Non l’ho mai conosciuta di persona e devo ammettere, quasi con vergogna, che non sapevo nemmeno che da una vita risiedesse in India col marito, indiano, molto attivo a livello di lotte sociali. Gail Omvedt, una sociologa americana di chiare origini scandinave, scomparsa il 25 agosto a 81 anni, era arrivata nel subcontinente negli anni Settanta. Era, allora, una giovane studentessa universitaria che si era orientata ad approfondire il movimento anti-brahminico nell’India occidentale. In particolare, oggetto del suo interesse era un altro Mahatma, non Gandhi, ma Jyotiba Phule che nello stato del Maharashtra lottò per una vera giustizia sociale a favore dei fuori casta, quelli che oggi sono definiti dalit, ma che hanno avuto anche altri nomi, come paria, harijans (figli di Dio li chiamava Gandhi). Tuttavia, lotta dopo lotta, nome dopo nome, secolo dopo secolo, il loro destino maledetto nell’India non è mai cambiato. Gail, giovane studentessa universitaria statunitense, era arrivata in India perché voleva approfondire questo fenomeno, veramente unico al mondo. Non ha più lasciato il sub-continente dove si è stabilita proprio nello stato del Maharashtra, a Kasegaon, nel distretto di Sangli, non lontano dal confine con lo stato del Karnata, di cui la capitale è Bangalore.
Una vita coraggiosa, la sua. Per una donna americana di ascendenza scandinava non è facile abituarsi alla vita dei villaggi indiani, tanto più se decidi di sposare la causa dei dalit e, addirittura, convoli a nozze con uno di loro. Allo studio sempre rigoroso e profondo, anche se scomodo e controcorrente della cultura brahminica del sub-continente, Gail ha saputo coniugare una vita conseguente. I suoi libri hanno permesso, a chi lo vuole, di leggere quella che potremmo definire l’altra metà della luna, un mondo sconosciuto a chi non ha il coraggio di penetrarlo.
Negli anni Settanta, che hanno visto rivolte e richiami alla giustizia socio-politica in molti angoli del mondo, si sono sollevate lotte per la dignità di questo gruppo in India. Sono milioni di persone che vivono non necessariamente nella povertà, ma sempre e comunque con uno stigma, quello dell’impurità, che nessuno può togliere se non la morte, con la speranza di una reincarnazione migliore.
Gail nei suoi studi e nei suoi testi ha avuto il coraggio di andare in fondo alle sue analisi ed ha saputo collegare anche la nascita e la caduta del buddhismo alle interpolazioni che gruppi di brahmini avevano operato all’interno dei libri sacri per giustificare religiosamente lo stato abietto dei paria. E fu proprio il buddhismo che questi milioni di sfortunati cittadini dell’India indipendente decisero di sposare dando vita ad un nuovo ramo della fede di coloro che seguono l’Illuminato, il Buddha. Ambedkar, padre della Costituzione indiana, sebbene anch’egli un dalit, nel 1954, decise di convertirsi al buddhismo e lo fece insieme a centinaia di dalit nella speranza di essere seguito da altri. Oggi sono milioni i cosiddetti neo-buddhisti, per i quali nulla è cambiato perchè tutti in India sanno che se uno è neo-buddhista è necessariamente un fuori casta. Gail ha scandagliato negli anni la storia, le evoluzioni sociali ed anche i fenomeni psicologici di questi grandi problemi che l’India, nonostante l’indipendenza e la Costituzione che nega la legalità dell’intoccabilità, non ha ancora risolto. Il lavoro accademico di questa donna è ricco e rappresenta una fonte imprescindibile per chi oggi vuole affrontare questi aspetti dell’India. Eppure i suoi testi sono difficili da trovare nelle librerie di fama delle metropoli. Si deve andare a scovarli in centri di sapere e studi alternativi. È imbarazzante pubblicare e vendere libri di questo tipo anche nell’India del terzo millennio.
Gail Omvedt, con il marito Bharat Patankar, non si è limitata al contesto accademico ed intellettuale. Nel 1980, i due, insieme ad altri hanno dato vita al Shramik Mukti Dal, per contribuire ad aiutare i coltivatori diretti della zona meridionale del Maharashtra. Con una ideologia comunista armonizzata con il pensiero dei due grandi apostoli dei dalit, Jyotiba Phule e Ambedkar, questa organizzazione ha lavorato a lungo per i diritti dei contadini, a cominciare dall’acqua. L’americana intellettuale e accademica dedicatasi ai dalit ha organizzato marce a loro favore, dimostrazioni pacifiche per i loro diritti. Nel corso di queste manifestazioni parlava in perfetto marathi, la lingua del posto. Il fatto di essere straniera – un grosso handicap nell’India indipendente per chi vuole fare politica senza essere nato sul suolo indiano –, non è mai stato un ostacolo e le autorità politiche e dell’ordine pubblico avevano imparato a rispettarla, senza minacce o possibilità di rispedirla negli Usa. Gail era diventata cittadina indiana. Resta un esempio di azione sul terreno a livello della gente dei villaggi e, allo stesso tempo, della necessità di studi approfonditi che permettano di capire le cause dei grandi problemi sociali, come quelli del Paese dove aveva scelto di vivere.