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In profondità > Buone pratiche

Costruire ponti di pace

di Meinolf Wacker

- Fonte: Ekklesía

Da un centro giovanile nell’arcidiocesi di Paderborn, in Germania, a metà degli anni ’90 nasce un’azione per la pace, che porta i giovani a impegnarsi dapprima in Bosnia ed Erzegovina, poi in altri paesi. Col tempo, sempre più giovani vengono coinvolti attraverso un’apposita App. Go4peace (vai per la pace) è il motto che li unisce. Dalla rivista Ekklesía

Sono le cinque del mattino di domenica. Sento in lontananza la chiamata alla preghiera del muezzin. Il termometro è già salito a più di 30 gradi. Mi trovo ancora a letto in una piccola capanna di legno nel “Villaggio della pace” di Shkodra in Albania, eretto alla fine del 1999 dalla locale diocesi per accogliere rifugiati del Kosovo durante la seconda guerra nei Balcani. Ora questa struttura si presta stupendamente a luogo d’incontro per un centinaio di giovani venuti da tutta Europa per il campo go4peace 2017. (…)

Gli inizi di questo cammino della pace risalgono al 1995. Era da poco terminata la guerra nei Balcani e la domanda del cardinale Lehmann se la ricostruzione di Bosnia ed Erzegovina non potesse essere una sfida da lanciare ai giovani tedeschi ci aveva spinti a recarci nell’arcidiocesi di Sarajevo. Nell’arco di vent’anni, vi siamo stati con settecento giovani, contribuendo attraverso appositi campi all’incontro e alla ricostruzione. Ci siamo dati da fare col lavoro delle nostre mani e allo stesso tempo abbiamo stabilito legami oltre i confini nazionali, religiosi e generazionali.

Un giorno il cardinale Puljic, visitandoci, ha affermato commosso: «Voi portate la luce del Cielo, il Vangelo, negli angoli più sporchi della mia città. Non a parole, ma andate là dove nessuno vuole andare». Da questo impegno è nato a Sarajevo il Centro giovanile Giovanni Paolo II, che ora è il cuore della pastorale indirizzata ai giovani per tutti i Balcani ed è diventato un luogo di vera speranza per tanti di loro. Attorno a un’équipe multiprofessionale in cui collaborano cattolici, ortodossi e musulmani, sono nati spazi di vita per molti giovani della Bosnia ed Erzegovina e oltre.

Dopo vent’anni di impegno nei Balcani, nel 2014 ci siamo resi conto che la piaga dell’Europa, che negli anni ’90 era da localizzare soprattutto in quelle terre, ora era da cercare nel nostro proprio Paese. Vedendo le cose in Bosnia ed Erzegovina ben avviate e in grado di proseguire autonomamente, era venuto il momento di lasciare una realtà a noi tanto cara. Erano arrivati nel nostro Paese un milione di rifugiati, scampati da regioni in guerra e alla ricerca di un posto dove poter sopravvivere e poi anche vivere. Con la sua bolla per il Giubileo straordinario della misericordia, papa Francesco ci ha fatto capire: «In ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura».

Così abbiamo deciso di svolgere go4peace 2015 nella nostra città, a Kamen, non lontano da Dortmund. Sono convenuti centoventi giovani di diciassette Paesi d’Europa. E si sono uniti a noi diciotto giovani rifugiati di altre dieci nazioni. Culmine di questo campo è stata la performance conclusiva nell’auditorium della città. Più di seicento persone sono state accompagnate da George, giovane cristiano siriano, e da Fajir, tredicenne musulmana del Pakistan, in un giro del mondo con lo scopo di trovare la “chiave della pace”. Grande la commozione quando Fajir, da appena mezz’anno in Germania, si è rivolta a tutti con fluida pronuncia tedesca: «Questa è la risposta. Noi siamo fratelli e sorelle, non esistono confini! Dove si comincia a vedere in ogni persona un fratello o una sorella, giunge la pace. Così la terra ritorna ad essere bella».

Alla fine di quel campo, nessun dubbio che go4peace dovesse continuare! Ma dove? «Non potreste venire una volta anche da noi?», hanno chiesto i giovani dell’Albania. Ed ecco perché il successivo campo si è svolto a Shkodra, nel nord del Paese.

(L’articolo completo sulla rivista Ekklesía. Sentieri di comunione e dialogo)

 

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