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Dagli alberi di Natale all’inquinamento globale

di Benedetto Gui

- Fonte: Città Nuova

Il sistema mondo riesce poco a proteggere gli ecosistemi più lontani dai centri mondiali del potere politico, economico e finanziario: quelli di Paesi dove già ai tempi della colonizzazione furono avviate istituzioni di tipo “estrattivo”, a scapito delle risorse locali. Ma esistono segnali di cambiamento da sostenere

In questi giorni siamo rallegrati da milioni di verdi alberi scintillanti di festoni e pendagli, ma – ditemi che sono un po’ fissato – non riesco a non chiedermi quali siano gli effetti sull’ambiente, il paziente “padrone di casa” che ci accoglie e con cui ci comportiamo da ospiti molto maleducati. Primo pensiero: le emissioni di CO2. Produrre un alberello artificiale ne provocherebbe circa 20 kg, stima uno studio dell’Università di Firenze, contro poco più di mezzo chilo per quello naturale. Poi c’è il trasporto, che in genere per quelli artificiali è molto più lungo (gran parte della produzione mondiale è nella città cinese di Yiwu), il che potrebbe causare l’emissione di altri 20 kg. Se l’albero naturale è correttamente smaltito come materiale organico, sostiene lo studio sopra citato, per vincere il confronto l’albero artificiale dovrebbe restare in uso molti anni.

Preoccuparsi delle emissioni è senz’altro apprezzabile, ma purtroppo 40 kg di CO2 li emette in media una delle nostre automobili nel giro di una settimana. Insomma, qui la posta in gioco non è grandissima. Possiamo però farci anche un’altra domanda: se si tratta di alberi veri, quanto ne soffrono i boschi? Neanche qui pare ci sia troppo da preoccuparci, se pensiamo a come le cose funzionano in Italia, o nei Paesi da cui proviene parte del nostro fabbisogno. Alcuni alberelli si ottengono sfoltendo boschi troppo fitti; alcuni sono cime di alberi destinati all’industria del legno; altri – la maggioranza – vengono appositamente coltivati in vivai. C’è un controllo pubblico che funziona abbastanza e in certi casi c’è anche un controllo comunitario (le nostre Alpi ospitano esempi secolari di gestione sostenibile del patrimonio boschivo da parte delle comunità di valligiani). Qualcuno, poi, fa notare che così si creano posti di lavoro in zone a rischio di spopolamento.

Incuriosito, sono andato a cercare notizie su altri Paesi.

Un caso particolarmente allarmante è quello del Guatemala, patria di una specie di abete particolarmente pregiata, l’abies guatemalensis, in origine molto diffusa ma oggi a rischio di estinzione. La causa è il taglio illegale di esemplari ad alto fusto per trarne legname, ma anche di piante giovani da vendere nel mercato degli alberi di Natale delle città del Paese, e perfino di fronde, più facili da nascondere sotto altra merce, con cui poi vengono composti degli alberelli “semi-naturali”.

Non è certo una novità, purtroppo, che in Paesi a basso reddito e con istituzioni pubbliche deboli preservare gli ecosistemi locali sia particolarmente difficile, per l’insufficienza delle azioni di contrasto all’illegalità e anche a causa della povertà, che spinge ad approfittare di qualunque possibile fonte di ricavi. Questa affermazione vale sia nel caso di risorse naturali vendute quasi esclusivamente nel mercato interno, come gli alberi di Natale guatemaltechi, sia ancora di più quando entra in gioco una forte domanda da oltremare, che esercita una pressione irrefrenabile.

È quello che successe ad antiche e pregiate foreste di Filippine, Indonesia e Malesia, il cui legname rifornì di pannelli di compensato a buon mercato il boom delle costruzioni del Giappone, permettendo – paradossalmente – al governo di quel Paese di vantarsi del buono stato delle foreste, le proprie (devo questo esempio a The Shadows of Consumption di Peter Dauvergne). Così avviene anche oggi con la deforestazione dell’Amazzonia, per far spazio a miniere o per ricavarne terreni da coltivare a soia per l’alimentazione di bestiame che soddisfi la crescente domanda mondiale di carne.

In sostanza, se proviamo a guardare il mondo come un tutt’uno – a livello economico lo è effettivamente –, appare chiaro che la gestione dell’ambiente assomiglia più a quella del Paesi del “sud globale” che a quella dei Paesi del “nord globale”. Infatti il sistema mondo riesce poco a proteggere gli ecosistemi più lontani dai centri mondiali del potere politico, economico e finanziario: quelli di Paesi dove già ai tempi della colonizzazione furono avviate istituzioni di tipo “estrattivo”, a scapito delle risorse locali (sto citando da Acemoglu, Johnson e Robinson, i tre vincitori del premio Nobel per l’Economia 2024).

Questo stato di cose è criticabile, non solo sul piano della giustizia, ma anche su quello della lungimiranza, perché poi gli squilibri si trasmettono in tutto il pianeta attraverso canali ambientali (cambiamento del clima, perdita di biodiversità,…) o sociali (migrazioni, contrabbando di droghe…). Per avvicinarsi alle buone pratiche di gestione che hanno preservato o migliorato molti ecosistemi locali dei Paesi economicamente e politicamente più avanzati, il mondo ha bisogno di considerarsi un’unica entità. Quanto grande sia il cammino da percorrere ce lo dicono i modesti risultati finora ottenuti nelle COP, le conferenze delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, la trentesima delle quali si è tenuta lo scorso novembre in Brasile. Per non parlare delle guerre, le cui tragiche conseguenze ricadono anche sulle foreste, oltre che sulle persone, sulle case e sulle infrastrutture (un articolo di Woodcentral riportava il dato di 1,7 milioni di ettari di foreste distrutti in Ucraina nei primi tre anni del conflitto).

Un piccolo segno di speranza – alla fine di questo pezzo vorrei aggiungerne almeno uno – è lo “scambio debito contro natura” prossimo alla stipula tra la Repubblica del Congo (quella con capitale Brazzaville, ex colonia francese) e un gruppo di creditori, in virtù del quale questi rinuncerebbero al rimborso di alcune centinaia di milioni di dollari in cambio dell’impegno del governo ad investire nella conservazione della foresta pluviale che si estende tutt’attorno al grande fiume da cui prende il nome il Paese (e così pure l’omonima Repubblica Democratica), sulla scia di un simile accordo stipulato dal Gabon nel 2023.

Anche tra gli umani e gli alberi c’è una pace da fare.

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