CL: un impeto di vita

Data la grande attualità dell’argomento, anticipiamo uno stralcio dell’intervista fatta a Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. L’intervista completa uscirà nel numero di agosto della rivista Città Nuova.
Davide Prosperi

Veniamo ora a una domanda impegnativa. Don Giussani, con il suo carisma e la forte personalità, ha sicuramente lasciato un vuoto. Poi le dimissioni di Carron in seguito alle nuove norme sul governo delle associazioni laicali e la recente lettera del 10 giugno del card. Farrell. Sembra che la Fraternità di Comunione e Liberazione (CL) – come del resto altri Movimenti ecclesiali – stia passando un periodo di travaglio. È così? Cosa significa per voi questo momento?

Ciò che la Chiesa da tempo sta proponendo a tutti i movimenti ha per CL un significato particolare. Innanzitutto va detto che questa è un’occasione di crescita per tutto il movimento e per ciascuno di noi. Non si tratta semplicemente di adeguarsi a delle norme giuridiche che sono cambiate, piuttosto dobbiamo riconoscere che ci è stata fatta una correzione che va accolta con gratitudine e con atteggiamento di apertura a un rinnovamento, pur nella fatica e nelle possibili incomprensioni da parte di alcuni.

La Chiesa non ha mai mancato di ribadire la propria stima per la nostra esperienza. D’altra parte occorre una semplicità del cuore per accettare una correzione. Specialmente se essa avviene quando si pensava, o almeno molti pensavano, che andasse tutto bene. Ci vuole una grande semplicità di cuore per riconoscere ciò che corrisponde veramente alle esigenze fondamentali della persona, le quali non sempre sono immediatamente evidenti.

Don Giussani diceva in proposito che è necessaria una ascesi per riconoscere le esigenze e le evidenze fondamentali del cuore (cfr. Il Senso Religioso). A volte rimanere fedeli alle esigenze del cuore richiede un sacrificio e la Chiesa ci sta aiutando in questo. Allo stesso tempo ci tengo anche a dire che tutti in CL, inclusi soprattutto coloro che fanno più fatica, devono poter fare il proprio percorso con i propri tempi, e mentre lo compiono devono sentire sempre il calore della nostra compagnia. Nessuno deve sentirsi escluso, nessuno deve sentirsi fuori, tutti meritano ascolto.

Vale la pena ora entrare nel merito della correzione contenuta nella lettera inviatami lo scorso 10 giugno dal Card. Farrell. In che cosa consiste? Riguarda la cosiddetta “teoria della successione del carisma”, che non solo ha a che fare col modo con cui vengono nominati il presidente o gli organi di governo di CL, bensì ha anche importanti implicazioni educative: si tratta di come è vissuta l’“autorità”, cioè del modo con cui si comprende la sua natura e la sua funzione all’interno del movimento, e perciò anche il rapporto con essa dei membri della comunità. Non è questione di norme teologiche staccate dalla vita, di disquisizioni dottrinali di cui devono occuparsi gli esperti e che non toccano l’esperienza personale. Tutt’altro.

L’esperienza si fa sempre e inevitabilmente seguendo qualcuno, cioè dentro la strada tracciata da un insegnamento ricevuto. Un’esperienza senza insegnamento è una chimera. In questo senso – ci tengo a sottolinearlo – la vita e la dottrina non solo non devono essere, ma di fatto non sono mai separate. Con più o meno consapevolezza, si vive sempre un’esperienza cristiana avendo una certa concezione di che cosa vuol dire seguire un’autorità, dunque mettere a tema questo aspetto non significa preoccuparsi di questioni astratte che poco hanno a che fare con la fede, ma piuttosto aiutarsi a far sì che tale esperienza diventi sempre più consapevole e matura.

Nel concreto, ci viene detto che è sbagliata l’idea che esista nel movimento un punto ultimo, nella fattispecie una persona, che possiede l’unica interpretazione autentica del carisma. Don Giussani non ha mai svolto sistematicamente un approfondimento dottrinale sulla natura del carisma, piuttosto in qualche occasione ha usato delle immagini per far capire che cosa esso significhi per noi. Una volta, per esempio, ha definito il carisma un “impeto di vita”.

Tale impeto di vita è stato donato dallo Spirito Santo a don Giussani e da lui trasmesso in forme diverse a coloro che hanno aderito poco o tanto alla sua proposta. Attraverso di lui quindi tale carisma è stato donato alla Chiesa. Nessuno, neanche don Giussani, è “proprietario” del carisma, avendolo ricevuto e donato. Egli è stato il tramite di Grazia fondamentale per la nascita di una nuova forma di vita cristiana nella Chiesa.

Ora, se si inizia a ritenere che tale carisma è sì partecipato a tutti – sebbene in misura diversa in rispetto della libertà di Dio e della generosità di ciascuno – ma a qualcuno in una misura a tal punto eccezionale da farne l’unico o comunque il supremo interprete nel presente, ecco che cominciano i problemi. Non solo perché questa idea è in sé problematica, ma anche per le conseguenze che essa ha sul metodo della scelta del successore alla guida.

L’errore, ed è qui che la Chiesa ci sta correggendo, sarebbe cioè pensare che l’indicazione per la designazione dell’autorità debba avvenire dall’alto in quanto solamente colui nel quale il carisma vive di più è abilitato a riconoscere il suo legittimo successore. Di per sé il metodo di scelta della guida per cooptazione non sarebbe inammissibile in senso assoluto, ma diventa gravemente problematico nel momento in cui si attribuisce a questa scelta il tipo di significato appena descritto.

Dire invece che l’autorità bisogna eleggerla è la traduzione pratica del principio per cui il carisma è per volere dello Spirito donato a tutti i battezzati che sono stati afferrati da questo dono. E perciò la conduzione, pur incarnata da un punto ultimo di riferimento che è personale, e che si spera possa anche essere il più autorevole, deve essere espressione di una comunione. Se invece si prende per buona la “teoria della successione” sopra descritta, l’autorità diventa insostituibile e infallibile.

Certo, storicamente CL ha sempre avuto un’autorità personale, e presumibilmente continuerà ad essere così. Ma il punto è che quando si teorizza che l’autorità è tale in forza di una suprema comprensione del carisma, allora diviene quasi inevitabile che questa persona (e con essa chi la segue) pensi che seguire il carisma significhi di fatto seguire il suo sentire e la sua personale interpretazione.

Invece la Chiesa ci richiama a riconoscere che la guida è espressione di una comunione, di un’amicizia. Si è responsabili insieme del dono ricevuto e quindi la proposta educativa è frutto di un’autorità che vive nella corresponsabilità.

Don Giussani stesso, come mi è stato raccontato, nella fase finale della sua vita più volte ha detto: “Io sono stato solo un tubo”. Egli cioè ha fatto passare quello che lo Spirito voleva donare alla Chiesa per il suo rinnovamento. Ha accettato, ha rispettato questa iniziativa del Mistero, così come altri l’hanno accettata dopo di lui e ne sono diventati responsabili.

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