Alcune coppie restano nelle loro dinamiche disfunzionali anche quando ne acquistano una certa consapevolezza. Scrive Vittorio Lingiardi nel suo libro Farsi male: «Non mi preoccupano gli amori infelici ma gli amori infelici che durano una vita». Come mai accade questo? Alcune coppie non riescono a separarsi e restano tutta la vita in dinamiche dove ogni partner compete con l’altro per assumere la stessa posizione, e cioè la posizione di colui che definisce la realtà. Per esempio entrambi assumono un atteggiamento di genitore critico uno nei confronti dell’altro oppure, quando uno dei due mostra la sua parte più fragile e bisognosa di cure, subito l’altro partner sta peggio di lui.
Miriam riportava questo nei suoi racconti: «Se io mi ammalo di sicuro lui si ammalerà e avrà bisogno di cure più di me. Se io mostro la mia parte fragile di sicuro lui si mostrerà più bisognoso di me di attenzioni». Questa continua competizione crea una forma di simbiosi a cui i partner in qualche modo si “affezionano” e vanno avanti così confliggendo tutta la vita. È come se il dialogo sottostante fosse il seguente: «Ti sostengo nel tuo bisogno di dipendenza/controllo perché tu sostieni il mio (e viceversa), così non dobbiamo separarci e affrontare i nostri irrisolti infantili».
Altre situazioni di coppia, invece, non si sbloccano perché ormai i due partner hanno paradossalmente trovato un vantaggio secondario nel loro star male. Il vantaggio secondario si riferisce ai benefici indiretti e spesso inconsci che una persona può trarre dal proprio malessere fisico o psicologico. Paradossalmente continuando a star male si sperimenta una situazione più familiare con cui si è appreso negli anni come ottenere più attenzioni e cure dagli altri, come essere esentati da responsabilità, o come creare un pretesto per evitare situazioni difficili. Non solo: restando in una situazione di malessere, in qualche modo, si attirano persone disposte a soddisfare i propri bisogni di supporto emotivo non esplicitamente dichiarati ma comunque capaci di attirare i vari “salvatori”, ossia le varie persone nel circondario sempre disponibili a farsi carico dei bisogni altrui.
Si può quindi instaurare addirittura un cosiddetto “rischio iatrogeno“, ossia il rischio di un peggioramento della situazione della coppia o la creazione di nuove dinamiche disfunzionali quando la coppia che ha cominciato un percorso resiste al cambiamento. Questo può portare all’esacerbarsi di alcune dinamiche che in analisi transazionale chiamiamo “giochi”. Occorre quindi tenere in considerazione i cosiddetti “vantaggi” dei giochi psicologici che sono diversi e non sempre ravvisabili ad una prima analisi. Tali vantaggi possono essere per esempio ottenere riconoscimento, anche negativo, quando mancano carezze positive e genuine, come supporto o ascolto autentico, riempire il tempo con interazioni ripetitive e prevedibili, anche se spiacevoli, per evitare il vuoto, creare una vicinanza “di facciata” senza i rischi psicologici dell’intimità vera, rinforzare convinzioni negative su sé stessi e sugli altri (es. “sono sbagliato”, “gli altri non si fidano”), generare stati emotivi forti (rabbia, paura) che danno un senso di vitalità, anche se disfunzionale, rendere l’altro prevedibile, creando un senso di controllo sulla relazione.
Quando si seguono delle coppie in psicoterapia o in un servizio di accompagnamento occorre essere particolarmente vigilanti su questo perché il terapeuta o chi accompagna può involontariamente innescare un nuovo gioco. Per esempio un accompagnatore cerca di “salvare” uno dei due partner oppure inizia a dare consigli non richiesti invece di lavorare sulla coppia, o rende l’accompagnamento infinito creando dipendenza e non risolvendo il gioco originale.
In queste situazioni il succitato “rischio iatrogeno” è alto e può quindi verificarsi la possibilità che l’accompagnamento o la psicoterapia non solo non risolvano il problema ma anzi lo aggravino se già c’è o addirittura lo creino. Occorre quindi una grande capacità di vigilare su se stessi quando si lavora con le coppie per aiutarle a identificare i propri copioni e a trovare nuove modalità comunicative, evitando di diventare parte del gioco stesso. È davvero necessario, per esempio, quando una coppia resta ferma nelle sue dinamiche disfunzionali chiedersi cosa non sta funzionando.
Quale gioco la coppia sta mettendo in atto? Quale vantaggio secondario le deriva dal non cambiamento? Se non fossero più così litigiosi forse sarebbero costretti a sperimentare un’intimità da cui stanno fuggendo? Se non fossero più così litigiosi ci sarebbero ancora molte figure del circondario a prendersi cura di loro, ad interessarsi alle loro dinamiche? È necessario quindi restituire ad ogni coppia la responsabilità della propria relazione chiarendo che nessuno ha il potere di cambiare nessuno ma facilitando la consapevolezza che porta alla liberazione dai giochi.