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Persona e famiglia > Famiglia

Gli anni della formazione

di Elena Cardinali

- Fonte: Città Nuova editrice


Don Tonino Bello è stato testimone di una Chiesa al servizio degli ultimi, capace di far sentire Dio vicino ad ogni uomo. Fondamentale per la sua formazione l’esperienza tra i cappellani del lavoro, che si confrontavano con la realtà delle fabbriche, la pastorale del mondo operaio e la conoscenza fin dall’infanzia della spiritualità francescana. Domenico Amato ne Tonino Bello. Una biografia dell’anima (Città Nuova, 2013) ripercorre gli anni giovanili

Tonino Bello

Il rettore del seminario di Molfetta, Corrado Ursi, indicò le qualità di Tonino al vescovo, mons. Ruotolo, che, per lo studio della teologia, decise un’altra destinazione: l’ONARMO di Bologna. Mons. Baldelli, responsabile della POA e dell’ONARMO, aveva rivolto a tutti i vescovi d’Italia la richiesta di inviare almeno un seminarista per ogni diocesi per sensibilizzare i futuri sacerdoti al mondo del lavoro.

Così, dal 1953 Tonino si trasferì a Bologna presso il seminario per la formazione dei cappellani del lavoro. La scelta non era casuale: il vescovo puntava su Tonino Bello affinché, ben formato, potesse portare in diocesi una ventata di rinnovamento per la pastorale, visti i segni dell’incipiente secolarizzazione che stava già colpendo anche le regioni del Sud.

Una forte impronta comunitaria regolava la vita del seminario: l’ascolto comunitario della Parola di Dio era un elemento fondamentale che caratterizzava la vita dei seminaristi.

Il corso triennale di studi comprendeva, a completamento delle discipline di base, materie integrative quali: pensiero sociale della Chiesa, elementi di morale professionale, elementi di pastorale d’ambiente e di teologia del lavoro, storia economica, elementi di psicologia individuale e sociale, sociologia generale e industriale, storia dei movimenti sindacali e delle organizzazioni operaie, elementi di medicina del lavoro, princìpi di diritto pubblico e del lavoro.

Un’eco dello studio di queste discipline si ritrova anche nel primo articolo che Tonino, giovane seminarista, scrisse per il numero unico del 1956 del periodico dell’ONARMO.

La metodologia di insegnamento era all’avanguardia: i programmi erano svolti sulla base del lavoro d’équipe, ossia attraverso l’elaborazione e l’approfondimento dei temi introdotti dal relatore. Nei diversi gruppi era presente come consulente un sacerdote esperto, già operante nell’apostolato del mondo del lavoro, che aveva il compito di facilitare la trasposizione in campo pratico dei princìpi teorici appresi.

I seminaristi provvedevano così alla formazione teologica e spirituale e si preparavano anche all’impegno pastorale nell’ambito del lavoro. L’impatto di Tonino con la pastorale del mondo del lavoro fu felice. Il piano formativo del seminario ONARMO prevedeva un’azione apostolica, coordinata con l’intervento dei superiori, in una zona industriale di Bologna, seguendo una precisa linea d’azione: lo studio sociologico della zona pastorale, l’inserimento nella vita liturgica domenicale delle parrocchie interessate, gli incontri con i lavoratori delle fabbriche. Inoltre, in quel seminario si insegnava a vivere da poveri, per formarsi ad aiutare i poveri ad accogliere il messaggio cristiano come l’unica salvezza. In questo modo i chierici toccavano con mano la realtà sociale e verificavano la loro vocazione a questo particolare modo di vivere il sacerdozio.

Tale stile di vita essenziale e di condivisione fu accolto in pieno da Tonino.

Il giovane seminarista si fece subito notare per le sue particolari doti di intelligenza e già l’anno successivo fu invitato a scrivere un articolo sulla rivista dell’ONARMO.

Egli si sofferma sul tema dei braccianti di Puglia, categoria che si trova nella più disumana inferiorità sociale. […] Il bracciante, non possedendo nulla, è non solo privato di quel minimo di autonomia, ma viene anche a trovarsi in condizioni di inferiorità rispetto agli altri lavoratori.

Pur avendo appena 19 anni, con il suo entusiasmo giovanile Tonino già intravede una via di apostolato da seguire.

Legge la realtà sociale in movimento: In ogni zona della Puglia si sono costituite le comunità braccianti, le quali, oltre al perseguimento di fini materiali, curano in modo particolare l’impostazione cristiana dei problemi del mondo bracciantile.

Ecco il suo campo di apostolato: Il terreno pare proprio preparato per l’azione del sacerdote: ma i sacerdoti che si dedicano a questo campo di apostolato in Puglia sono ancora pochi. Se giungiamo in ritardo c’è la possibilità che questa grande forza ci sfugga di mano.

[…]

Gli anni vissuti a Bologna, da seminarista e da prete (rimase ancora due anni a Bologna come cappellano del lavoro, fino al 1959, per proseguire gli studi della licenza presso la Facoltà teologica di Milano a Venegono), furono decisivi per la sua formazione. L’esperienza tra i cappellani del lavoro, che si confrontavano con la realtà delle fabbriche, la pastorale del mondo operaio, la Bologna del card. Lercaro, piena di iniziative in campo sociale e liturgico, allargarono i suoi orizzonti, tanto che a fatica se ne distaccò quando fu richiamato in diocesi.

[…]

Significativa per la formazione di don Tonino fu anche l’esperienza francescana. Fin da piccolo egli frequentò la chiesa dei cappuccini di Alessano, dove era condotto dalla madre. Lì cominciò a conoscere la figura di san Francesco e a sentirne il fascino, fino a farne una figura di riferimento per tutta la sua vita presbiterale ed episcopale.

Da lui ereditò l’amore per la natura e quello per la povertà, che divennero prioritari nella sua esperienza sacerdotale. Francesco Neri, che ha individuato la vena francescana nella formazione di don Tonino, scrive che amava accompagnare i seminaristi in lunghe passeggiate all’aria aperta. Egli prediligeva «uno stile sobrio sotto l’aspetto materiale, che però ha radice nella capacità di tenere il cuore libero, e porta come conseguenza l’attitudine all’accoglienza e alla solidarietà». Ai seminaristi amava ripetere: Quando sarete preti e vi accorgerete che qualcuno si stropiccia il cappello tra le mani, vuol dire che si trova a disagio. È un povero che si vergogna. Mettetelo subito a suo agio, perché soltanto chi ama i poveri, ama il Signore.

Domenico Amato, TONINO BELLO, una biografia dell’anima (Città Nuova, 2013)

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