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Cultura > Per approfondire

Capire il mondo dalle periferie, la prospettiva di Mazzolari

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

È proprio dai luoghi ritenuti marginali che si comprende la chiara percezione dell’urgenza di un’azione volta ad incarnare nella storia il messaggio cristiano, rifuggendo da visioni astratte e spiritualistiche. Intervista a Anselmo Palini da Mazzolari a Oscar Arnulfo Romero

(AP Photo/Brennan Linsley)

Come abbiamo visto nella prima parte di questa intervista, la posizione di don Mazzolari, espressa nel testo decisivo “Tu non uccidere” del 1955, nasce dalla vita. Dopo aver conosciuto direttamente come cappellano militare il primo conflitto mondiale con tutte le sue immani atrocità, dopo aver percorso gli anni della devastante Seconda guerra mondiale, il parroco di Bozzolo giunge a ritenere inconcepibile che un conflitto possa essere eticamente accettabile o giustificato.

Così scrive:  «C’è chi trova legittimo e doveroso opporre forza a forza: ora noi, in considerazione della sincerità che crediamo di riscontrare anche nella nostra coscienza e nella nostra esperienza, domandiamo semplicemente se non possiamo sostituire alla resistenza della forza la resistenza dello spirito, senza venir meno con questo all’impegno della resistenza. […]. Non si rinuncia a resistere, si sceglie un altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si dimentichi o non si tenga abbastanza conto dell’orrendo costo della guerra, la quale non garantisce neppure la difesa di ciò che vogliamo con essa difendere»

Eppure Mazzolari non aderì e formò le persone alla resistenza verso il regime nazifascista?
La resistenza che don Mazzolari propone è quella nonviolenta, che si situa idealmente sulla scia degli insegnamenti di Gandhi e di Martin Luther King. Solamente la nonviolenza può abbattere le divisioni e le inimicizie; la guerra e la violenza invece moltiplicano i problemi e i contrasti, diffondono odio e desiderio di vendetta. Don Mazzolari precisa chiaramente poi il significato del termine nonviolenza. Scrive il parroco di Bozzolo in Tu non uccidere:

«La nonviolenza non va confusa con la non resistenza. La nonviolenza è come dire: no alla violenza. È un rifiuto attivo del male, non un’accettazione passiva. La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella nonviolenza, non dicono né sì né no. La nonviolenza si manifesta nell’impegnarsi a fondo. La nonviolenza può dire con Gesù: «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada». Ogni violento presume di essere un coraggioso, ma la maggior parte dei violenti sono dei vili. Il nonviolento, invece, nel suo rifiuto a difendersi è sempre un coraggioso. Lo scaltro che adula il tiranno per trarne profitto e protezione, o per tendergli una trappola, non rifiuta la violenza bensì gioca con essa al più furbo. La scaltrezza è violenza doppiata di vigliaccheria ed imbottita di tradimento. La nonviolenza è al polo opposto della scaltrezza: è un atto di fiducia nell’uomo e di fede in Dio; è una testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico».

 Vi è poi la condanna chiara e netta della corsa agli armamenti, definita «una follia: le armi si fabbricano per spararle. L’arte della guerra si insegna per uccidere». Da tempo, denuncia don Mazzolari, si tengono congressi e riunioni per ridurre gli armamenti, ma intanto si inventano sempre nuovi micidiali ordigni. Se si condanna la guerra senza alcun tipo di eccezione, allora è possibile iniziare a ridurre gli armamenti; se invece si ammette che in alcuni casi la guerra è giusta, allora anche gli armamenti sono ammessi.

Ma che effetto ha avuto concretamente tale insegnamento nella coscienza odierna dei cristiani ?
Con papa Francesco la Chiesa ha espresso parole chiare e nette contro la guerra e contro la logica degli armamenti. Ma anche con Giovanni Paolo II ciò era avvenuto, ad esempio, in occasione della guerra in Iraq. Ma questo non ha posto problemi ai credenti presenti nelle forze armate. Speriamo che la situazione cambi.

