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Italia > In punta di penna

Andar per isole

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Grande successo della letteratura che prende come oggetto di trattazione le terre circondate dalle acque. Per transitarvi o per viverci

Passeggiando tra gli scaffali colmi di libri delle nostrane librerie, realmente con la mascherina o virtualmente sul web, si rimane stupidi dall’attuale grande quantità di proposte sulle isole, sugli arcipelaghi, sul “vivere lento” isolati dal mare, sul navigare tra un porto e l’altro, sulla botanica o sulla zoologia delle isole, sulla loro storia, la loro geografia, la loro geologia, le loro culture, sull’isolario immaginario medievale e via dicendo.

Qualche esempio: Isolario italiano Storie, viaggi e fantasie di Fabio Fini (Ediciclo editore, euro 14,00), viaggiatore recidivo tra isole reali e fantastiche, passate e presenti, emerse e sommerse; Isole. Cartografia di un sogno, di Gavin Francis (EDT, euro 20,00), medico, scrittore e viaggiatore, che attraverso uno studio accurato di un centinaio di mappe antiche e nuove, cerca di capire perché mai ci sia tanta passione per pezzetti di terra isolati in mezzo alle acque; ancora, Venezia è un pesce, di Tiziano Scarpa (Feltrinelli, euro 16,00), veneziano doc, che ci presenta la città lagunare vista dall’intimità, con accenti frequentemente sconosciuti; infine, Autunno in Sardegna, di Ernst Jünger (Le Lettere, euro 14,00), il grande pensatore che aveva scelto il microcosmo arcaico dell’isola per rinnovarsi interiormente, lontano dai campi di battaglia. E chi più ne ha più ne metta.

Pur nella varietà di queste proposte – sono solo tre o quattro tra le centinaia che sono disponibili oggi, al di là della loro molto diversa qualità letteraria, viene da chiedersi il perché di tanta “ricorrenza insulare”. Fra i diversi motivi, tre mi sembrano più convincenti, mentre mala tempora currunt.

In primo luogo, va considerato che siamo in tempo di pandemia, ovviamente, in cui si è viaggiato pochissimo, sperimentando inabituali clausure. La considerazione è allora ovvia: quando non si ha la possibilità di spaziare fisicamente, si spazia con e nella fantasia, si immaginano mirabolanti peripli, con la compagnia ideale ovviamente, nella stagione più perfetta che sia, senza alcun contrattempo e in perfetta salute.

Ma perché proprio le isole? Ed ecco la seconda ragione, ancora abbastanza evidente: perché nella pandemia abbiamo visto l’altro come un potenziale veicolo di mode, un potenziale untore suo malgrado, e quindi l’isola appare il luogo covid free per eccellenza, in cui togliersi le mascherine e ricominciare a vivere in modo decente nel libero arbitrio.

Libero arbitrio e non libertà. E qui sta la terza ragione: nei lunghi mesi di lockdown abbiamo compreso, chi più chi meno, che la libertà è merce rara, e l’abbiamo distinta, almeno un po’, dal libero arbitrio che è un mero «faccio quel che mi pare», mentre la libertà ha a che fare con questioni più ampie, come la felicità, le relazioni d’amicizia, addirittura l’Assoluto. L’isola, allora, pare un luogo ove poter vivere nella natura, spaziare col corpo e con la mente, intercettare brandelli di verità, alzare lo sguardo al cielo infinito e abbassarlo sulla terra finita. Scusate se è poco.

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