Sfoglia la rivista
1 9 5 6 A N N I 2 0 2 6

Cultura > Mostre

Due ritratti di Giorgione a Roma

di Mario Dal Bello

Una piccola-grande rassegna a Palazzo Barberini, a Roma, presenta due ritratti giovanili del pittore veneto. Amore, silenzio e malinconia. Fino all’8 marzo.

Doppio ritratto, quadro di Giorgione, Pubblico dominio, Wikimedia commons

La sala è piccola, illuminata quasi in penombra, perfetta per fermarsi a dialogare con due tele attribuite a Giorgione, il Giorgione dei primissimi anni del Cinquecento. La prima proviene dal Museo di Palazzo Venezia della capitale, ed è un Doppio ritratto (foto in alto): due giovani, poco più che adolescenti, uno in primo piano e l’altro poco dietro, il primo dall’aspetto raffinato, l’altro quasi scherzoso.

La seconda tela viene da Budapest (Museo Szèpmuvèszeti, foto) e mostra un giovane di profilo, pensieroso, elegantissimo nell’abito scuro  a ricami, affacciato ad un davanzale, secondo l’uso fiammingo. Solo, con la lunga chioma, riflessivo. Questo giovane  ricorda il ritratto del ragazzo in viola di Berlino, sempre di Giorgione, che ci guarda triste e parlante.

Il ragazzo di Budapest è serio, perso in chissà quali emozioni nascoste che passano dalla mano al petto per finire nel cuore, centro del sentimento amoroso. Infatti, è indubbiamente un quadro d’amore, di quelli che si rifacevano alle poesie del Petrarca e ai Dialoghi del Bembo. La tecnica è stupefacente: la mano è sfumata, sino a una piccola vena, il volto pallido presenta fili di barba appena visibili, lo sguardo sta abbassato di lato, quasi fuggendo da noi. Nasconde una pena, è emozionato. Ed emozionante.

Ritratto di giovane, quadro di Giorgione, Pubblico dominio, Wikimedia commons

La tela di Budapest fa da complementare a quella romana. In quest’ultima, il giovane dai capelli lunghi, il volto di un ovale perfetto, aristocratico con una leggera barba, il berretto scuro, la manica dai bordi dorati, la camicia candida, esprime una indicibile malinconia con lo sguardo velato, profondo. Appoggia la mano al mento, sospira. Ci guarda e non ci guarda, dialoga con noi, ma anche ci oltrepassa, come l’ungherese che nemmeno ci osserva, ma è chiuso nel suo dolore, recando in mano un merangolo, frutto simbolico dell’amore perduto.

La bellezza del quadro romano ricorda l’atmosfera leonardesca, le ombre musicali, il loro muoversi quasi caravaggesco, il tono cromatico caldo e sfumato. Il ragazzo dietro osserva e sorride con una punta di malizia, come a dire: che serve innamorarsi se poi si soffre in questo modo?

C’è un’aria pre-romantica nelle due tele, dipinte con una cura maniacale dei dettagli, come le dita delle mani che ricordano quelle raffaellesche, o i lievi trapassi delle ombre e delle luci, i colori pastosi, che fanno palpitare il sentimento ben visibile e trasmettercelo con pudore. Sono le prime “pene d’amore”, quelle più delicatamente crudeli ed insieme meravigliosamente belle.

Da non perdere. Fino all’8. 3

 

Riproduzione riservata ©

Condividi

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile
e i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza!
Per informazioni: rete@cittanuova.it

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876