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Mondo > In punta di penna

Afriche, il gran cruccio del viaggiatore

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Ogni volta che metto piede nel continente africano, in particolare nella zona subsahariana, non posso che arrendermi di fronte alla straordinaria capacità della massima parte dei suoi abitanti di mettere in secondo piano la legge del tornaconto personale. Un ingenuo peana all’africanità

Africa (ph Pexels)

Anche questa volta – per un viaggio in Repubblica Democratica del Congo, un immenso Paese che ha statistiche non eccelse nel Pil e nella qualità della vita (è un eufemismo) – debbo arrendermi dopo poche ore alla messa in discussione della legge principale che regola le relazioni sociali nel mondo, cioè Mister Money, Monsieur l’Argent, Señor Dinero, Signor Denaro…, chiamatelo come vi pare. Non che gli africani non siano anche loro vittima della seduzione dei mezzi di pagamento, ordinari o straordinari, tutt’altro; ma, non appena li si lascia nella condizione di esprimere il loro vero sentire, la loro indole più profonda, si deve ammettere che la logica profonda dell’Africa, anzi delle Afriche, è diversa da quella imperante ai quattro angoli del mondo.

Uso il plurale perché noi umani europeocentrici siamo convinti che i francesi non siano assolutamente della stessa genia tedesca, che gli ungheresi a ragione reclamino la loro diversità dagli scandinavi, mentre gli italiani giustamente fanno banda a parte perché sono ineguagliabili, e così via, mentre per noi europei gli africani sono tutti uguali, sono “i neri”. A parte che anche il Maghreb è africano, che cosa può avvicinare, oltre al colore della pelle, un cittadino del Malawi con un senegalese di Saint-Louis? E cosa unisce gli etiopi alti e filiformi ai pigmei grassocci e tarchiati? Purtroppo, noi europei siamo massimalisti al riguardo, siamo ignoranti in modo irritante sulla diversità. Anche gli africani pensano lo stesso degli europei? Non proprio, perché la vicenda della colonizzazione ha insegnato a chi abita sotto il Sahara che gli inglesi governano in modo assai differente dai francesi o dagli olandesi.

Detto questo, ammetto che sbarcare nelle Afriche subsahariane permette uno spaesamento immediato e ad ampio spettro: come m’appaiono lontane le guerre di Ucraina e di Gaza! Quanto paiono senza senso tante discussioni sui diritti umani quando qui non è garantito il diritto alla sopravvivenza, e le razzie delle multinazionali sono devastanti! Quanto appaiono un nonsense le discussioni tra europei e statunitensi a proposito dei dazi e delle conquiste tecnologiche! Le Afriche invitano a guardare alla vita senza troppi filtri mediatici, senza i continui sottintesi di chi crede che il mondo è diviso tra i potenti (al nord) e i deboli (al sud), tra le nazioni che coltivano la cultura (l’Europa soprattutto) e quelle che si limitano alle colture (le Afriche, appunto), tra chi detiene i satelliti (un solo uomo ne possiede più di 20 mila, viene considerato uno yankee ma in realtà è un sudafricano) e chi elemosina una qualche copertura (le vittime del digital divide).

Ma chi ha ancora al nord il senso del bene comune, della priorità da dare al benessere collettivo piuttosto che a quello personale, chi crede ormai al nord che la relazione sia più densa di verità che le imposizioni della potenza militare? Intendiamoci, le Afriche sono un macello in quanto a corruzione, a diseguaglianze sociali, a sfruttamento dei minori, a scarsa attitudine al risparmio, e potrei continuare a lungo. Ma atterrare in un aeroporto africano che odora di spezie e effluvi umani, in cui i bambini fanno ancora sentire le loro grida, in cui il recupero dei bagagli passa attraverso la mediazione umana e non solo attraverso quella dei codici a barre… tutto ciò fa respirare a pieni polmoni la relazionalità che fonda la convivenza umana. Poi, all’uscita dall’aeroporto bisogna stare attenti alla propria borsa, alle auto che sfrecciano senza rispettare le regole, all’inquinamento che taglia il respiro dei polmoni… Ma vuoi mettere un portantino che ti sorride e ti dice «Benvenuto a Lubumbashi» e lo dice sul serio, non solo e non tanto per spillarti qualche dollaro? Il gran cruccio del viaggiatore europeo in Africa è che ci si può innamorare perdutamente di un continente intero.

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