Babbo Natale arriva tutto l’anno

Un gesto di generosità apre le porte di casa. Anche in un campo rom. Accade a Corato (Bari)

 

Ricevetti finalmente un aumento, il tanto atteso aumento. Non lo sento mio, non è stato il mio anno migliore. Non riesco a premiarmi, a godermi questo piccolo (non troppo piccolo!) riconoscimento. Nella vita di ognuno esiste la persona speciale, quella che ti tiene per mano o ti indica la via. La mia è Dona, che mi dice: «Metti questi soldi a disposizione degli altri». Accetto senza troppo sacrificio. Chiedo solo l’anonimato. Non voglio essere il “salvatore”, non voglio meriti, non è stata neanche mia l’idea. I miei soldini andranno, così, a un ragazzo macedone più piccolo di me, ma con già troppi figli da accudire. Il tramite con lui sarà una piccola suora con gli occhi più dolci del mondo e un sorriso che è la più bella delle carezze.

Questa persona, mi dice la suora, non ha bisogno di un gesto isolato, ha bisogno di aiuto. Alla sua richiesta, mi sono un po’ nascosto: sarei voluto stare comodo come al solito. Beneficenza? Sì, ma da lontano. Invece no, stavolta tocca a me. Non riesco a dire no a quella suorina. E così, un sabato mattina, andiamo in aperta campagna, sempre più distanti dal paese. La strada è sconnessa, il sole inizia a profumare di primavera e una scritta di vernice rossa avvisa: “Macedoni”. Siamo arrivati in un campo rom. Ci sono cani, baracche e 21 bambini. Io sono solo. La suora è con gli adulti, a raccomandarsi per quella donazione, e io ho 21 bimbi dinanzi a me, molti dei quali non parlano nemmeno italiano.

Provo panico, terrore, ma ben presto quei sorrisi mi sciolgono il cuore. Comincia con un girotondo: ci si dà la mano e si finisce tutti giù per terra. È questo il dono che ho ricevuto. Tutti insieme giù per terra. Dalla polvere ti rialzi solo grazie a qualcuno che ti tende la mano e ti regala un sorriso. Da allora, ogni sabato sono lì, in quel campo rom. Con un pallone, tante maglie di calcio, i colori e “un due tre stella”.

Ora siamo in tre: io, la suorina e la mia persona speciale. Tutto comincia ad essere normale, sembrano nostri fratellini oramai, ma la vita di sorprese ne riserva tante. Un giorno “suor sorriso” viene trasferita a mille chilometri da quel campo e noi rimaniamo con tanti fratellini, ma senza la sorella maggiore. Ora gli adulti siamo noi.

Diventare grandi vuol dire andare oltre quell’ora di divertimento ogni due settimane. Vuol dire rimboccarsi le maniche e rifornirli di latte, pasta e rispondere alle loro esigenze. È dura fare i grandi, vuol dire imparare a dire no e non ricevere il solito sorriso. Comincia il tempo dei bagagliai pieni, dei cartoni che rischiano di esplodere. S’improvvisano boutique coloratissime per vestire i più piccini e si fanno visite lampo per rispondere alla richiesta di un piumone per la notte gelida.

E i bambini? Ormai ci accolgono in casa, ci fanno sedere accanto al fuoco e… ci offrono una bottiglia di aranciata ricevuta da qualche benefattore. Non ci sono più barriere, non andiamo più da loro come angeli, ma come ospiti. Siamo di casa. Ricevere qualcosa da chi non ha nulla è un’emozione indescrivibile. È quell’abbraccio che hai sempre desiderato che la vita ti regalasse. Non possiamo più star lontano da quelle terribili pesti, da quei nostri fratellini. Ormai siamo una famiglia e non siamo più in due. Dopo la partenza di “suor sorriso” ormai siamo una comunità. In parrocchia è arrivato un nuovo parroco che ha istituito per la prima volta il gruppo Caritas. A noi e ad altre 8 persone è stato chiesto di farne parte. Lo scorso Natale, tutti insieme, abbiamo capito una cosa. Non siamo due, né 10, non ci sono suorine né pazzi scatenati. C’è un’intera comunità che ha imparato che il vero Natale è stare insieme. Tutti, compreso Babbo Natale

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