C’è una storia vera − toccante, dolorosa ed eroica – alla base della serie Bambini di piombo, su Netflix con 6 episodi di quasi un’ora l’uno. È quella di una giovane pediatra che − nella Polonia comunista degli anni ’70 − ebbe la forza di combattere contro l’apparato politico del regime pur di salvare la vita di bambini avvelenati col piombo rilasciato da una fabbrica. Quella donna − ben interpretata nella serie da Joanna Kulig − si chiamava Jolanta Wadowska-Kròl ed era moglie e madre. Soprattutto, fu pervasa da alti principi umani, da una passione profonda per il suo lavoro e da una forza d’animo notevole.
Quando, nel racconto per immagini diretto da Maciej Pieprzyca, si accorge di inquietanti anomalie negli esami del sangue eseguiti su molti piccoli della comunità, inizia prima una ricerca minuziosa e poi una battaglia, anche molto rischiosa, per dare un nome alla misteriosa condizione di quei bimbi “colpevoli” solo di giocare all’aria aperta, sotto il pulviscolo inquinante, spiovente dalle ciminiere circostanti. Presto, Jolanta capisce che la malattia che sta aggredendo quelle vite in erba, deriva dalle acciaierie nel quartiere di Szopienice, nella città di Katowice, nell’Alta Slesia.
Nonostante le insindacabili evidenze, però, le prove raccolte, iniziano i processi di insabbiamento da parte delle autorità, e presto si arriva alle minacce per l’ostinazione della donna nel cercare la verità. Gli avvertimenti e il clima di tensione coinvolgono la sua famiglia e dentro questo conflitto tra Davide e Golia, tra umanità e potere, tra giustizia e propaganda. Bambini di piombo mette in mostra il tema dell’amore per l’altro, della libertà di pensare e agire per il bene autentico, e dell’umanità che non si fa schiacciare dai gangli della politica e dei macrosistemi con cui l’essere umano organizza la sua società.

Una foto di scena della serie Neflix “Bambini di piombo”. (Ph Robert Palka)
Le pressioni politiche ed economiche di quanto vediamo in Bambini di piombo, ci parlano di un tempo storico preciso: quello novecentesco dei grandi blocchi e del dovere cieco di difendere un’ideologia, così come del tempo di un’industrializzazione nel mondo che in nome di certezze economiche per la popolazione, costruiva – e può costruire ancora − effetti collaterali molto pericolosi.
Più in generale, però, questa serie dalla fotografia e dalle scenografie molto curate, ci fa tornare in ogni situazione in cui l’ingrassamento della macchina dell’industria, del denaro, del potere e dell’arricchimento del forte, mettono a rischio la vita dei più fragili, sfruttandoli per alimentare la macchina stessa, abbagliandoli con la possibilità di spendere qualche denaro e di pensare di non finire in povertà.
Quale economia? Torna dunque a farci chiedere Bambini di Piombo. Perché se la sua contestualizzazione storica è oggi lontana, la domanda è ancora attuale, per le forme di pericolo che inquietano, magari in modo diverso, l’essere umano abbagliato dal suo piccolo potere d’acquisto.

Una foto di scena della serie Neflix “Bambini di piombo”. (Ph Robert Palka)
La protagonista esprime grande solitudine, pagando il prezzo della sua ostinazione e diventando simbolo di tenacia: Jolanta sostiene un mondo di persone – tema ancora valido – soggiogate dalla possibilità di avere un lavoro, anche oltre la fabbrica: tema vistoso e netto in questa serie dove la protagonista rappresenta, positivamente, una sorta di Erin Bronkovich polacca. Jolanta rappresenta anche, con le sue fragilità, il singolo che sa alimentare un noi più forte, coeso, un insieme positivo capace di costruire la parola giustizia e autentica crescita sociale, dove l’economia e la salute, l’economia e il bene collettivo possano procedere di pari passo.
Dalla sua storia – ci mostra Bambini di piombo − il regime stesso fu costretto a porre rimedio a quel grave problema.
