A Verona la voce dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente

All’Arena della città scaligera la testimonianza di pace dell’israeliano Maoz Inon e del palestinese Aziz Abu Sarah ha abbattuto il demone della guerra e dimostrato che, come afferma papa Francesco, «il futuro dei popoli è soprattutto nelle mani dei popoli» e non delle élite. Il forte appello dell’Alliance for Middle East Peace che raduna 150 ong ebraico arabe e israelo-palestinesi  
Maoz Inon (D) e Aziz Sarah (S) consegnano la dichiarazione di pace al Papa Francesco (C) in occasione dell'Incontro "Arena di Pace - Giustizia e Pace si baceranno", Verona, 18 maggio 2024. ANSA/EMANUELE PENNACCHIO

C’è un’immagine che annulla e vanifica la seduzione immonda della guerra. È quanto avvenuto sabato 18 maggio all’Arena di Verona quando l’anziano papa Francesco ha fatto uno scatto per mettersi in piedi e abbracciare Maoz Inon e Aziz Abu Sarah dopo la loro testimonianza di pace dalla Terra Santa.

Un israeliano e un palestinese che si tengono per mano come veri fratelli dopo che entrambi hanno perso dei familiari nel massacro di Hamas del 7 ottobre e nel corso dell’offensiva militare israeliana sulla striscia di Gaza.

C’è una seria responsabilità nei media e nelle narrazioni comuni che ignorano l’esistenza di un’umanità in grado di aprire la strada in mezzo alle tenebre.

Per questo motivo è quanto mai importante far sapere che Maoz e Aziz esprimono il sentire di oltre 250 organizzazioni non governative israeliane, palestinesi e di altri Paesi, che esplicitamente stanno chiedendo, in queste ore, di essere ascoltate e sostenute nell’ambito del prossimo incontro del G7 in previsione in Italia dal 13 al 15 giugno 2024. In tali incontri esclusivi dei cosiddetti “grandi” della Terra, con le conclusioni in larga parte già scritte dai consulenti esperti, deve trovare spazio e accoglienza la voce di quella parte della società civile che lavora per costruire la pace.

Ne abbiamo parlato su Città Nuova immediatamente dopo l’eccidio di Hamas e l’inizio dei bombardamenti su Gaza, con l’intervista a Giorgio Gomel, referente in Europa dell’Alliance for Middle East Peace che raduna 150 ong ebraico-arabe e israelo-palestinesi.

Foto ALLMEP

Ed è proprio da tale Alleanza per la Pace in Medio Oriente (AllMEAP) e da altre realtà sostenitrici di questa comunità, che è partita la richiesta rivolta ai Paesi del G7 e che lo stesso papa Francesco ha voluto sottoscrivere e sostenere di suo pugno.

Una decisione significativa perché l’istanza non è affatto una petizione di principio fine a se stessa. Si parte da un dato di fatto e cioè che «l’attuale orribile, ma evitabile, incrudirsi del conflitto israelo-palestinese» rappresenta «un chiaro segnale del fallimento della comunità internazionale nel sostenere adeguatamente le iniziative di pace della società civile».

Tali azioni che partono all’interno della società non sono affatto velleitarie e inutili, come è portato a credere chi detiene le redini politiche: «Grazie agli studi accademici – ribadisce l’Alleanza – sappiamo che tali programmi mettono in forse e ribaltano atteggiamenti e credenze che alimentano il conflitto».

Non sono fatti marginali dunque, ma il risultato di relazioni significative tra israeliani e palestinesi basate «su un impegno condiviso per la pace, la sicurezza e l’uguaglianza per entrambi i popoli». Insomma non valgono più i soli negoziati “dall’alto verso il basso” tra leader di governo senza una strategia “dal basso verso l’alto”.

Al G7 in programma in Puglia, in una fase sempre più difficile sul piano internazionale che fa temere per la sicurezza dell’evento, si richiede l’inserimento di una formula esplicita che recita così: «Affermiamo il nostro impegno a lavorare insieme multilateralmente e con altri partner internazionali per coordinare strettamente e istituzionalizzare il nostro sostegno agli sforzi di costruzione della pace promossi dalla società civile. Assicurando che tali sforzi facciano parte di una strategia più ampia per costruire le fondamenta necessarie per una pace negoziata e durevole israelo-palestinese».

