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L'Esperto risponde > Vita in comune

Lasciamoci sorprendere da nuove vie di comunione

di Chiara D’Urbano

Nella sua rubrica lei mette spesso giustamente in evidenza problematiche riguardanti la vita in comune dei consacrati. Ma per favore non dimentichiamo di sottolineare la bellezza e la profezia di questa vita. Grazie. Una giovane consacrata

Ci sono esperienze che, nella loro semplicità ed ordinarietà, diventano come punti di luce. E noi ne abbiamo estremo bisogno, tra notizie cupe e dolorose che inondano le nostre giornate e che troppo spesso abbattono la speranza.

La speranza è una «virtù teologale», un’espressione che sembra molto lontana dal linguaggio attuale e che perciò proverò a rendere con altre parole… chissà se i teologi me le fanno passare.

Sperare è voler dare il meglio di sé partecipando a qualcosa di più grande della propria storia e del proprio limite, riponendo fiducia nel bene che ci può essere e che si può realizzare (cf. www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a7_it.htm).

Per il credente questo è il regno dei cieli e la vita eterna, ma anche per chi non condivide il senso di fede credo che abbia un enorme valore la fiducia che il bene sia possibile.

Non solo, la speranza è legata al desiderio di felicità: l’essere umano, oltre qualunque confessione di fede, aspira al bene (ib.) e, aggiungo, al bello, a cose armoniose e positive. Se rimanesse nella condizione in cui si trova, senza “sperare” null’altro, se non andasse in cerca di punti di luce oltre se stesso, non sperimenterebbe almeno assaggi di felicità. Speranza e felicità sono strettamente intrecciate.

Condivido, perciò, un’esperienza recente col desiderio di immetterla in questo circolo di bene, di fiducia e di speranza. Alcuni giovani di realtà carismatiche e nazionalità diverse si sono trovati insieme a collaborare per un impegno che era stato loro chiesto. Tutto qui, ma c’è stato molto altro.

Ho potuto osservare la freschezza di chi si mette in gioco senza quelle diffidenze che talvolta caratterizzano gli adulti, specie se provengono da comunità geografiche o vocazionali diverse dalle proprie. I giovani no. Si danno una mano, si organizzano cercando di ascoltarsi, di trovare delle strade comuni di dialogo e di soluzione al compito da svolgere, si vengono incontro con immediatezza anche nelle cose pratiche come raggiungere il luogo di “lavoro”.

Creativi e privi di formalismi – talvolta forse fin troppo! –, sono proprio gli aspetti che li rendono capaci di superare le barriere mentali che noi “grandi” ci siamo costruiti a difesa della diversità, fosse anche di appartenenza carismatica. Si scambiano tra di loro, con entusiasmo disarmante, inviti agli incontri comunitari, o a conoscere la propria famiglia religiosa, come fratelli e sorelle che non badano a null’altro che non sia il rapporto stesso.

Questo microcosmo di umanità in comunione, tra Messico, Uganda, Giordania, Colombia, e Italia, tra uomini e donne, seminaristi e consacrate, in formazione o già più avanti nel cammino, è uno dei segni che non deve cadere nel nulla, solo perché di vita ordinaria.

Anzi, è questo, credo, un grande segno di speranza per la vita consacrata, che forse per i numeri sempre più esigui, vive una stagione di forte solitudine: è possibile aprire nuove strade di fraternità.

Senza timori sospettosi, oltre le specificità dei singoli carismi, non solo per realizzare progetti esterni, che è già un’esperienza dal respiro universale, ma anche per confrontarsi sulle problematiche comuni, sulla formazione o sull’apostolato, o ancora più semplicemente per festeggiare momenti di famiglia, mangiare e pregare insieme.

I giovani – bersaglio facile delle critiche attuali per le loro indubbie complessità – indicano, senza neppure volerlo, nuove vie di comunione e questa è una grande speranza per il nostro essere uomini e donne, spaventati dal rimanere soli e affamati di rapporti veri e buoni.

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