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Cultura > Economia e democrazia in America /8

Democrazia al macello?

di Giampietro Parolin

- Fonte: Città Nuova

Come afferma Michael Sandel, quando tutto diventa merce — l’educazione, la sanità, la politica — allora la democrazia smette di essere una discussione deliberativa tra cittadini, e si trasforma in una gara di potere economico

Militanti Maga negli Usa EPA/CAROLINE BREHMAN

Nella storia americana il rapporto tra economia e democrazia è da sempre una sorta di duetto stonato. Michael Sandel racconta che il Paese è nato con l’ambizione repubblicana dell’autogoverno, ma ha coltivato in parallelo una fiducia quasi religiosa nei mercati. Due forze potenti, che a tratti si sostengono e a tratti si annullano. Ed è proprio da questo crinale che Nancy Fraser, autrice di Capitalismo cannibale da poco uscito per Laterza, invita a guardare: cosa succede quando il mercato diventa talmente forte da mettere all’angolo la democrazia?

La risposta non è rassicurante. Fraser sostiene che il capitalismo, soprattutto quello neoliberale e finanziarizzato degli ultimi decenni, abbia finito per logorare le istituzioni democratiche dall’interno. Un po’ come se la democrazia fosse la cornice necessaria per far funzionare il mercato, e il mercato, una volta cresciuto abbastanza, avesse iniziato a rosicchiare proprio quella cornice. Un paradosso storico: ciò che dà vita al sistema diventa anche ciò che rischia di farlo crollare.

Sandel, da parte sua, aveva già avvertito: quando tutto diventa merce — l’educazione, la sanità, la politica — allora la democrazia smette di essere una discussione deliberativa tra cittadini, e si trasforma in una gara di potere economico. Fraser porta questa intuizione alle estreme conseguenze: il problema, non è qualche eccesso o abuso, ma la struttura stessa del capitalismo cannibale, che divora risorse, tutele e istituzioni nel nome dell’accumulazione illimitata.

Il neoliberismo ha accelerato questo processo. Deregolamentazioni, privatizzazioni, un ruolo sempre più dominante della finanza sono segnali di un progressivo slittamento del potere dalle sedi democratiche a quelle tecnocratiche. I parlamenti discutono, i cittadini votano, ma con reali margini di decisione  e influenza molto ridotti, perché le scelte chiave vengono prese altrove, nei consigli di amministrazione, negli organismi internazionali, nei mercati finanziari che dettano tempi e priorità. È ciò che Fraser chiama “cattura corporativa”, e non è difficile capirne il senso: chi ha la forza economica finisce per orientare anche la volontà politica.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La fiducia nelle istituzioni vacilla, cresce la sensazione che la politica non abbia più presa sulla realtà. E quando i cittadini percepiscono di essere spettatori e non protagonisti, si aprono spazi per risposte radicali. Da un lato i populismi che promettono un ritorno a un passato immaginario di sovranità; dall’altro movimenti progressisti che chiedono nuove forme di partecipazione e redistribuzione. In mezzo, un alto tasso di astensionismo. Ma tutti si scontrano con lo stesso muro: una democrazia formalmente viva, ma sostanzialmente svuotata.

Il titolo del capitolo del libro di Fraser, “Democrazia al macello”, è più di una provocazione. È la descrizione di un doppio sacrificio: al macello va la democrazia, ridotta a rituale privo di potere, e al macello va la società, che subisce le conseguenze di un’economia lasciata senza freni. In altre parole, se il consumo è stato per decenni il motore — e il fine — di tutto, oggi quel motore rischia seriamente di fondere.

Eppure, come sempre, la storia non si chiude qui. Se Sandel invita a tornare a discutere dei valori condivisi, di ciò che deve restare fuori dal mercato, Fraser rilancia: non basta ripensare i fini, è tempo di ripensare anche gli strumenti, ricostruire le basi materiali e istituzionali della democrazia. Un compito enorme, certo, eppure ogni crisi — economica, climatica, democratica — apre un cantiere di possibilità.

Insomma, quasi un secolo dopo la rivoluzione keynesiana che tentò di tenere insieme capitalismo e democrazia, l’occidente si ritrova di nuovo davanti a una scelta. All’epoca si decise di “gestire l’economia senza gestire le istituzioni dell’economia”, una scorciatoia oggi inadeguata. La nuova rivoluzione, se verrà, dovrà rimettere mano proprio a quelle istituzioni, chiedendosi non solo come produrre e consumare, ma soprattutto perché e per chi farlo, con uno sguardo necessario al tema ambientale. Un cantiere aperto, appunto. Da cui dipende il futuro della democrazia — e non solo.

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