La critica all’operato dello Stato di Israele può comportare l’accusa di antisemitismo? Anche di questo stanno discutendo i parlamentari italiani, che stanno esaminando ben sei disegni di legge (ddl) per contrastare l’antisemitismo in Italia. Testi criticati da parte della società civile – da Amnesty international (clicca qui per leggere il comunicato) all’Università Statale di Milano (qui la posizione del Senato accademico) –, che li ritiene una limitazione alla libertà di espressione.
I membri della prima Commissione permanente (Affari costituzionali) del Senato stanno discutendo congiuntamente diversi disegni di legge: 1004, presentato da Massimiliano Romeo (Lega), 1575 di Ivan Scalfarotto (Italia Viva), 1627 di Maurizio Gasparri (Forza Italia), 1722 di Graziano Delrio (Pd), 1757 di Maria Stella Gelmini (Noi moderati) e 1762 di Malan (Fratelli d’Italia).
I diversi testi si rifanno alla definizione di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance, IHRA), per la quale «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto».
Una definizione che, se interpretata in senso ampio, può portare ad accusare di antisemitismo anche chi critica lo Stato di Israele, oggi governato da Benjamin Netanyahu, che – non dimentichiamolo – è indagato dalla Corte penale internazionale per genocidio nei confronti del popolo palestinese.
A questo proposito, lo scrittore ebreo Moni Ovadia ha affermato: «Stiamo entrando in un clima fascista e questo atteggiamento censorio nei confronti del pensiero critico ne è il segno più evidente». Oggi, ha aggiunto Ovadia, «si approntano leggi per apparentare l’antisemitismo all’antisionismo. Io sono molto curioso di vedere come andrà, cioè: sarà Gasparri, ex fascista, a dire a me, ebreo, che sono antisemita? Credo che sia giunto il tempo di contrapporsi in maniera molto forte e molto seria a questo clima di censura e di violenza contro il pensiero nella sua vera espressione, cioè il pensiero critico».
Sui disegni di legge in discussione in tema di antisemitismo abbiamo chiesto un parere anche a Irene Kajon, docente emerita dell’Università La Sapienza e membro della comunità ebraica romana.

La professoressa Irene Kajon, docente emerita della Sapienza e membro della comunità ebraica di Roma. Foto di Sara Fornaro
Professoressa Kajon, si sta discutendo dei vari disegni di legge che equiparano la critica allo Stato di Israele all’antisemitismo. Che cose ne pensa?
Premetto che io ne parlo a titolo personale, come semplice membro della comunità ebraica di Roma. La mia opinione è che nelle leggi dello Stato italiano vi sono già delle regole necessarie per controllare le forme di antisemitismo che, purtroppo, negli ultimi tempi si sono manifestate con più diffusione e più fortemente che nel passato. Ci sono state forme di antisemitismo non solo in Italia, ma anche in Europa.
Rimanendo nel nostro Paese, c’è chi ritiene che l’aumento dell’antisemitismo sia legato a quanto è avvenuto e sta avvenendo a Gaza e negli altri territori della Palestina. Lei vede questo legame?
Sì, purtroppo bisogna dire che gli eventi che sono accaduti a Gaza sono stati la base per un riemergere dell’antisemitismo, che certamente non era scomparso. Non si parla soltanto di Europa, purtroppo, quando si assiste a fenomeni di antisemitismo, ma anche di altri Paesi. Credo che gli eventi politici degli ultimi mesi abbiano particolarmente accentuato elementi di antisemitismo che già erano presenti nelle varie società e che sono riemersi. La questione è molto complessa. Io ritengo che si debba sempre distinguere tra la politica di un governo, la cittadinanza israeliana e la presenza dell’ebraismo in Europa come in altri Paesi. È necessario fare queste distinzioni, perché altrimenti si tende a far ricadere la responsabilità di determinate azioni su persone che in realtà non sono responsabili. Il concetto di responsabilità va sempre applicato a coloro che commettono determinate azioni. Non bisogna pensare che ci sia una “responsabilità collettiva”. La responsabilità riguarda sempre le persone che agiscono in un determinato modo. Quindi bisognerebbe fare le necessarie distinzioni.
Lei ha mai subito atti di antisemitismo o di discriminazione?
No, devo dire che nel corso della mia vita, gran parte della quale si è svolta in Italia, perché sono nata e cresciuta e ho lavorato a Roma, non ho avuto esperienze negative, di antisemitismo. Non mi è accaduto. Ho insegnato la Storia del pensiero ebraico e anche come insegnante di Filosofia spesso inserivo testi di pensatori ebrei nei miei programmi e ho sempre avuto molta attenzione, molto rispetto. Gli studenti hanno frequentato i miei corsi con interesse. Tutto questo è avvenuto finché ho lavorato all’Università La Sapienza. Ho lasciato l’università oramai cinque anni fa, per limiti di età. Non saprei quindi dire come reagirebbero adesso gli studenti se io insegnassi gli stessi argomenti che insegnavo nel passato, e che incontravano il favore degli studenti. Adesso non mi sentirei di dire che le cose andrebbero nello stesso modo.
Cosa servirebbe secondo lei per favorire il dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani e per cercare di disinnescare il pregiudizio e il razzismo che a volte si possono manifestare anche come odio?
Credo che la via maestra sia sempre quella del rispetto reciproco. Bisogna che ciascuno veda nell’altro una persona con le sue proprie idee, con le sue proprie esperienze, ma che è vicina per la sua stessa dignità umana. Ciascuno di noi è portatore di una sua propria particolarità, ma, come ho cercato anche di dire alla presentazione del libro di Margaret Karram (presidente dei Focolari, ndr), nello stesso tempo ci riconosciamo tutti in una umanità. C’è qualcosa che ci unisce ed è il concetto di prossimità, che io intendo nel senso di un riconoscimento della dignità di ciascun essere umano, e questo è l’elemento che permette il dialogo. Recuperare un dialogo, evitare la violenza e usare sempre la parola. La parola. Finché si parla, finché c’è la parola, vuol dire che si rispetta il prossimo. La parola, che non deve essere aggressiva o insultante, è quella che instaura un legame con l’altro.
