Cinema come arte

Gli artisti sono sensibili, e parlare con essi diventa interessante sia nelle loro svariate prospettive individuali che nella prevedibile comune diagnosi della crisi culturale e del divorante appiattimento massmediatico. Perciò Mario Dal Bello, ben noto ai lettori di Città nuova per la sua sensibilità soprattutto figurale, li incontra congenialmente e con bravura, sapendo porre domande (cosa assai più difficile del rispondere, come si sa). Anche un libro di interviste – dice Dario Viganò nella sua sottile prefazione – può in qualche modo funzionare come uno sguardo fluido e dinamico – una carrellata – che non si accontenta di procedere e di descrivere, ma che procedendo e descrivendo si fa capace di ospitare, di soppiatto oppure apertamente, frontalmente o di sbieco, qualcosa che vive ai margini di ciò che viene mostrato. Le interviste diventano racconti, evocazioni, ritratti, e, come figura dell’atto di muovere verso l’altro, ridefiniscono l’intervistatore stesso in virtù del proprio farsi attraverso il dialogo col prossimo; dunque, occasioni di verità non banale e non superficiale. Registi, attrici, attori riescono a parlare non in posa perché Dal Bello sa interpretare molto modernamente l’ironia socratica (che non ha niente a che fare con la nostra comune dissacrata ironia), facendo seriamente il gioco dell’altro, come il bravo centrocampista fa il passaggio breve e giusto all’attaccante perché riveli e compia il suo gioco. Così Pupi Avati scopre tranquillamente le sue carte confessando soddisfazioni e amarezze distese sulla solida trama del suo sentire cristiano, che lavora per il bene di qualcuno, molti possibilmente, avvertendo l’attiva presenza del Male (con la maiuscola) e insieme la necessità di non giudicare e anzi di aver pena per tutti; trovando consonanze e somiglianze in altri artisti che, non credenti, nutrono però una equivalente creativa inquietudine. Il discorso diventa particolarmente interessante quando alle doti artistiche si uniscono manovre evidenti dell’intelligenza, come accade nel caso del regista Eugenio Cappuccio, che stimolato a dichiarare la presenza dello spirituale nel suo lavoro, dice: Credo che Cristo abbia mutato così radicalmente il mondo che nessuno possa far finta di niente, e della Bibbia che abitualmente legge: La verticalizzazione di quelle parole non ha pari nel quotidiano scenario di vuoto che ci tocca vivere; e tra le esigenze della bellezza e quelle dell’arte individua involontariamente sé stesso: L’uomo che sta fra quelle due linee diventa emblematico e provocatorio, rappresenta il ritmo di qualcos’altro cui siamo destinati. C’è la lealtà del non credente acuto e fermo, Roberto Faenza, che sa inchiodare la televisione: Non mi stancherò mai di ripetere che viviamo in un Paese in cui lo stato, ogni mattina, spende milioni per educare i ragazzi e poi il pomeriggio e la sera ne spende ancora di più per diseducarli con una certa televisione, e dichiara con rara onestà: Credo che le sole forze sane rimaste nel Paese siano quelle cattoliche e quelle del volontariato . E c’è la bella sincerità di Mario Martone, uomo in ricerca, che confessa: Avvicinarsi a Mozart, a Bach, a Dostoevskij, non serve a passare il tempo, ma a salvare sé stessi quando ci si sta per perdere. E poi l’intima ed estroversa confidenza di Michele Placido: Prima di andare a dormire, mi sono inginocchiato e non ho provato nessuna emozione. Ma improvvisamente ho sentito crescere in me una commozione: era la figura di mio padre che mi diceva quand’ero bambino: Dai, Michelino, inginocchiamoci, diciamo le preghiere. Pensando a quel momento, mi sono commosso, ho pianto. Ho creato in me un’emozione tale che il giorno dopo, arrivando sul set, il regista Giulio Base mi disse che avevo una luce diversa negli occhi. Avevo recuperato la purezza necessaria per entrare nel personaggio: non recitavo più. Ero in qualche modo padre Pio, nel senso più alto, bello e puro della parola. Confidenza che lo spinge ad aggiungere: Vivo alla ricerca disperata di una sorta di verità mistica di quello che faccio, e a dichiarare, certamente controcorrente: Vedo coppie che si separano velocemente proprio perché mancano il rispetto e la gratitudine per quanto ci è dato. C’è la calda simpatia umana, autenticata da vera umiltà, di Barbara De Rossi, e la vera e severa autoanalisi di Claudia Koll (che l’ha portata anche alla conversione): Per raggiungere la verità attraverso la recitazione è importante a mio avviso saper essere veri nel proprio quotidiano. Ricordo spesso che una volta la mia insegnante di recitazione, siccome non riuscivo a interpretare una scena in modo davvero credibile, mi disse: Ma come può risultare vera questa scena se tu non sei capace di sentire la verità nella tua vita?. E non è da meno Eleonora Mazzoni: È importante, a mio avviso, che un attore scopra quali fattori siano di impedimento per la sua creatività, quali siano cioè i suoi blocchi interiori; una volta individuati questi motivi di impedimento, deve cercare di eliminarli, di lasciarli cadere. Così facendo, un attore, recitando, si mette sempre, in qualche modo, in gioco con sé stesso. C’è la vitalità del non credente Ninetto Davoli, amico e attore di P.P. Pasolini, che candidamente dice grandi cose: Vorrei che la gente si accorgesse che il consumismo in cui vive rende impossibili i rapporti con il prossimo. Senza questi rapporti, cosa rimane di importante? . Come Fabio Volo: Penso sempre infatti che se riesco, anche per poco, a rendere felice una persona, ho la pretesa di aver, nel mio piccolo, reso felice Dio Ce n’è insomma per tutti i gusti e le curiosità.

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