto rischio, davanti a un “vantaggio” occupazionale veramente irrisorio. La RWM risulta avere appena 102 dipendenti assunti, di cui potrebbe liberarsi non appena dovesse calare la richiesta di ordigni.

Non si perda l’occasione per lavorare su una strada alternativa, partendo dai territori! Quel fazzoletto di terra potrebbe acquistare grande importanza, sventolando al mondo il valore simbolico di un’azione di fermo dissenso. Sebbene nessuna società locale sia veramente sovrana, si potrebbe partire dal rifiuto di subordinare il benessere di una regione agli interessi della produzione bellica per immaginare un mondo diverso.

Epperò, come scriveva il sociologo Charles Wright Mills, «la manipolazione militare dell’opinione pubblica e l’invasione militare della mente dei civili sono oggi gli importantissimi mezzi con cui si esercita permanentemente il potere dei signori della guerra». Infatti, la cultura e la legittimazione della guerra stanno permeando e colonizzando non solo le alte sfere della società civile, ma anche chi governa i territori, nelle singole realtà locali. È più facile allinearsi con le ragioni del crescente bellicismo, cedendo alla tendenza – tipica delle società di massa – a rinunciare ai dibattiti aperti.

Proviamo allora ad interrogarci sul chi prende quelle decisioni e perché. Dopo la bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki dobbiamo forse apprendere dalla storia che nulla può insegnarci? È vero che viviamo una concatenazione di crisi senza precedenti, detta anche policrisi: dobbiamo intenderla come mera successione di eventi – a cui si aggiunge un avanzamento tecnologico “acefalo”, una IA senza guida – dove nessuno pare in grado di assumere decisioni strategiche per il bene dell’umanità?

È evidente la crisi di quella élite del potere che una volta aveva la prerogativa del controllo (e governo). I cambiamenti dovuti alla Seconda Guerra mondiale spazzavano via le illusioni settecentesche di una possibile divisione dei poteri e vedevano anzi crescere in modo irresistibile la concentrazione dei poteri politico, militare, industriale.

In questo quadro, l’élite del potere va a rafforzare il pericoloso complesso militare-industriale (parole di Dwight D. Eisenhower, 34° presidente USA), le cui componenti – di per sé disperse, in quanto mancano di compattezza come forza storica – si concentrano e si saldano a vicenda. Detto in altri termini, quando l’élite del potere non corrisponde più alla selezione dei migliori membri – di quel ceto superiore che si distingueva per capacità di governo, responsabilità organizzativa e meriti sociali -, resta una concentrazione e profonda connessione tra fattori economici e fattori militari che diventano indipendenti e ingovernabili.

Le decisioni di gruppi ristretti hanno però effetti di portata immensa. È probabile che ciò accada quando il settore militare viene ammesso alle più alte decisioni di carattere politico, non essendo però i suoi componenti né eletti politicamente né politicamente responsabili. La questione affrontata è interessante come caso studio di una regione, pure a statuto speciale, che potrebbe fare in modo che anche questo territorio, nei termini delle sue limitate responsabilità, contribuisca al superamento dell’economia bellica.

Ma è interessante anche come espressione di gruppi dirigenti che, dietro le apparenze dell’autonomia, si comportano come satelliti dei centri decisionali metropolitani, che ignorano bisogni e problematiche del territorio, rappresentando sempre più un esempio di agenzia locale organica a quella élite del potere – espressione dei grandi gruppi economici – le cui responsabilità non sono facilmente identificabili.

L’élite potrebbe/dovrebbe essere più responsabile, ma in che cosa? Solo per fare qualche esempio, ecco alcuni “campi di responsabilità”: impegno per evitare escalation e militarizzazione della società; manifesto pacifista per la fine della guerra e della repressione (almeno in Iran, Ucraina e Palestina), oltre che per la riconversione dell’economia bellica; accordi sul clima; regolazione dell’intelligenza artificiale.

Tutte e tutti dobbiamo provare a dare una risposta. Diversamente potremmo ritrovarci con ulteriori domande, ben più impegnative, sul nostro comune futuro e sull’urgenza di invertire la rotta. O forse dobbiamo lasciare che l’élite del potere realizzi una politica senza immaginazione, pensata da un’élite senza immaginazione per la quale sono necessari uomini (e donne) senza immaginazione?

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