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Italia > Società

Ancora sbarchi, ancora morti

di Flavia Cerino

- Fonte: Città Nuova


Perché tanti migranti muoiono prima di raggiungere le coste di Lampedusa? Quanto costa un "viaggio della speranza"? E dopo cosa succede? Bisogna risvegliare le coscienze di tutti e spingere i governi a intervenire per evitare ulteriori tragedie

Nuovi sbarchi di immigrati a Lampedusa

Dopo le tante cose che si dicono sugli sbarchi degli immigrati sulle nostre coste siciliane, sembra che non ci sia più nulla da dire. Infatti le cronache giornalistiche si limitano a descrivere tristemente i fatti. Perché in realtà di parole da spendere non ce ne sono più molte.

Dopo il pellegrinaggio di papa Francesco a Lampedusa ogni appello è stato lanciato, il tema è stato messo bene a fuoco: accogliere e non respingere, soccorrere e non volgere altrove lo sguardo.

La proposta di dare il premio Nobel ai lampedusani – avanzata dalla stampa estera danese  (ma non potevamo pensarci prima noi, i cittadini italiani?) – ha dato il suo importante contributo alla causa dell’accoglienza senza “se” e senza “ma”.

Di fatto nei nostri mari si continua a morire: gli scafi solcano le stesse onde delle navi da crociera, ma in prossimità dell’approdo sul litorale di Catania la secca trae in inganno gli immigrati: alcuni credono di essere ormai in acque sicure e di poter raggiungere a piedi la riva, ma non è così. Chi non riesce a nuotare muore tra onde basse, bassissime.

Cosa e chi li ha spinti a buttarsi in mare? Perché non hanno voluto aspettare che arrivassero i soccorsi?

Perché sanno bene che devono cercare di disperdersi sulla terra ferma prima che arrivino le forze dell’ordine, sennò rischiano (se maggiorenni) di essere rapidamente rispediti in patria.

Vogliono evitare i centri di accoglienza, le identificazioni, le attese estenuanti, gli interpreti che a volte capiscono e a volte no. Vogliono evitare di essere scambiati pergli scafisti (che sono abilissimi a confondere tutti, e poi altrimenti ci sono le indagini, gli interrogatori, i confronti, la prigione, il processo, ecc. ecc.).

Sanno che se sono arrivati vivi “il viaggio” va pagato (dai tremila ai cinquemila euro) e la prima telefonata da fare è proprio questa: confermare che la traversata è andata a buon fine e che si può pagare quanto pattuito con il trafficante che ha organizzato la spedizione. Ma soprattutto bisogna cercare di raggiungere i parenti e gli amici che già sono arrivati e che li aspettano, in Italia o in Francia, Germania, Svezia o altrove.

Ecco, parole per fare commenti all’ennesima tragedia proprio non ce ne sono più. Corriamo il rischio di far subentrare la noia davanti alla notizia che è sempre la stessa da anni: sbarchi, sbarchi e poi ancora sbarchi.

Invece non ci annoiamo né ci stanchiamo di ripetere che vogliamo dai governi (non solo dal nostro) decisioni veloci ed efficaci in materia di immigrazione e che vogliamo politiche internazionali capaci di intervenire al sorgere dei conflitti che velocemente degenerano in guerra.

Chi parte dalla propria terra col cuore straziato, abbandonando tutto e tutti, non è uno che cerca banalmente la fortuna da noi, ma è una persona privata di ogni speranza che vorrebbe solo continuare a vivere. Vivere: nient’altro.

Riproduzione riservata ©

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