Questo impegno formale è in linea, come sottolinea l’Alleanza, con i messaggi recenti delle Nazioni Unite e del Quartetto per il Medio Oriente, un gruppo composto da Onu, Stati Uniti, Unione europea e Russia, promosso a Madrid nel 2002 con lo scopo di favorire una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese.

L’Alleanza per la Pace in Medio Oriente riconosce che «dagli attacchi del 7 ottobre e dalla guerra devastante che ne è seguita, israeliani e palestinesi sono stati coinvolti in alcuni degli eventi più orribili che questa regione abbia mai visto. La violenza, la perdita di vite umane senza precedenti, la distruzione di proprietà e il crescente disastro umanitario a Gaza hanno scosso nel profondo la nostra comunità, e oggi la paura perseguita il territorio. La violenza dei coloni è esplosa in tutta la Cisgiordania, c’è stato un marcato aumento del controllo della parola e dell’attivismo, mentre la scarsità di cibo e risorse ha avuto un impatto sulle comunità più povere della regione, e l’islamofobia e l’antisemitismo sono aumentati in tutto il mondo. Nel mezzo di questo immenso trauma, sofferenza, lutto e dolore, insieme a una grave mancanza di responsabilità da parte del governo, gli attivisti pacifisti palestinesi e israeliani stanno lottando per tenere insieme le loro comunità».

Foto Allmep

Molte di queste storie di resistenza dell’umanità che si ribella al fratricidio sono raccontate sul sito di allmep.org.

Si può seguire così su tale fonte, in tempo reale, l’impegno a continuare il cammino iniziato nel 2006 dai Combatants for Peace, il movimento composto da israeliani e palestinesi che lavorano insieme per porre fine all’occupazione dei territori palestinesi della Cisgiordania con «la resistenza civile, l’educazione e altri mezzi creativi di attivismo per trasformare i sistemi di oppressione e costruire un futuro libero e pacifico dal basso». A quanto pare, è l’unico movimento al mondo fondato da ex combattenti di entrambe le parti di un conflitto attivo.

Anche quest’anno il 15 maggio (in contemporanea a Gerusalemme, New York, Los Angeles e Londra) i Combatants for Peace hanno organizzato una commemorazione congiunta della Nakba (“catastrofe” in arabo), quando cioè nel 1948 più di 700 mila palestinesi furono espulsi dalle loro case, divennero rifugiati e i loro villaggi e città furono distrutti.

«In Israele, anche menzionare la parola “Nakba” è completamente tabù affermano i Combatants for Peace , tuttavia crediamo che la pace e la riconciliazione implichino una resa dei conti sincera e onesta con questa storia che non è finita nel 1948 ma continua fino ad oggi. All’indomani del 7 ottobre, a Gaza si è verificata una seconda Nakba. Ci sono circa 1,9 milioni di persone attualmente sfollate nella Striscia di Gaza e molte delle loro case sono state distrutte dai brutali attacchi di Israele. Questo sfollamento di massa riporta a molti palestinesi ricordi terribili degli eventi del 1948».

Il movimento dei Combatants for Peace «comprende che per porre fine all’occupazione e trovare una soluzione al conflitto, dobbiamo ascoltare con empatia le storie degli altri e riconoscere l’ingiustizia per raggiungere la vera liberazione».

Quest’anno la cerimonia si è svolta appunto intorno al tema della “liberazione” a partire da alcune domande che valgono per ognuno: «come ci liberiamo dall’occupazione, dall’oppressione e dalla violenza? Che aspetto ha la liberazione e come iniziamo a guarire dai nostri traumi passati e presenti?».

Tra le varie attività di diplomazia dal basso c’è, ad esempio, quella di Rana Salman, che è arrivata all’impegno tra i  Combatants for Peace dopo diversi anni di lavoro nel turismo in Cisgiordania, organizzando tour politici ed educativi per visitatori provenienti dall’estero. Lo scorso febbraio Rana si è recata a Washington con altri “combattenti” per incontrare alcuni membri del Congresso, del Dipartimento di Stato e funzionari della Casa Bianca chiedendo loro di impegnarsi a favore del negoziato.

«Riteniamo che la comunità internazionale – sottolinea Rana – abbia il potere e debba usare la sua influenza per spingere effettivamente verso la pace e non verso la guerra».

Papa Francesco al termine dell’incontro dell’Arena di pace ha ripreso il suo intervento ai movimenti popolari del 9 luglio 2015 a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia: «Sono sempre più convinto che il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli – i popoli! –, nella loro capacità di organizzarsi e anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento»

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