Il primo passo è da fare è quello di superare condizioni assolutamente incompatibili con un messaggio di pace, come quelle dei cappellani militari, persone inserite nella struttura militare e spesso con anche i gradi di ufficiali. È possibile assicurare l’assistenza a quanti sono sotto le armi senza entrare in tale struttura in modo organico.

Un altro passo andrebbe fatto: affermare chiaramente che il credente non può avere nulla a che fare con le armi di distruzione di massa e dunque, per fare un esempio, non potrebbe svolgere compiti militari in quella strutture, come nella base di Ghedi (BS), dove vi sono bombe atomiche.

E infine, tornando al cristianesimo delle origini, cominciare a riflettere sul fatto che con il comandamento dell’amore non va d’accordo l’impugnare le armi, come Mazzolari ben insegna in Tu non uccidere. Sarebbe questa una posizione di grande profezia.

Che rapporto ideale c’è stato, di fatto, tra Mazzolari e Milani?

Sono note 7 lettere di don Primo a don Milani e 5 del parroco di Barbiana a quello di Bozzolo. Testimoniano un contatto sporadico ma non casuale. Diversi per età, estrazione sociale, cultura, percorso ecclesiastico, Mazzolari e Milani sono tuttavia accomunati da alcune opzioni fondamentali: l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza pastorale e personale; la chiara percezione dell’urgenza di un’azione volta ad incarnare nella storia il messaggio cristiano, rifuggendo da visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri”, declinata come esigenza di giustizia; la forte critica alle posizioni ecclesiali e politiche sorde al richiamo degli ultimi; la necessità di declinare la parola pare in un modo nuovo e profetico[1].

Come si spiega, in un tempo senza Internet, l’influenza esercitata da un parroco di campagna che ha anche subito alcune censure ad esprimersi nell’ambito della  cultura cattolica del suo tempo?
Proprio qui sta la grandezza non solo di Mazzolari, ma anche di don Milani, come ha messo ben in luce papa Francesco nel corso della visita a Bozzolo e Barbiana lo scorso 20 giugno. Da anonime canoniche, dalle periferie, sono uscite indicazioni che oggi la Chiesa indica come percorsi da seguire. Queste indicazioni, a lungo osteggiate dai vertici ecclesiastici, per molte realtà del mondo cattolico già da diverso tempo erano dei riferimenti imprescindibili. Anche in assenza di Internet, e per di più in presenza delle condanne del Sant’Uffizio, il messaggio di Mazzolari e anche quello di don Milani hanno saputo rispondere alle richieste di molti cattolici in merito al senso della loro presenza dentro le vicende storiche.

 C’è un legame tra Mazzolari e l’ultimo grido di Romero rivolto ai soldati chiedendo la loro disobbedienza?

Il legame è molto chiaro: Mazzolari in Tu non uccidere ha affermato a chiare lettere che un credente deve prendere il quinto comandamento come un imperativo categorico, e dunque deve lasciare cadere le armi dalle proprie mani. Questo invito il 23 marzo 1980 nel corso di un’omelia il vescovo di San Salvador, mons. Oscar Romero, l’ha rivolto ai soldati, responsabili di una feroce repressione contro il popolo. In particolare ha chiesto loro di rifiutarsi di obbedire agli ordini di sparare sui campesinos disarmati e su quanti non facevano altro che reclamare pace e giustizia. Il giorno dopo Oscar Romero verrà assassinato[2].

 

 

 

[1] Sul rapporto fra Milani e Mazzolari si veda l’articolo di Mariangela Maravaglia, pubblicato su “Impegno”, semestrale della Fondazione Mazzolari di Bozzolo, n. 1, aprile 2017.

[2] Sulla vicenda di Oscar Romero cfr: Oscar Romero. “Ho udito il grido del mio popolo”, editrice Ave, Roma 2012; Una terra bagnata dal sangue. Oscar Romero e i martiri di El Salvador, Paoline, Milano 2017.

 

 

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