Davos, di per sé era una buona idea

Nato con buoni propositi – siamo quest’anno alla 50° edizione – il Forum Economico Mondiale sembra ridotto al contrario di ciò per cui era stato inventato. Doveva essere un luogo protetto e privato, è diventato un gran palcoscenico.

 

Quando nel 1971 l’economista ed accademico svizzero Klaus Schwab – era professore a Ginevra – fondò il Forum Economico Mondiale per tentare di «elaborare le strategie future atte a dirigere la globalizzazione nei suoi rapporti con gli Stati e i mercati mondiali», ebbe una buon idea. Quella di “costringere” i grandi di questo mondo in un villaggetto svizzero di montagna (Davos appunto), senza particolari privilegi e vivendo in condizioni “normali”. In effetti una regina è trattata al pari di un industriale, non ci sono “assistenti” o “sherpa”, l’agenda degli incontri è affidati all’organizzazione, il letto su cui si dorme non ha nulla di speciale, i cibi sono quelli offerti dai ristorantini locali… Lo scopo? Permettere l’incontro di uomini e donne che governano il mondo ma che molto spesso, anzi quasi sempre, non riescono ad avere incontri informali con i loro simili. A Davos un premier famoso può prendere una birra con un industriale senza alcun filtro.

Recentemente sono state ammesse a Davos anche delle voci della società civile, oltre ad accademici e giornalisti, già da tempo integrati, il che potrebbe rendere il forum come qualcosa di ancora più interessante, veramente utile per l’elaborazione d “strategie future”, come dice il sito ufficiale dell’organizzazione. E gli argomenti trattabili sono stati ampliati, includendo ad esempio temi più sociali e meno economici e politici come salute e ambiente. Ancor oggi il Forum è un’associazione senza fine di lucro con sede a Cologny, vicino a Ginevra. Oltre all’organizzazione di Davos – ormai un’enorme macchina che assicura la presenza e la sicurezza di migliaia di “vip”, i quali pagano fior di quattrini per potervi partecipare –, la fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali, in particolare in Cina e negli Stati Uniti.

Quest’anno il convegno di Davos è cominciato con un colpo mediatico certamente riuscito – nel senso che ne hanno parlato tutti nel mondo –, in qualche modo con un incontro-scontro (che in realtà non è mai avvenuto) tra il Golia più potente del mondo, Donald Trump, e il Davide più ascoltato al mondo (Greta Tundberg). Cosa di più interessante poteva esserci? In realtà i due hanno parlato in momenti diversi. Se la piccola svedese ha reiterato i suoi attacchi alle generazioni che hanno dilapidato il patrimonio naturale del pianeta, il presidente Usa ha voluto presentare la sua opera ormai quasi quadriennale da presidente, affermando per il suo elettorato di casa (discorso assolutamente elettorale) che senza di lui il Paese sarebbe alla rovina. Discorso tra sordi, Greta se n’è andata dalla sala prima della fine del discorso del presidente.

Uno show. Purtroppo Davos non è più (o non è solo) un incontro informale tra “grandi” (anche Greta ormai è una “grande”), ma un’enorme mediatizzazione che serve ai potenti per affermare le loro strategie, e ai “già deboli oggi potenti” di assestare le loro clavate di attacco all’establishment di cui essi stessi però fanno parte. Davos non è più, certo, un incontro di semplicità, in cui passano da un tavolo all’altro, da una conferenza all’altra quelle idee e quelle descrizioni di realtà che possono far cambiare la politica di tanti governanti di questo mondo. E ciò è un peccato, perché Davos aveva iniziato bene le sue iniziative, ormai quasi cinquant’anni fa.

Ieri il collega Cefaloni citava Guy Debord, il filosofo “situazionista” francese che nel 1967 (riprendendo alcune intuizioni del maestro McLuhan in salsa marxiana) aveva teorizzato proprio una tale “società dello spettacolo” in cui il motore stesso dell’economia e della politica mondiale era lo show, l’esposizione al pubblico apprezzamento o al pubblico ludibrio delle proprie strategie e dei propri obiettivi. Davos per anni ha cercato non tanto di essere un palco ma un villaggio, e c’è riuscito. Nelle montagne svizzere sono state evitate guerre militari e commerciali, certamente; ma oggi sembra che non si riesca più ad avere quella serenità e quell’isolamento, nella normalità, che aveva fatto la fortuna del Forum.

Così la 50a edizione del Forum di Davos, decisamente orientata al “verde” (non tanto per motivi etici o scientifici, ma soprattutto commerciali, il “verde” è un grande business) il presidente statunitense si è presentato come un «clima-scettico» che fustiga apertamente i «profeti del destino» che annunciano «l’apocalisse». Ha reiterato il suo nuovo slogan elettorale (Workers First, i lavoratori prima), che sembra sostituirà l’altro slogan, America First della campagna 2016 nella retorica del repubblicano. E, per non dimenticare i suoi elettori evangelici, il presidente ha chiuso il suo discorso con un’involata sulle grandi cattedrali d’Europa che «ci hanno insegnato a perseguire grandi sogni», senza ovviamente dimenticare Notre-Dame de Paris che rinascerà dalle sue ceneri.

Basta così: se volete continuare a seguire Davos, aprite uno qualsiasi dei siti dei grandi media mondiali e avrete abbondanza di notizie. News? Forse solo show.

 

 

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