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Anche nel Corno d’Africa c’è bisogno di pace “disarmata e disarmante”

di Liliane Mugombozi

Liliane Mugombozi Autore Citta Nuova

Il Corno d’Africa sta affrontando una serie di crisi gravi e interconnesse: aumento delle tensioni geopolitiche, emergenze umanitarie, effetti dei cambiamenti climatici e rivalità tra potenze esterne, che hanno fatto precipitare la regione in un vortice di cui non si scorge la fine. Acquista particolare rilevanza in questo contesto il messaggio di papa Leone

Manifestazioni a sostegno dell’unità territoriale della Somalia Mogadiscio, il 7 gennaio 2026. Foto via Ansa/EPA/SAID YUSUF WARSAME

Come leggere gli eventi nel Corno d’Africa alla luce del Messaggio di papa Leone per la Giornata mondiale della Pace 2026? Come se non bastassero le ripercussioni della guerra civile in Sudan, le tensioni tra Etiopia ed Eritrea e i conflitti interni a vari livelli, insieme alla guerra civile di lunga data in Somalia e alla minaccia continua rappresentata dal gruppo terroristico al-Shabaab, nonché l’instabilità politica nel Sud Sudan, il 26 dicembre scorso Israele ha preso la controversa decisione di riconoscere la regione separatista del Somaliland come Stato indipendente. È il primo Paese al mondo a compiere questo passo, più di 30 anni dopo che Somaliland ha dichiarato la sua indipendenza dalla Somalia. Il Corno d’Africa è diventato un punto focale per la competizione tra Stati Uniti, Cina e potenze mediorientali, come la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti. Tale coinvolgimento esterno, spesso caratterizzato da basi militari e sostegno indiretto, può intensificare le divisioni locali e regionali.

Il Somaliland, regione semi-arida affaccaita sul Golfo di Aden, ha proclamato la propria indipendenza dopo la caduta del dittatore somalo Siad Barre, nel 1991. Nonostante sia considerata a livello internazionale una regione autonoma della Somalia, il Somaliland opera con un proprio governo e istituzioni democratiche. La storia della regione come entità separata dalla Somalia risale al periodo coloniale di fine XIX secolo. Era un protettorato del Regno Unito, denominato Somalia britannica, fino a quando non si unì all’ex Somalia italiana nel 1960 per costituire la Repubblica Somala.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha descritto il legame tra Israele e Somaliland come “fondamentale e storico”, ed il presidente del Somaliland ha salutato questo sviluppo come “un momento storico”; mentre la Federazione somala di Mogadiscio ha denunciato con veemenza l’azione di Israele come una violazione della sua sovranità. Decine di migliaia di somali sono scesi in strada a Mogadiscio e in tutto il Paese per protestare contro Israele. Nella capitale, i leader religiosi hanno guidato manifestazioni chiedendo l’unità e condannando la mossa come un attacco all’integrità territoriale della Somalia. Il ministro degli Esteri somalo, Abdisalam Abdi Ali, ha avvertito che la decisione di Israele potrebbe avere gravi conseguenze regionali. Ha affermato che la mossa minaccia la sicurezza nel Corno d’Africa e oltre, compresi il Mar Rosso e il Golfo di Aden, e potrebbe incoraggiare i gruppi estremisti che operano nella regione.

In seguito, Israele ha dovuto affrontare le critiche di varie nazioni, tra cui Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Yemen, Sudan, Nigeria, Libia, Iran, Iraq, Qatar e dell’Unione Africana.

La Cina si è unita al coro di disapprovazione, con il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, che ha dichiarato ai giornalisti: «Nessun Paese dovrebbe incoraggiare o sostenere le forze separatiste interne di altri Paesi per i propri interessi egoistici». Al contrario, gli Stati Uniti hanno difeso la decisione di Israele durante una sessione straordinaria del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite convocata per affrontare la questione: «All’inizio di quest’anno, diversi Paesi, compresi alcuni membri di questo Consiglio, hanno preso la decisione unilaterale di riconoscere uno Stato palestinese inesistente, eppure non è stata convocata alcuna riunione d’emergenza per esprimere l’indignazione di questo Consiglio», ha osservato l’ambasciatrice aggiunta degli Stati Uniti presso l’Onu, Tammy Bruce. Il vice ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Jonathan Miller, ha informato il Consiglio che l’azione di Israele non era «un atto ostile nei confronti della Somalia, né preclude un futuro dialogo tra le parti. Il riconoscimento non è un atto di sfida. È un’opportunità», ha aggiunto.

Va da sé che dietro ai calcoli geopolitici, ancora una volta centinaia di vite umane sono in pericolo e molte più persone si troveranno in condizioni di impotenza. In un mondo costantemente predisposto al conflitto, papa Leone XIV mette in guardia: «La forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza».

L’Unione Africana ha espresso la sua preoccupazione che il riconoscimento dello status del Somaliland possa innescare un effetto domino, spingendo i movimenti separatisti a cercare il riconoscimento dei territori che rivendicano. «Potrebbero cercare di stringere alleanze esterne senza l’approvazione delle autorità centrali, creando un pericoloso precedente che potrebbe portare a una diffusa instabilità».

Il pontefice aggiunge inoltre la necessità di seguire la «via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali».

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