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Amadeus, la biografia di Mozart su Sky

di Edoardo Zaccagnini

- Fonte: Città Nuova

La vita del grande compositore in 5 puntate si focalizza soprattutto sul rapporto conflittuale con il suo rivale Antonio Salieri

C’è anche Dio nella serie Amadeus, disponibile su Sky in 5 episodi da quasi un’ora l’uno: è un Dio vissuto dal protagonista Mozart e soprattutto dal suo rivale Antonio Salieri, in questo racconto per immagini che riprende l’omonimo capolavoro cinematografico di Milos Forman, del 1984, e prim’ancora l’opera teatrale, sempre omonima, di Peter Shaffer, del 1978.

In modo opposto, vivono Dio, i duellanti per nulla in armonia che riempiono questa serie ambientata nella corte austriaca della fine del Settecento: uno inconsapevole della lotta, Mozart, l’altro consapevole eccome, il compositore Salieri, anche se lo nasconde a tutti.

Egli si percepisce come strumento di Dio: mezzo con cui Costui si esprime attraverso la musica, ma quando incontra il giovane Wolfgang, a corte, e si rende conto del talento immenso che lo abita, sproporzionato e sovrastante rispetto al suo, Salieri entra in crisi, in conflitto silenzioso con l’artista/genio e con Dio stesso: per non averlo dotato di strumenti potenti come quelli del rivale.

Mozart, dal canto suo, seppur non ossequioso della religione, tendente alla dissolutezza con gli altri e con se stesso, disinteressato al sacro, concentrato solo sulla musica, si affida a Dio in un momento difficile della sua vita: quando il primogenito Raimund muore e sua moglie Constanze affonda nella depressione più nera.

Espresso il suo dolore scrivendo e suonando, Amadeus si rivolge a lei: «Persone mi dicono che Dio parla attraverso di me. Ora si è preso nostro figlio, forse possiamo rispondere, e se fosse la tua voce, vorrebbe ascoltarla».

Durante la celebrazione, con le note di Mozart da lui stesso dirette, Constanze inizia a cantare con voce sublime. Alla fine dell’esibizione, Salieri, intimamente emozionato per la bellezza della musica e del canto ascoltati, è divorato dal dispiacere per la distanza siderale tra la sua musica e quella di Mozart. Rimane solo nella chiesa e, seduto tra le panche, si rivolge a Dio in modo polemico, risentito, livoroso: «Grazie di avermi mostrato ciò che sei. Hai acceso in me il desiderio di lodarti e poi mi hai reso muto. Mi hai donato la percezione dell’incomparabile e ti sei assicurato che sarei rimasto per sempre un mediocre. Grazie, ma perché? Che ti ho fatto?». Siamo alla fine del secondo episodio e il monologo va avanti: «Odo la tua voce e pronuncia un solo nome, e non è il mio. Hai scelto lui. Quel sozzo, maldicente, scurrile Mozart, perché sia il tuo strumento». Salieri continua a provocare Dio: «Mi hai concesso abbastanza talento da comprendere quanto poco io ne possieda», fino a concludere con tracotanza: «Da questo momento siamo nemici, tu ed io».

Lo stesso scisma interiore capita a Salieri con Le nozze di Figaro, quando si emoziona segretamente dopo aver pagato alcune persone per far contestare il rivale, che in fondo, come accennato, nemmeno sa di essere tale, visto che Salieri si mostra con lui sempre gentile e disponibile, falsamente, e dunque il tema principale di questa serie adattata da Joe Barton, diretta da Julian Farino e Alice Seabright, è quello dell’invidia. Non tanto il tema dello scontro, della lotta, della competizione tra due forze, visto che gara non c’è, ma quello di un peccato e di un male umano antichi, commessi quando non si riesce ad amare il fratello per la bellezza che sa produrre, per i talenti che possiede, per i doni che gratuitamente, inspiegabilmente, gli sono stati concessi, oltre i suoi meriti sociali, persino umani. A prescindere da ogni sacrificio compiuto.

Salieri non lo accetta e non empatizza con Mozart. Non scorge di lui la sofferenza trasformata in arte. Non apprezza come egli riesca, in modo terrenamente salvifico, a trasformare il suo rapporto lacerato col padre – e con il dolore in generale – in opera d’arte. Un capolavoro artistico espresso con la sottile autobiografia interiore. La sua invidia lo rende parzialmente cieco: avverte la bellezza, ne viene travolto, ma questo piacere lo rende più incapace di accettare la realtà.

Ci riesce invece Constanze, con l’amore anche se sofferto, anche se minato dalla complessità ribelle e faticosa del marito. Anche se Mozart non le offre la cura di cui ha bisogno, e il suo mondo intimo lo esprime esclusivamente coi personaggi delle opere. Figaro o Don Giovanni, per esempio. Anche se Constanze vive aspettando che loro «mi dicano di te quel che tu non mi dici».

Nel frattempo Salieri, che a Dio chiede esclusivamente di assecondare i suoi desideri, non fidandosi a priori di Lui ed anzi trasformando il Suo silenzio in rabbia, in sfida, scontro ed ira, scivola nell’ossessione, persino criminale. Ama se stesso più dell’arte, la sua posizione più della bellezza da offrire alla sua gente, imprigionandosi e implodendo, arrivando agli abissi dell’eliminazione altrui, considerato null’altro che ostacolo e causa del suo dolore.

In questo modo, il Salieri di Amadeus palesa in modo evidente quella fragilità e quella debolezza tanti detestabili e condannabili quanto facilmente penetranti nell’essere umano, laddove incapace di apprezzare la forza dell’altro, la sua naturalezza nell’offrire qualcosa di straordinario, il dono del suo talento quando interpretato come ostacolo alla propria affermazione.

Ci sono, dunque, attorno alla musica di Mozart (qui interpretato da Will Sharpe) e a un certo uso di Dio, temi antichi e profondi, in Amadeus: serie elegante e raffinata nella forma, densa nei dialoghi anche se non priva di sequenze poco edulcorate, per fortuna non insistite nella ripetizione e nella durata.

Ci sono l’essere comune, l’essere straordinario e il peso di tale doppia condizione, in questo racconto che parte da personaggi realmente esistiti, ma posti in un conflitto irreale e totalmente di fantasia. Quello di Antonio Salieri, dunque, interpretato da Paul Bettany, va visto e letto solo come paradigma per osservare noi stessi nella relazione con gli altri e con Dio stesso, per non fare, dei primi e del secondo, un uso egoistico e distorto.

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